Coltiviamo le nostre emozioni migliori

Il nostro cuore è capace di emozioni sia nobili che ignobili. Il modo in cui possiamo coltivare le emozioni più elevate e minimizzare le emozioni inferiori è dimostrato nel Ramayana con le relazioni tra due paia di fratelli inseparabili: Rama e Lakshmana, che erano insieme in esilio, e Bharata e Satrughna, che erano insieme ad Ayodhya. Certo, questi fratelli sono divini e al di là delle emozioni inferiori, tuttavia, durante i loro passatempi, per intensificare il loro amore talvolta mostravano varie emozioni, alcune delle quali possono sembrare emozioni inferiori. Dobbiamo ricordare la loro posizione trascendentale, e grazie alle loro attività possiamo anche imparare ad incanalare le nostre emozioni.

La rabbia scatenata dal sospetto

Quando Rama e Lakshmana vivevano nella foresta di Chitrakuta, sentirono il rumore di un esercito che si stava avvicinando. Su richiesta di Rama, Lakshmana si arrampicò sulla cima di un albero per identificare chi stava arrivando e riconobbe Bharata. Lakshmana, mentre serviva Rama nella foresta, si risentiva vedendo che suo fratello, che avrebbe dovuto godere dell’opulenza reale, stava invece sopportando delle austerità spartane nella foresta e quando vide arrivare Bharata con un enorme esercito, pensò che il suo sospetto fosse confermato: Bharata era complice di sua madre e aveva portato un esercito per eliminare Rama in modo da poter ottenere il regno, non solo per quattordici anni, ma per tutta la vita. Infuriato, dichiarò che da solo avrebbe ucciso Bharata e l’intero esercito, e chiunque avesse osato minacciare Rama.

Ma Rama rimase calmo e gli parlò dell’affetto di Bharata nei suoi confronti, che era uguale a quello di Lakshmana. Rama giustamente supponeva che Bharata, essendo mortificato dagli intrighi di sua madre, fosse venuto per restituirgli il regno. Avendo notato l’ingiustificata collera di Lakshmana, Rama gli chiese se le austerità della foresta lo avessero reso irritabile nei confronti degli altri e di Bharata, che si stava godendo lo sfarzo regale che loro non potevano avere. Se così era, Rama gli assicurò che avrebbe chiesto a Bharata di fare uno scambio con Lakshmana. Bharata sarebbe rimasto nella foresta, e Lakshmana avrebbe potuto godere delle agiatezze della sovranità ad Ayodhya.

Molto imbarazzato dall’essere stato rimproverato in quel modo, Lakshmana tacque e la sua mortificazione per il suo errore di valutazione aumentò quando vide con quale fervore Bharata supplicava Rama di riprendersi il regno e di come poi mise i sandali di Rama sulla sua testa.

Più tardi, dopo la partenza dei visitatori, Lakshmana riflettendo chiese a Rama: “Perché sono così irascibile?” Rama attribuì l’umore di Lakshmana alla sua emotività. Perplesso, Lakshmana chiese se le emozioni fossero qualcosa di negativo. Rama rispose di no, ma lo avvertì che dobbiamo scegliere le emozioni che fanno emergere il nostro lato migliore, non quello peggiore.

