Le Hawaii dicono stop alle creme solari che uccidono i coralli

La causa principale e nota viene attribuita al riscaldamento delle acque oceaniche che, raggiungendo temperature al di sopra della norma, mettono a rischio la sopravvivenza dei coralli. Non da meno e direttamente collegata alla causa sopracitata è l’aumento dell’acidificazione dei mari provocata da una maggiore concentrazione di CO2, che contribuisce a sciogliere lo scheletro di carbonato di calcio.

Ad oggi conosciamo una terza causa e colpa da attribuire totalmente alle azioni antropiche: le creme solari.

La notizia arriva dalle Hawaii. Nel gennaio scorso è stata presentata al Congresso statale una proposta di legge che si prefigge di bandire l’uso di creme contenenti oxybenzone e octinoxato, composti chimici molto diffusi all’interno dei prodotti in questione e utili per filtrare i raggi UV. Le due sostanze, contenute in oltre 3.500 marche commercializzate in tutto il mondo, sono sospettate non solo di essere responsabili dello sbiancamento (bleaching) e conseguente morte del corallo, ma di essere così altamente tossiche da danneggiare persino il DNA negli esemplari adulti e modificarlo nel corallo allo stadio larvale, impedendogli di svilupparsi adeguatamente.

Affinché il provvedimento sia approvato e messo in vigore dal 1 gennaio 2021 è necessaria solo la firma di David Ige, governatore delle Hawaii. Una data apparentemente lontana, ma che ritaglia un tempo sufficientemente necessario alle aziende di cosmetici e case farmaceutiche per trovare composti validi in grado di sostituire l’oxybenzone e l’octinoxato. Per quanto dannose per l’ambiente, sottolineano le case produttrici, le sostanze incriminate sono importantissime per la prevenzione di malattie cutanee come il melanoma, il più diffuso e letale cancro della pelle. L’esposizione ai raggi ultravioletti, di un sole che si fa sempre più aggressivo negli anni, senza uno scudo appropriato è pericolosissimo e la fretta di approvare una legge che bandisca le protezioni solari senza avere già pronta un’alternativa valida da immettere nel mercato può portare alla diffusione del messaggio che si può fare a meno delle creme solari, sbagliato e nocivo per la salute.

Di contro i numeri che emergono fanno rabbrividire, sollecitandoci a prendere seri provvedimenti in vista di un disastro ambientale senza possibilità di ritorno. Secondo i ricercatori, ogni anno, si riversano in mare tra le 6.000 e le 14.000 tonnellate di crema solare, con picchi di concentrazione ritrovate nei punti adiacenti alle barriere coralline dove si è soliti fare immersioni e snorkeling. È stato inoltre confermato che le creme protettive inquinano non solo al contatto diretto con le acque marine ma anche attraverso gli scarichi domestici e pubblici che finiscono poi nel mare.

“Le persone devono rendersi conto – spiega Laura Thielen, senatrice delle Hawaii – che quando si va a casa per farsi la doccia, l’acqua viene trattata e poi finisce nell’oceano. Non importa quindi se si usa la protezione in spiaggia o a casa, è allo stesso modo molto dannosa per il nostro corallo”.

Le Hawaii sono il primo stato al mondo a proporre una legge specifica su questo tema e già altri Governi di Stati insulari come Palau, le Isole Vergini britanniche e la Florida del Sud si stanno dimostrando interessate alla vicenda: le barriere coralline sono tra le loro principali attrattive e ci sono interessi non solo ambientali per proteggerle.

Cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo per preservare biodiversità e gli habitat naturali che ci circondano? Cominciare a fare acquisti consapevoli preferendo prodotti con ingredienti naturali e, prima di tuffarci in acqua, toglierci i residui di crema rimasti sulla pelle.

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