Mese: aprile 2018

Si può produrre l’acqua nel deserto?

Nel mondo c’è carenza d’acqua dolce: il 71% della superficie terrestre è coperta di acqua e per il 97,5% si tratta di acqua salata. In questa situazione 748 milioni di persone nel mondo (1 su 8) vivono senza accesso ad acqua potabile. 2,5 miliardi non hanno accesso a servizi igienico-sanitari. Le situazioni peggiori si trovano in Siria, Iraq, Yemen, Haiti, Sud Sudan, Africa occidentale (da notare che si tratta soprattutto di zone di guerra).
Qualche anno fa, presso la “Libera Università di Alcatraz”, abbiamo condotto una enorme ricerca, durata più di un anno, sulle ecotecnologie a basso costo che potrebbero in qualche modo aiutare le popolazioni di tutto il pianeta, soprattutto quelle che vivono in situazioni di emergenza e difficoltà. Ne è uscito un libro, in formato pdf, scaricabile gratuitamente, che abbiamo fantasiosamente chiamato “Ecotecnologie a basso costo per tutto il mondo”.
Una parte della ricerca è ovviamente dedicata alle ecotecnologie legate all’acqua. Per produrla, depurarla, usarla in agricoltura o per lavarsi le mani.

Ecotecnologia a basso costo per tutto il mondo

Ma si può creare l’acqua?
Sì, ad esempio catturando l’umidità dell’aria, presente ovunque nel mondo (sia l’aria che l’umidità!). Reti o cumuli di pietre possono catturare l’umidità del vento, condensarla in goccioline d’acqua che vengono poi convogliate e raccolte in contenitori oppure usate per mantenere umido un terreno ad uso agricolo.
Ne è un esempio è l’Orto dei Tu’rat, una tecnica antichissima che risale a circa 9.000 anni fa usata dagli abitanti della regione del Negev, a sud di Israele.
Cumuli di pietre calcaree disposti a forma di mezzaluna, opportunamente direzionati per captare i venti, condensano l’umidità che percola nel terreno. L’area dentro la mezzaluna è ottima per l’agricoltura.
Una tecnica analoga è quella del giardino Pantesco: l’albero viene circondato da un muretto a secco di pietre che catturano l’umidità mantenendo bagnato il terreno.

Orto Dei Turat

Più elaborato il Condensatore di Ziebold. Nel 1900 in Crimea furono rinvenuti 13 grandi tumuli con una superficie di 1000 mq per 30-40 m di altezza posti sulle cime delle colline. Queste costruzioni condensavano l’acqua e fornivano dai 500 ai 1000 litri di acqua al giorno (in condizioni ottimali). Friedrick Ziebold, che fece la scoperta, ricostruì il condensatore atmosferico in scala sulla cima di una collina a Feodosia (Teodosia) in Crimea, sul modello degli antichi pozzi ad aria scoperti nella zona. Il condensatore di Ziebold era un cumulo di ciottoli marini (da 10 a 40 cm. di diametro), dalla forma tronco-conica, con diametro alla base di 20 metri e 8 in alto per 6 metri d’altezza. La costruzione riuscì a produrre 360 litri d’acqua al giorno fino al 1915, quando cominciò a deteriorarsi.
Ultimo esempio sono le reti per catturare l’acqua contenuta nella rugiada. Si chiamano FogQuest, misurano 6×10 mt., possono produrre fino a 200 litri di acqua dolce al giorno e possono essere costruite con diversi materiali, anche di riciclo. Molto interessante il sito http://www.fogquest.org/.

Passando dagli antichi saperi alle nuove tecnologie, è da segnalare il progetto Savior Bud, un contenitore portatile per raccogliere l’acqua dalle foglie.
Da Architetturaedesign.it: “Prima di tutto bisogna trovare un albero a foglia larga ricco di foglie. Una volta individuato l’albero si applica Savior Bud all’estremità di un ramo, come se fosse una pinza gigante, circondando con cura le foglie della parte terminale del ramo. Una volta applicato Savior al ramo, questo funzionerà come specie di serra catturando l’umidità dalle foglie per trasformarla poi in acqua. In circa quattro ore infatti, le foglie avranno rilasciato un quantitativo di acqua pari al contenuto di una tazza di medie dimensioni.”
Purtroppo è rimasto solo un progetto.

Savior Bud acqua foglie

E l’acqua del mare?
Altra fonte di acqua dolce è il mare (salato): tramite processi di dissalazione per evaporazione è possibile separare il sale dall’acqua, distillandola.
Un esempio a bassissimo costo è il Watercone. Si tratta di un cono (rovesciato) in PET dotato di un’apertura con tappo a vite sulla sommità e alla base una vaschetta di raccolta dell’acqua salmastra. Va esposto al sole per innescare il processo di evaporazione e dissalazione.
Sfruttando il medesimo principio ma aumentando le dimensioni si possono costruire vere e proprie “piramidi” in grado di dissalare l’acqua.

Watercone

Un progetto si chiama per l’appunto WaterPyramid e secondo gli inventori con un’estensione esposta al sole di 600 mq si è in grado di produrre circa 1.250 litri di acqua dolce al giorno.

Il designer italiano Gabriele Diamanti è invece il progettista di Eliodomestico, un distillatore open source che grazie all’energia solare può fornire acqua potabile alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo. È un modo semplice per la produzione di acqua dolce partendo da acqua salata o salmastra. Il dispositivo è in grado di produrre 5 litri di acqua al giorno funzionando senza filtri né elettricità e con una manutenzione minima. La mattina si riempie una caldaia nera con acqua di mare facendo attenzione a stringere bene il tappo. Man mano che la temperatura e la pressione all’interno della caldaia aumentano, il vapore viene forzato a passare attraverso un tubo di collegamento che raccoglie l’acqua evaporata dal coperchio e che funge da condensatore trasformando l’acqua salata in dolce. In sostanza una caffettiera rovesciata.