La rabbia scatenata dalla crudeltà

Come scegliere le emozioni viene illustrato da un episodio avvenuto tra gli altri due fratelli, Bharata e Satrughna. Questo episodio si verificò prima di andare nella foresta per incontrare Rama. I due fratelli stavano tornando al loro palazzo dopo aver compiuto i riti funebri per il loro defunto padre. Bharata, essendo di fatto il Capo di Stato, venne avvicinato da un funzionario della città per un consiglio riguardo una questione amministrativa. Nel frattempo, Satrughna si avvicinò al palazzo e scorse Manthara. Quella perfida ancella di Kaikeyi era stata la causa della cospirazione che aveva portato all’esilio Rama e alla morte del loro padre. Quando Satrughna la vide vestita in modo elegante, evidentemente ricompensata per aver diretto con successo la cospirazione, il suo sangue bollì e si precipitò verso di lei. Vedendo Satrughna e la sua espressione, Manthara impallidì e fuggì verso il palazzo di Kaikeyi. Ma il custode, che come la maggior parte degli abitanti di Ayodhya era amareggiato dalla cospirazione, afferrò Manthara e la consegnò a Satrughna, che dalla collera la strattonò violentemente. La malvagia ancella si mise a urlare per il terrore della morte e a invocare la sua padrona. Kaikeyi si precipitò fuori e chiese a Satrughna di liberare Manthara. Ma il principe infuriato non le prestò attenzione, la rabbia che stava bruciando dentro di lui da giorni scorreva veloce e senza controllo. Temendo l’ira incontrollabile del suo figliastro, Kaikeyi si guardò intorno in cerca di aiuto e vide avvicinarsi suo figlio Bharata. Allora si precipitò da lui, chiedendogli di dire a Satrughna di fermarsi. Voltandosi freddamente, Bharata chiese al fratello di desistere, dicendo che anche lui aveva sentito l’impulso di fare quello che Satrughna stava facendo, e lo avrebbe fatto volentieri non solo con l’ancella, ma anche con sua madre. Mentre Kaikeyi ascoltava sbigottita, Bharata disse di aver trattenuto quell’impulso ricordandosi che arrendersi ad esso dispiacerebbe proprio a quella persona per la quale stavano lottando: Rama. Colpito da questo pensiero, Satrughna lasciò andare Manthara, che fuggì tra le braccia di Kaikeyi. E i due fratelli s’incamminarono verso i loro palazzi, discutendo su come potevano meglio convincere Rama a tornare.

Quindi, per Bharata e Satrughna, non era così importante con chi erano arrabbiati quanto perché erano arrabbiati. Contrastarono l’emozione inferiore della rabbia attaccandosi all’emozione superiore dell’amore per Rama. Anche per tutti noi, coltivare emozioni forti è vitale per liberarci dalle nostre emozioni inferiori.

In effetti, la cultura umana ha lo scopo di fornire un ambiente nel quale le emozioni superiori possano essere nutrite, e nel quale possiamo contrastare le emozioni inferiori. Sfortunatamente, la cultura contemporanea fa sempre il contrario, come ad esempio si può vedere nel settore pubblicitario.

L’impulso freudiano delle emozioni inferiori

Oggi la pubblicità è così onnipervadente che non riusciamo a renderci conto che per millenni la società umana viveva senza. Naturalmente le persone hanno sempre promosso i loro prodotti, ma tale promozione non è mai diventata una vera e propria industria, e certamente non un’industria multimiliardaria. I giganti della pubblicità sono nati poco dopo la rivoluzione industriale, nel diciottesimo e diciannovesimo secolo. Una volta che le merci iniziarono ad essere prodotte in serie, la loro promozione divenne una parte importante dell’economia e della cultura. In teoria gli annunci pubblicitari dovrebbero aiutarci, informandoci sui prodotti che ci sono utili. Ma questo, oggi, non è l’intento della maggior parte della pubblicità. Fino alla fine del diciannovesimo secolo, la pubblicità di solito si concentrava sulla qualità dei prodotti, attraendo così l’intelligenza dei clienti. Ma poi arrivò Sigmund Freud con le sue idee sulla psiche umana.

Una delle intuizioni di Freud fu che la nostra intelligenza razionale è come una piccola zattera in cima a un vasto oceano turbolento, le cui onde sono le nostre emozioni irrazionali. Le persone possono essere spinte a fare la cosa giusta facendo appello alla loro razionalità. Ma un qualcosa che inneschi le loro emozioni irrazionali può facilmente travolgere la loro intelligenza, proprio come le onde possono rovesciare una zattera. Guidati da quelle emozioni, le persone finiscono per fare delle cose terribili, che vanno contro la loro intelligenza.

Le persone educate nella tradizione della bhakti qui noteranno degli ovvi paralleli con il concetto delle tre modalità della natura materiale: virtù, passione e ignoranza. Queste modalità forniscono un quadro per poter analizzare la natura delle cose, e soprattutto i loro effetti psicologici sulle persone. Quello che Freud chiama facoltà razionale è simile alla modalità superiore della virtù. Questa modalità, afferma la Bhagavad-gita (18.30), illumina l’intelligenza per farci comprendere cosa dovrebbe essere fatto e cosa non dovrebbe essere fatto. Quelle che Freud definisce emozioni irrazionali sono collegate alle modalità inferiori della passione e dell’ignoranza. Queste modalità ci spingono ad agire impulsivamente, trascurando gli avvertimenti degli altri e della nostra stessa intelligenza che ci dice che tali azioni sono controproducenti.

