La legge Gadda contro lo spreco alimentare (e non solo)

Quante volte ci siamo scandalizzati davanti a immagini televisive che mostravano la distruzione di camionate di cibo e derrate alimentari (spesso prodotti agricoli)? E che stretta al cuore quando ci è capitato di vedere persone emarginate frugare nei cassonetti, e ancora che rabbia assistere alla profonda ingiustizia di un sistema paradossale, che da un lato iper-produce e distrugge e dall’altro è incapace di soccorrere chi ha fam
La questione non è certo né nuova né recente ma il problema dello “spreco” inteso come questione sia economica che sociale è emerso in tutta la sua gravità soprattutto negli ultimi anni, complice senza dubbio la crisi economica dell’ultimo decennio.
Per questo motivo tutti gli operatori della filiera che va dalla produzione alla distribuzione delle derrate alimentari – comprese soprattutto le tante associazioni che da tempo operano sul territorio per “intercettare” il surplus e distribuirlo a chi ne ha bisogno – hanno esultato quando finalmente le aule parlamentari hanno licenziato la c.d. Legge Gadda – dal nome della prima firmataria, Maria Chiara Gadda (PD). Era l’agosto del 2016 e già il titolo della legge bene descrive lo scopo dell’intervento normativo: Disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi (per il testo completo si veda la Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 202 del 30-08-2016).

Quali problemi immediati ha risolto il varo della nuova legge?
Diciamo subito che la prima parola d’ordine è stata “facilitare”: gli esercizi pubblici, liberati da lacci e lacciuoli della solita soffocante burocrazia, ora possono donare i prodotti alimentari rimasti invenduti con molta maggiore elasticità. Può essere regalato il pane entro le 24 ore, ma anche, dopo il termine di scadenza, il cibo che sulla confezione riporta la frase “da consumarsi preferibilmente entro il …”, i prodotti confiscati, e quelli che presentano irregolarità nelle etichette o nel confezionamento.
Ovviamente non manca l’attenzione affinché siano rispettate le regole sulla conservazione, il trasporto, il deposito degli alimenti: per il fatto che sono regalati mica si possono ignorare i principi igienico-sanitari.
E comunque, lì dove i prodotti non sono considerati idonei al consumo alimentare umano, possono essere destinati agli animali e infine al compostaggio.
Seconda parola d’ordine: “solidarietà”. Contro lo spreco, sì, ma la ridistribuzione delle eccedenze alimentari deve seguire un principio solidaristico che vuole che destinatari dei beni donati siano le persone indigenti, ovviamente anche per il tramite di associazioni che perseguono questo scopo (il Banco Alimentare, per citarne una per tutte).
Terza parola d’ordine: “incentivazione”: modificare le nostre piccole abitudini, si sa, non è cosa dall’oggi al domani; figuriamoci a livello collettivo! Ma se il comportamento prevede un vantaggio economico, il volano può cominciare a muoversi più in fretta… Ed ecco che una specifica norma concede ai comuni la possibilità di ridurre la tassa sui rifiuti in modo proporzionale alla quantità di cibo donato.
Quarta parola d’ordine: “educazione”. La lotta allo spreco dovrebbe investire un po’ tutti i settori, e dovrebbe coinvolgere anche ognuno di noi: e se la legge non può entrare nelle nostre case e bacchettarci per il troppo cibo che dalle tavole o direttamente dal frigorifero ancora finisce nella pattumiera, offre comunque indicazioni ben precise per chi si siede alle tavole dei ristoranti. Più nessuna vergogna a chiedere, assieme al conto, la “doggy bag”. E’ addirittura previsto che le regioni possano stipulare accordi con i ristoratori perché si dotino “di contenitori riutilizzabili, realizzati in materiale riciclabile, idonei a consentire ai clienti l’asporto dei propri avanzi di cibo”.
Non manca inoltre la previsione di azioni informative (soprattutto attraverso radio e televisione e all’interno delle scuole) per promuovere comportamenti anti-spreco, con un particolare focus sui temi del diritto al cibo, dell’impatto sull’ambiente e sul consumo delle risorse naturali.
Un’ultima parola d’ordine: “non solo cibo”. Lo spreco non coinvolge solo i prodotti alimentari: la legge Gadda regola anche la cessione gratuita di vestiti e capi di abbigliamento e di farmaci, intervenendo anche in questi due settori con lo scopo di semplificare, facilitare, “sburocratizzare”…
Fin qui per sommi capi il contenuto di un provvedimento che – a più di un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore – comincia a portare i suoi frutti. Solo un’ultima notazione ancora: spesso questa legge viene confrontata con la sua omologa francese, e il giudizio dei commentatori è a favore di quella italiana. Il legislatore francese ha imperniato il sistema antispreco sulle pesanti sanzioni che colpiscono le aziende che non reimmettono sul mercato i prodotti alimentari. E’ vero che sanzioni di questo genere non sono previste nel nostro sistema – e per alcuni questo può apparire un limite – ma la legge 166 è costruita soprattutto attorno all’aspetto solidaristico: è questo che nelle intenzioni del legislatore deve essere il vero incentivo per la diffusione di comportamenti “virtuosi” – che poi sono quelli che i nostri nonni praticavano quotidianamente!
Si tratta insomma di un bel cambio di prospettiva, di uno di quei casi dove si può concludere che grazie a questa legge l’Italia, in materia di lotta agli sprechi, è diventata un esempio virtuoso per tutta Europa.

Fonti:
Legge Gadda in G.U. http://www.gazzettaufficiale.it/eli/gu/2016/08/30/202/sg/pdf
https://www.bancoalimentare.it/it

Immagini: disegni di Armando Tondo

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