Fra i trecentomila oggetti in casa tua c’è un po’ di affordance?

Lo dice il solito “studio recente”, uno “studio americano”, e di più non è dato sapere – la notizia è stata pubblicata da riviste e siti internet senza troppe spiegazioni, ma il tono è allarmato: gli oggetti, pare, sono inutili, troppi, tolgono spazio e tempo a chi li possiede, è in dubbio perfino l’identità di chi li produce.

Trecentomila oggetti sono tanti, forse troppi, ma il numero non è poi così allarmante se si considera che nel 1990, secondo lo psicologo Donald Norman, ogni individuo aveva quotidianamente a che fare mediamente con duecentomila oggetti.
Se i dati sono veri, ne consegue che dal 1990 al 2018 gli oggetti sono aumentati di un terzo, 10.000 oggetti in più per persona ogni anno. Tutto sommato, poteva andare peggio.
Il progredire della tecnologia infatti non ha solo moltiplicato gli oggetti, ma anche le loro funzioni, basti pensare a quante cose si possono fare con un cellulare: niente più calcolatrice, bilancia, taccuino, penna, fogli, registratore, fotocamera, eccetera. Nella società occidentale il concetto di multitasking è ormai così pervasivo da essere elemento imprescindibile per ogni Curriculum Vitae che si rispetti. A chiunque sarà capitato almeno una volta di definirsi o di cercare “una persona multitasking” durante un colloquio di lavoro. Poi per fortuna passa.

Tra noi e gli oggetti c’è sempre stato un rapporto dialettico. Noi diamo forma a loro, loro danno forma a noi, è una modificazione reciproca, un’oggettivazione già a suo tempo proposta da Hegel, che tutto si può dire, meno che fosse un materialista. La domanda è: come avviene questo processo? Sempre Norman cercò di rispondere al quesito immaginando due processi: l’incorporazione, vale a dire il meccanismo che in una cultura materiale e materialista come la nostra solleva l’individuo dalla preoccupazione di sapere come funzionano gli oggetti, e l’affordance, un concetto che lo studioso mutua dalle neuroscienze cognitive. Con affordance si intende la capacità dell’individuo di interpretare un oggetto, decifrare i segnali e i suggerimenti che contiene, per utilizzarlo più facilmente, e anche un po’ lasciarsi utilizzare.

Più che dipendere dai freddi numeri e dai toni sensazionalistici – o addirittura apocalittici – il rapporto rea soggetto e oggetto dipende da questo: la possibilità di incrementare l’intuito, la curiosità, l’attenzione, la sensibilità, nei confronti di ciò che sta al di fuori del soggetto e del suo “io”. Talvolta l’etimologia vale più di tanti numeri e ricerche. La parola “oggetto” deriva dal verbo obicere, composto da ob (ciò che sta di fronte) e iacere (gettare), infatti l’oggetto è qualcosa di cui avere piena conoscenza e al contempo distacco. Avvicinamento, utilizzo e allontanamento. I bistrattati e ordinari oggetti che affollano i cassetti delle case hanno concorso a processi di emancipazione impensabili. Oggi un’affermazione così suona come bestemmia, ma tra il 1900 e il 1930 le cucine, con i loro utensili inseriti in appositi spazi, furono fra i primi alleati del femminismo. Inseguendo una rinnovata “riorganizzazione degli spazi” le prime femministe americane poterono lavorare in cucina senza l’aiuto delle domestiche. Catherine Becker e Christine Frederick sono due delle tante donne che contribuirono all’emancipazione femminile scrivendo libri nei quali invitavano a riposizionare gli oggetti riordinando gli spazi. Non si tratta di semplice efficienza, ma di affordance, quella che forse oggi, fra tanti oggetti, sta venendo meno.

The post Fra i trecentomila oggetti in casa tua c’è un po’ di affordance? appeared first on PeopleForPlanet.

https://ift.tt/2rhkszZ

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *