Le dispersioni termiche negli edifici

Il patrimonio edilizio italiano non è efficiente, sprechiamo energia d’inverno per scaldarci e d’estate lasciamo che il calore penetri in casa. Colpa delle dispersioni termiche.

“Tutti in classe A”

Nel 2014 Legambiente ha presentato i risultati della campagna “Tutti in classe A”, una radiografia energetica degli edifici italiani, da Bolzano a Catania. Ancora oggi è la più aggiornata “fotografia” dell’efficienza termica delle case italiane. Legambiente ha eseguito 500 analisi termografiche sia su edifici di vecchia costruzione sia su abitazioni nuove, rivelando le dispersioni termiche.

Tutti in classe A Legambiente

Nella foto un esempio. A sinistra un edificio di Bolzano senza dispersioni termiche: la colorazione è uniforme su tutta la facciata. A destra un condominio di Potenza con molte variazioni di colore e quindi molte dispersioni termiche. Si noti come le zone più gialle, quelle che catturano il calore dall’interno e lo trasmettono all’esterno, corrispondono a solai, infissi, pilastri, tutti elementi strutturali dell’edificio. Tecnicamente vengono detti “ponti termici”.
Legambiente fa sapere che “la spesa annua delle famiglie per il riscaldamento e raffrescamento delle abitazioni varia tra i 1.500 e i 2.000 euro all’anno. Può essere ridotta fino al 50% con interventi di efficienza energetica negli edifici e con impianti che possono rendere più confortevoli sia d’inverno che d’estate le case in cui viviamo.”

Quali sono stati i risultati di “Tutti in classe A”?

Scrive Legambiente nel rapporto finale: “Il primo campo di analisi delle termografie ha riguardato gli edifici di recente costruzione realizzati nel periodo post direttiva europea 2002, che aveva già indicato con chiarezza la direzione di innovazione che si voleva promuovere nel settore. Dunque, quando erano chiari tutti i riferimenti in materia di risparmio energetico e isolamento per chi aveva la responsabilità di progettare e costruire. Inoltre gli edifici costruiti in questi anni hanno beneficiato di una fase di crescita straordinaria degli immobili e di una lievitazione dei prezzi, case costruite nel momento del boom edilizio, vendute spesso a cifre superiori a 3/4000 euro al metro quadro, e che quindi avrebbero facilmente permesso di ripagare qualsiasi tipo di intervento di isolamento delle pareti. Gli edifici costruiti in questo periodo che sono stati analizzati mostrano, purtroppo, evidenti criticità. Su quasi tutti gli edifici (anche per alcuni che si promuovono come “biocase” o “a basso consumo energetico”) si ravvisano, attraverso le termografie, ricorrenti problemi di elementi disperdenti con distribuzione di temperature superficiali estremamente eterogenee soprattutto fra tamponature e strutture portanti in cemento armato.”

E gli edifici più vecchi?

Gli edifici costruiti nel secondo dopoguerra rappresentano senza dubbio un importante campo dove intervenire per ripensare alla qualità delle abitazioni e abbattere i consumi energetici: degli edifici costruiti tra il 1946 e il 1991 – che rappresentano i tre quarti dell’edilizia in Italia – si stima che ad essere in condizioni pessime o mediocri sia almeno il 30%. Spiega Legambiente: “Le termografie effettuate su edifici ad uso residenziale e direzionale, costruiti fra gli anni cinquanta e i primi anni novanta, mostrano comportamenti termici che ci potevamo aspettare perché costruiti spesso di fretta, con materiali scadenti e poca attenzione al risparmio energetico. In alcuni casi, il deterioramento dei materiali e l’assenza di manutenzione di fabbricati e impianti vanno ad accentuare i problemi di inerzia termica degli involucri, con ponti termici che delineano con precisione i telai portanti delle strutture, i caloriferi interni sottostanti le finestre e collettori montanti degli impianti per il riscaldamento invernale.”

Buono invece il comportamento delle case in classe energetica A: “Le termografie effettuate su edifici certificati in “classe A” a Bolzano, Firenze, Udine, Perugia, Bari e in altre città italiane sono chiarissime, e proprio confrontandole con strutture groviera permettono di toccare con mano i vantaggi di una edilizia di qualità.”

Come faccio a sapere se la mia casa ha dispersioni termiche?

Questo è uno dei nodi del problema. Per anni i cittadini italiani hanno avuto forti difficoltà a conoscere il consumo energetico e di riscaldamento dell’abitazione in cui vivono. Nel nord Europa l’informazione viaggia capillarmente attraverso associazioni che spesso vedono la partecipazione dello Stato o delle Regioni; in Italia invece i diritti e gli obblighi sanciti dalle direttive europee e dalle leggi nazionali – che obbligano a calcolare i consumi energetici delle abitazioni (attraverso le certificazioni) e a renderlo disponibile per le famiglie – sono rimasti a lungo carta bianca, e solo ultimamente si sta diffondendo una nuova coscienza che vede le certificazioni come un atto non meramente formale ma come uno strumento fondamentale per avere informazioni preziose su eventuali interventi che potrebbero ridurre i consumi e le bollette. A proprie spese si può far realizzare una perizia termografica da un’azienda specializzata, costo da 500 a 1.000 euro a seconda superficie commerciale della struttura.

Quali le soluzioni?

Uno degli interventi che meglio permettono di evitare dispersioni nell’edificio è il cosiddetto “cappotto termico” (o isolamento a cappotto): si tratta di strati di materiali diversi a bassa conduttività termica (pannelli di fibre di legno incollate e pressate, pannelli di impasti di fibre di canapa e calce, sughero…) che vengono applicati sulle facciate esterne dell’edificio coibentandolo. E’ possibile anche il cappotto interno ma è molto meno appetibile, in quanto toglie spazio agli ambienti.

Il cappotto termico si può fare sia su edifici in costruzione sia su case in ristrutturazione, con tagli dei consumi energetici che possono arrivare anche al 40-50%. E’ anche un ottimo isolamento acustico.

In commercio ci sono molte diverse proposte per facciate, tetti, diversi materiali e diverse tecniche di messa in posa. Quattro i fattori importanti da tenere presente; lo spessore del cappotto: maggiore spessore, maggiore potere isolante. La “conducibilità termica” (la cui sigla è “lambda”): più piccola è, più il materiale coibenta. Lo “sfasamento termico”, il tempo (in ore) impiegato dal calore per passare attraverso il cappotto e raggiungere l’interno dell’abitazione. Infine la “resistenza di diffusione al vapore”: tanto più piccolo è questo valore, tanto più il materiale è traspirante.
Stabiliti questi parametri la scelta dei materiali per il cappotto termico deve anche tenere conto dell’atossicità, della durevolezza e della resistenza al fuoco.

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