Green Refining: cosa sta succedendo a Gela?

La città di Gela, in Sicilia, sta vivendo un importante momento di transizione e riqualificazione industriale, avviato nel novembre del 2014 con la firma del Protocollo di Intesa tra Eni e istituzioni locali e nazionali e che passa attraverso la trasformazione della Raffineria: da polo petrolchimico per la raffinazione, stoccaggio e trasformazione degli idrocarburi nato negli anni ‘60, a quella che in termini tecnici si chiama “Green Refinery”, una raffineria verde di nuova generazione. Dopo la raffineria Eni di Venezia, quella di Gela rappresenta il secondo esempio al mondo di riconversione di una raffineria a ciclo tradizionale a “bio-refinery”, in grado di produrre “green diesel, green nafta e green GPL”.
Il discorso è tecnicamente lungo e complesso, ma cerchiamo di spiegarlo in modo semplice.

La crisi della raffinazione

Gli ultimi dieci anni il settore della raffinazione in Europa ha vissuto il periodo più critico della sua storia. Da un lato la competizione delle raffinerie di Asia e Medio-Oriente e il conseguente crollo dei margini, dall’altro le direttive del Parlamento Europeo sulla promozione dell’utilizzo dell’energia da fonti rinnovabili congiuntamente ai risparmi energetici e al contrasto del cambiamento climatico, in rispetto al protocollo di Kyoto, che hanno dato un forte impulso verso la produzione di biocarburanti.

La soluzione più semplice (e più praticata) sarebbe stata quella di chiudere i battenti, ma non per Eni che ha deciso di scommettere sulla riconversione dei siti industriali di Venezia prima e Gela dopo in impianti di raffinazione “green”.



La Bioraffineria di Gela

L’annuncio della riconversione di Gela è del 2014, a seguito di un Protocollo d’Intesa siglato nel mese di novembre tra Eni, il Ministero dello Sviluppo Economico, le organizzazioni sindacali, la Regione Sicilia, l’Amministrazione Comunale di Gela, le istituzioni e Confindustria.

Si legge sul sito dell’Eni:
Il progetto della bioraffineria, che sarà ultimata entro ottobre 2018, vuole ripensare la struttura della raffineria individuando soluzioni innovative attraverso cicli “verdi”, sostenibili sia dal punto di vista ambientale che da quello economico. Attraverso la valorizzazione degli impianti esistenti e l’applicazione di tecnologie proprietarie, la bioraffineria converte materie prime non convenzionali di prima (olio di palma) e seconda generazione (grassi animali, olii di frittura) in green diesel, green GPL e green nafta. Quella di Gela sarà una delle poche bioraffinerie al mondo in grado di trattare cariche unconventional in elevata quantità, intorno all’80%. L’impianto potrà lavorare materie derivanti da scarti della produzione alimentare, quali olii usati (UCO, used cooking oil), grassi animali (tallow) e sottoprodotti legati alla lavorazione dell’olio di palma (PFAD, acidi grassi). La costruzione del nuovo impianto di produzione idrogeno, “Steam Reforming” rappresenta la svolta per avviare la produzione entro il 2018 e consentire entro il 2019, con il completamento anche del secondo nuovo impianto di pretrattamento delle biomasse, l’utilizzo di materie prime di seconda generazione. Questa caratteristica renderà la raffineria di Gela un sito a elevata sostenibilità ambientale, in quanto farà uso di cariche che diversamente andrebbero smaltite come rifiuti, con aggravio dei costi per la comunità e impatto sull’ambiente. In linea con l’ultima normativa EU, ridurrà del 60% le emissioni di gas serra.

La Bioraffineria di Gela, in altre parole, instaura un percorso virtuoso di “economia circolare” permettendo di raggiungere elevatissimi standard di sostenibilità correlati alla riduzione in maniera significativa sia dei costi per la comunità sia degli impatti sull’ambiente derivanti dallo smaltimento dei prodotti di risulta.
Oltre ai benefici in termini ambientali, l’intervento di riconversione degli impianti esistenti consentirà di riqualificare il sito industriale, con ricadute positive sull’indotto locale sia nella fase di realizzazione sia di esercizio.

Un contributo importante viene anche dalla ricerca, “Presso il Centro Ricerche Upstream di San Donato vengono impiegate tecniche di analisi elementare e cromatografica, e tecniche spettroscopiche come la Risonanza Magnetica Nucleare (NMR), per studiare le caratteristiche di diverse cariche disponibili in commercio quali oli di frittura o grassi animali semilavorati. Conoscere approfonditamente ogni potenziale carica è il primo passo per ottenere biocarburanti sempre più efficienti e innovativi.

Cosa succederà nel 2020?

Il Green Diesel è il primo importante passo verso formulazioni sempre più avanzate che permettono di rispettare o addirittura anticipare le stringenti normative italiane ed europee sui biocarburanti. La normativa italiana prevede nel 2020 l’aggiunta di 10% di biocarburante nei prodotti immessi al consumo in Italia, di cui l’1,6% di biocarburanti avanzati. Green Diesel è addizionabile, teoricamente senza limiti di percentuale, nei gasoli autotrazione. Infatti, essendo ottenuto dall’idrogenazione di oli vegetali, non contiene ossigeno ed è totalmente idrocarburico, a differenza del biodiesel tradizionale. …. Green Diesel risponde a tutti i requisiti del “biocarburante perfetto”, e grazie alla flessibilità del processo Ecofining™ potrà anche essere ottenuto da grassi animali o olio di scarto nonché da fonti che il legislatore italiano definisce “avanzate”, quali gli scarti lignocellulosici opportunamente pre-trattati. Eni, grazie al suo impegno costante in ricerca e innovazione nel mondo dei carburanti, si appresta a far fronte ai prossimi impegni fissati dalla Commissione Europea, tra cui la riduzione delle emissioni di gas serra grazie all’uso di biocarburanti.

(Si ringrazia Mario Carfagna per le preziose indicazioni fornite)
(Copertina: foto di Paolo Negro)

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