Eliodomestico

Fonti:
Rapporto Oxfam “Savinglives: emergenza acqua” (2016)
http://www.architetturaedesign.it/index.php/2009/11/02/savior-bud-trasforma-umidita-in-acqua.htm
http://www.fogquest.org/
http://www.gabrielediamanti.com/projects/eliodomestico/
http://www.ecotecno.tv/ecotecnologie/ecotecnologie-per-tutti.html

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Trattativa Stato-mafia: in primo grado reggono le accuse, assolto l’ex ministro

In primo grado sono stati condannati a 12 anni con l’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato gli ex generali dell’Arma Mario Mori e Antonio Subranni, l’ex senatore Marcello dell’Utri, 8 anni per l’ex colonnello Giuseppe De Donno e 28 anni per il boss Leoluca Bagarella. 8 anni anche a Massimo Ciancimino per calunnia nei confronti di Gianni De Gennaro, ex capo della polizia, mentre lo stesso è stato assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Mentre per il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca è scattata la prescrizione. È stato invece assolto dall’accusa di falsa testimonianza «perché il fatto non sussiste» l’ex ministro Nicola Mancino, che a margine della sentenza dice: «Sono sempre stato convinto che a Palermo ci fosse un giudice. La sentenza è la conferma che sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo che tale è stato ed è tuttora».

Le indagini e la “trattativa”

Il processo prende le mosse da una inchiesta denominata «Sistemi Criminali», condotta dall’allora pm della procura palermitana Roberto Scarpinato. L’indagine configurava un presunto tentativo di destabilizzazione del Paese a opera di cosa nostra, massoneria deviata, eversione nera, ‘ndrangheta e pezzi di Stato. L’inchiesta seppur ricca di spunti, soprattutto sul lato finanziario delle organizzazioni mafiose fu archiviata nel 2001.

Nel 2008 il fascicolo riprende vita dopo alcune dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Vito ex sindaco mafioso di Palermo. L’ipotesi alla base del teorema dei pm di Palermo Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene è che ci sia stata, durante le stragi del ’92 e ’93, una sorta di negoziato tra funzionari dello Stato (Mori, De Donno e Subranni) e boss di cosa nostra per mettere un freno alla strategia del terrore della mafia siciliana. Un dialogo costruito su connessioni carcerarie, impunità e consegna di alcuni latitanti in cambio dello stop alle bombe che hanno insanguinato il Paese all’inizio degli anni ’90.

Per l’accusa però gli ufficiali dei carabinieri vengono individuati come ambasciatori dei boss impegnati a veicolare il ricatto mafioso. Citando le carte dei pm «i carabinieri del Ros avevano avviato una prima trattativa con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, che avrebbe consegnato un ‘papello’ con le richieste di Totò Riina per fermare le stragi». Una ricostruzione respinta con forza da Mario Mori, che approccia l’ex sindaco in particolare per chiedere la consegna dei latitanti, ma che in primo grado ha tenuto.

Il processo

Sul banco degli imputati nell’inchiesta palermitana finiscono in dodici: oltre a Calogero Mannino (per l’accusa primo interlocutore per l’inizio della trattativa, ma assolto nel processo con rito abbreviato), i Carabinieri (De Donno, Subranni e Mori) e l’ex ministro Mancino, arriva anche Marcello Dell’Utri, che si propose, scrivono i pm, come «interlocutore di Cosa Nostra» e, conseguentemente, quando salì al governo Silvio Berlusconi, fece arrivare sul tavolo del presidente del Consiglio «la ricezione della minaccia» di Cosa Nostra. Il personaggio cerniera tra Cosa Nostra e Dell’Utri, per i pm, è ancora quel Vittorio Mangano (l’ormai famoso ‘stalliere’ mafioso, assunto dall’ex premier nella sua villa di Arcore) che avrebbe portato la minaccia di uomini d’onore come Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, prospettando «una serie di richieste a ottenere benfici di varia natura». Questa quella che viene definita come una «seconda trattativa», iniziata nel gennaio 1993 dopo la cattura di Totò Riina e con Bernardo Provenzano come nuovo interlocutore.

Oggi la sentenza. Pesantissima soprattutto per l’ex generale Mario Mori, sempre assolto nei procedimenti «figli» della trattativa come quello sul favoreggiamento alla latitanza di Bernardo Provenzano. Secondo i pm un episodio utile per intavolare la trattativa stessa. «Aspettiamo di leggere le motivazioni (che saranno depositate tra 90 giorni, ndr). Possiamo sperare che in appello ci sarà un giudizio perché questo è stato un pregiudizio – ha commentato a caldo l’avvocato Basilio Milio, che difende l’ex generale dei carabinieri Mario Mori – Questo processo è stato caratterizzato dalla mancata ammissione di tante prove da noi presentate. La prova del nove? Non sono stati ammessi oltre 200 documenti alla difesa e venti testimoni, tra i quali magistrati come la dottoressa Boccassini, il dottor Di Pietro e il dottor Ayala. Una sentenza – ha concluso Milio – che non sta né in cielo né in terra perché questi fatti sono stati smentiti da quattro sentenze definitive».

Dunque scontato il ricorso in appello dei condannati. La partita non è chiusa.

 

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