Trattativa Stato-mafia: in primo grado reggono le accuse, assolto l’ex ministro

In primo grado sono stati condannati a 12 anni con l’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato gli ex generali dell’Arma Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex senatore Marcello dell’Utri, 8 anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno e 28 anni per il boss Leoluca Bagarella. 8 anni anche a Massimo Ciancimino per calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, mentre lo stesso è stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Mentre per il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca è scattata la prescrizione. È stato invece assolto dall’accusa di falsa testimonianza «perché il fatto non sussiste» l’ex ministro Nicola Mancino, che a margine della sentenza dice: «Sono sempre stato convinto che a Palermo ci fosse un giudice. La sentenza è la conferma che sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo che tale è stato ed è tuttora».

Le indagini e la “trattativa”

Il processo prende le mosse da una inchiesta denominata «Sistemi Criminali», condotta dall’allora pm della procura palermitana Roberto Scarpinato. L’indagine configurava un presunto tentativo di destabilizzazione del Paese a opera di cosa nostra, massoneria deviata, eversione nera, ‘ndrangheta e pezzi di Stato. L’inchiesta seppur ricca di spunti, soprattutto sul lato finanziario delle organizzazioni mafiose fu archiviata nel 2001.

Nel 2008 il fascicolo riprende vita dopo alcune dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito ex sindaco mafioso di Palermo. L’ipotesi alla base del teorema dei pm di Palermo Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene è che ci sia stata, durante le stragi del ’92 e ’93, una sorta di negoziato tra funzionari dello Stato (Mori, De Donno e Subranni) e boss di cosa nostra per mettere un freno alla strategia del terrore della mafia siciliana. Un dialogo costruito su connessioni carcerarie, impunità e consegna di alcuni latitanti in cambio dello stop alle bombe che hanno insanguinato il Paese all’inizio degli anni ’90.

Per l’accusa però gli ufficiali dei carabinieri vengono individuati come ambasciatori dei boss impegnati a veicolare il ricatto mafioso. Citando le carte dei pm «i carabinieri del Ros avevano avviato una prima trattativa con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, che avrebbe consegnato un ‘papello’ con le richieste di Totò Riina per fermare le stragi». Una ricostruzione respinta con forza da Mario Mori, che approccia l’ex sindaco in particolare per chiedere la consegna dei latitanti, ma che in primo grado ha tenuto.

Il processo

Sul banco degli imputati nell’inchiesta palermitana finiscono in dodici: oltre a Calogero Mannino (per l’accusa primo interlocutore per l’inizio della trattativa, ma assolto nel processo con rito abbreviato), i Carabinieri (De Donno, Subranni e Mori) e l’ex ministro Mancino, arriva anche Marcello Dell’Utri, che si propose, scrivono i pm, come «interlocutore di Cosa Nostra» e, conseguentemente, quando salì al governo Silvio Berlusconi, fece arrivare sul tavolo del presidente del Consiglio «la ricezione della minaccia» di Cosa Nostra. Il personaggio cerniera tra Cosa Nostra e Dell’Utri, per i pm, è ancora quel Vittorio Mangano (l’ormai famoso ‘stalliere’ mafioso, assunto dall’ex premier nella sua villa di Arcore) che avrebbe portato la minaccia di uomini d’onore come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, prospettando «una serie di richieste a ottenere benfici di varia natura». Questa quella che viene definita come una «seconda trattativa», iniziata nel gennaio 1993 dopo la cattura di Totò Riina e con Bernardo Provenzano come nuovo interlocutore.

Oggi la sentenza. Pesantissima soprattutto per l’ex generale Mario Mori, sempre assolto nei procedimenti «figli» della trattativa come quello sul favoreggiamento alla latitanza di Bernardo Provenzano. Secondo i pm un episodio utile per intavolare la trattativa stessa. «Aspettiamo di leggere le motivazioni (che saranno depositate tra 90 giorni, ndr). Possiamo sperare che in appello ci sarà un giudizio perché questo è stato un pregiudizio – ha commentato a caldo l’avvocato Basilio Milio, che difende l’ex generale dei carabinieri Mario Mori – Questo processo è stato caratterizzato dalla mancata ammissione di tante prove da noi presentate. La prova del nove? Non sono stati ammessi oltre 200 documenti alla difesa e venti testimoni, tra i quali magistrati come la dottoressa Boccassini, il dottor Di Pietro e il dottor Ayala. Una sentenza – ha concluso Milio – che non sta né in cielo né in terra perché questi fatti sono stati smentiti da quattro sentenze definitive».

Dunque scontato il ricorso in appello dei condannati. La partita non è chiusa.

 

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