In realtà, le emozioni irrazionali non distruggono esattamente l’intelligenza razionale; essi la subordinano e se ne appropriano per i loro scopi. Di conseguenza, chi è nella morsa di quelle emozioni spesso possiede intelligenza, ma quell’intelligenza, invece di contrastare le emozioni irrazionali, viene mal indirizzata da loro. La storia recente ha dimostrato questo nel modo in cui la Germania nazista utilizzò malamente le scoperte del progresso scientifico in campi come l’eugenetica per vittimizzare senza alcuna ragione ebrei ed altri nell’Olocausto.

Questo tema delle emozioni inferiori che dominano la nostra intelligenza razionale lo si può vedere nella descrizione dell’intelligenza che dà la Bhagavad-gita riguardo l’influenza della passione e dell’ignoranza. Potremmo pensare che l’intelligenza sia una caratteristica della modalità della virtù. La nostra ipotesi è corretta, ma non completa. Anche le modalità inferiori sono dotate d’intelligenza, ma l’intelligenza viene sciupata per scopi non intelligenti, essendo guidata da emozioni irrazionali.

Significativamente, la saggezza della Gita descrive anche uno stato di esistenza stabile, al di là dell’oceano e della zattera: lo stato di trascendenza. Oltre le tre modalità materiali c’è la nostra pura esistenza di esseri spirituali. Noi come anime abbiamo pure emozioni centrate su un’amore disinteressato per Dio e per tutti gli esseri viventi che sono in relazione con Lui. Ma come la luce proveniente da una lampadina bianca si colora se quella lampadina è collocata in un paralume colorato, così anche le pure emozioni originali dell’anima si distorcono a causa dei rivestimenti causati dalle modalità.

Quando Rama dice a Lakshmana di coltivare delle emozioni elevate e di evitare le emozioni degradanti, ci sta essenzialmente dicendo di coltivare la virtù e la trascendenza e di evitare la passione e l’ignoranza. Ma utilizzando le idee di Freud, l’industria della pubblicità fa il contrario, o più precisamente, ci fa fare il contrario. I pubblicitari hanno compreso che le persone potrebbero essere più convinte ad acquistare dei prodotti facendo appello alle loro emozioni piuttosto che alla loro intelligenza. Così hanno iniziato a usare tutta la loro intelligenza per creare una pubblicità che puntasse sulle emozioni irrazionali delle persone.

Le torce della libertà illuminano la via dell’autolesionismo

Poche cose illustrano il potere illusorio della pubblicità come la campagna pubblicitaria “Le torce della libertà” progettata per far fumare le donne. L’apice di questa campagna, o a dire il vero il momento in cui è caduto più in basso, fu la parata tenutasi a New York la domenica di Pasqua del 1929, quando un gruppo di donne, assunte da un’azienda che produceva tabacco, accese e fumò “Le torce della libertà”. Il movimento di liberazione delle donne catturava sempre più l’immaginazione femminile, e l’idea di brandire una “torcia della libertà” era così fortemente in sintonia con le loro emozioni che la domanda razionale, “in che modo il fumo significa libertà?” era stata spazzata via. Milioni di donne iniziarono a fumare, non solo in America, ma anche in gran parte del mondo occidentale. Solo decenni più tardi sono venuti alla luce i danni del fumo, soprattutto per le donne, e ancora di più per le donne incinte. Così, “Le torce della libertà” hanno finito per illuminare la strada dell’autolesionismo a milioni di persone.

Mentre la maggior parte delle campagne pubblicitarie può non essere così insidiosa, essa continua a operare sullo stesso principio di sfruttare le nostre emozioni. Utilizza l’intelligenza umana per innescare l’irrazionalità umana. I pubblicitari utilizzano tutta la loro intelligenza basandosi su ricerche meticolose sulla psicologia umana per far desiderare e schiavizzare i clienti ai loro prodotti. La maggior parte degli annunci non si concentra sulla qualità del prodotto, ma su quello che il prodotto ci farà provare. Quindi, la pubblicità diventa psicologia di massa, che viene diffusa nelle nostre case grazie alla tecnologia. Con i suoi astuti progetti, la pubblicità cattura le nostre emozioni e quindi i nostri portafogli. E la pubblicità è solo una delle tante cose che nella società di oggi sfrutta e innesca le nostre emozioni inferiori. Per proteggerci dalla manipolazione emotiva, abbiamo bisogno di capire come possiamo attivare e rafforzare le nostre emozioni superiori.

La devozione fa emergere il meglio di noi

Le relazioni spesso ci aiutano a far emergere la parte migliore di noi. Il nostro desiderio di compiacere la persona che amiamo ci ispira ad agire correttamente e ad esprimere così le nostre emozioni più elevate. E il nostro desiderio di non far dispiacere a chi amiamo ci permette di evitare di agire in modo improprio, e a frenare così le nostre emozioni inferiori. Certo, questo accade solo quando l’altra persona è fondamentalmente di buon carattere. Altrimenti, quando siamo in cattiva compagnia, il desiderio di compiacere gli altri fa emergere la nostra parte inferiore, come successe nel Mahabharata a Karna a causa del suo desiderio di compiacere il malvagio Duryodhana.

In generale, quando abbiamo una relazione con una brava persona, teniamo a bada le nostre emozioni inferiori. Nella misura in cui evitiamo le relazioni, la nostra relazione rimane solo con una persona: noi. E poiché i nostri desideri sono spesso modellati dalla nostra mente, così la relazione si riduce essenzialmente a quello che vuole nostra mente, che spesso ci trascina verso azioni autodistruttive.

Mentre qualsiasi relazione a cui ci dedichiamo può aiutarci a bloccare le nostre emozioni inferiori, le emozioni superiori che emergono non sono necessariamente spirituali. Perché? Perché potremmo non vedere noi stessi o i nostri cari in modo spirituale, come anime, come parti spirituali di Dio. E senza attivare il nostro lato spirituale, limitiamo grandemente il nostro accesso alle emozioni più elevate. Le nostre emozioni più elevate e più pure provengono dal nostro sé essenziale: l’anima. E l’anima è il ricettacolo delle emozioni pure, perché come dice la Gita (15.7), è una parte di Dio, il ricettacolo supremo delle pure emozioni. Come parti, siamo destinati a vivere nell’amorevole armonia con il Tutto, Dio. Il Bhakti-yoga ci consente di connetterci con Lui e quindi di attivare il nostro potenziale spirituale latente con tutta la sua gamma di emozioni elevate.

C’è un altro motivo per il quale per far emergere le nostre emozioni superiori, non abbiamo bisogno solo di una relazione, ma di una relazione con Dio. La ragione è la sua onnipotenza. Non importa quanto noi possiamo dedicarci a qualcuno e non importa quanto possa essere buona quella persona, alla fine quella persona non ha il potere di Dio. Considerate ad esempio, la potenza purificatrice del canto dei nomi di Dio. Questa potenza è dimostrata nel Ramayana stesso. Il suo compositore, Valmiki, era un brigante che invocando i nomi di Rama e diventò un santo. Invocare i nomi di altri non può portare a questo tipo di trasformazione, solo i nomi di Dio possono farlo.

Ora è necessario fare una precisazione. La Bhakti non riguarda solo una relazione con Dio a scapito delle nostre relazioni con tutti gli altri. La tradizione della Bhakti rivela una visione di un Dio che non è distante da tutti, ma è presente in tutti ed è il più grande benefattore di tutti. In questo modo quando la nostra aspirazione ad amare Dio è filosoficamente corretta, ci sforziamo di amarLo amando spiritualmente coloro che Lui ama, ovvero tutti. Noi, essendo limitati, non possiamo esprimere il nostro amore a tutti, ma possiamo almeno essere sensibili ed affettuosi nei confronti di coloro con i quali abbiamo una relazione. Una visione così completa e piena di devozione può trasformare le nostre relazioni in crogioli per elevare le nostre emozioni.

Per riassumere, dedicarsi ad una relazione con Dio eleva le nostre emozioni in tre modi:

  1. Dirige le nostre emozioni verso l’alto, come avviene ogni volta che amiamo qualcuno.
  2. Fa scoprire il potere delle emozioni pure dell’anima.
  3. Dà accesso alla grazia onnipotente di Dio

Quindi, mentre in generale le relazioni possono far emergere il bene dentro di noi, una relazione con Dio può far emergere il meglio dentro di noi.

Caitanya Charana das

(Dandavats.com)

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