Il delirio delirante delle etichette alimentari

… Eppure il consumatore si ritrova spesso in una giungla di sigle e dati e non sempre riesce a far chiarezza. La legge impone trasparenza e negli ultimi anni c’è stato qualche miglioramento in questo senso. Eppure si pensi che esistono persino manuali che aiutano a decifrare le informazioni sulle etichette: segno che evidentemente la chiarezza assoluta è piuttosto lontana. Come se non bastasse, sono in arrivo altre novità legislative che mischiano ancora le carte.

Quali sono le etichette obbligatorie?

In principio fu il Regolamento Ue del 2011, che ha fissato regole come la dimensione minima dei caratteri utilizzati sulle etichette al fine di garantire la leggibilità delle informazioni fornite, e l’obbligo di specificare in evidenza sulle confezioni la presenza di allergeni, indicandoli con font differente all’interno della lista degli ingredienti. Nella lista devono figurare anche i nanomateriali e va specificato quale tipo di olio e/o grasso sia stato impiegato (non vale scrivere solamente “grassi vegetali”, dunque).

Tutto ciò, come previsto dallo stesso regolamento, si applica dal 2014, mentre dal 2016 è diventato obbligatorio un altro aspetto chiave del regolamento: l’inserimento delle indicazioni nutrizionali in etichetta, vale a dire i dettagli sull’apporto energetico e le informazioni numeriche sulla quantità di grassi, grassi saturi, carboidrati, zuccheri e sale. Questi valori sono indicati come quantità su 100g/100 ml/porzione.

Ad aprile 2015 è scattato l’obbligo di riportare l’indicazione di origine per le carni fresche suine, ovine, caprine e di volatili.

Non rientrano invece nell’obbligo di presentare un’etichetta nutrizionale prodotti come l’acqua o come le spezie o il caffè, in generale quelli composti da un solo ingrediente o che hanno subito soltanto un processo di maturazione.

A settembre 2017 in Italia è stata introdotta un’altra prescrizione, quella di indicare lo stabilimento di produzione o confezionamento. A volerlo è il decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 145, che in realtà opera una reintroduzione, visto che l’obbligo era stato abrogato precedentemente a seguito dell’adattamento alla legislazione Ue. Questa informazione in più dovrebbe risultare utile sia al consumatore che alle autorità di controllo per rintracciare l’origine dei prodotti.


Etichette e Unione Europea

Sorge però proprio in questi giorni una perplessità: tutti i provvedimenti adottati dall’Italia diventeranno nulli non appena dall’Ue ne saranno varati altri per regolamentare la materia. In particolare, nel 2019 si dovrebbe applicare un decreto che entrerà in vigore questo mese, nato a seguito di una consultazione pubblica bandita dalla Commissione Ue (chiusa a inizio febbraio). Cosa cambierà?

Da un lato, il regolamento del 2011  fissa l’obbligo di indicare origine o provenienza dell’ingrediente primario qualora non coincida con il Paese di origine del prodotto – vale a dire con il luogo dove avviene l’ultima trasformazione sostanziale – e qualora la provenienza non sia evocata attraverso nomi o simboli, cioè denominazioni evocative o bandiere. Questa prescrizione resta intatta, ma la Commissione ha ora introdotto alcune deroghe.

Lobbligo di specificare la provenienza diversa dell’ingrediente primario non si applicherà nel caso in cui il marchio registrato lo evochi e quando l’origine viene già indicata da sigle ufficiali a livello internazionale (è il caso di Dop e Igp).

Le ripercussioni negative potrebbero essere duplici. Da un lato, tutti quei marchi registrati in passato ma anche in futuro che sfrutteranno l’”Italian sounding” per farsi scegliere in quanto tipici (“Italia mia”, “Sicilia bella” e simili) potranno farlo senza che si sappia che l’ingrediente principale proviene in realtà da un altro luogo rispetto a quello evocato dal marchio. Dall’altro lato, tutti quei prodotti che recano un’indicazione geografica per mezzo di una sigla come “Igp” si ritroveranno nelle condizioni di limitarsi a quella sigla; un prodotto che non esibisce sigle ufficialmente riconosciute dall’Ue potrebbe addirittura avere maggior influenza sulla scelta del consumatore, grazie al fatto che in etichetta avrà la possiiblità di mostrare informazioni più esaustive, in primis il luogo di provenienza degli ingredienti scritto per esteso (ad esempio una città o una regione italiana).

Occorre sottolineare peraltro che quello dell’”Italian sounding” non è un fenomeno nuovo né un’ipotesi di rischio, ma una vera e propria piaga per aziende e prodotti del made in Italy. Queste deroghe spalancherebbero le porte a chi tenta di attirare il consumatore grazie al nome vagamente italiano dei prodotti e lo stampa in bella mostra sul packaging. Per giunta, a farne le spese sono sia le aziende italiane che realmente utilizzano prodotti made in Italy, ma anche i consumatori stessi: pensiamo ai consumatori esteri, che farebbero più fatica a distinguere sugli scaffali i prodotti italiani autentici da quelli che di italiano hanno soltanto il nome.

Oltre a tutto questo c’è poi l’onere economico legato al cambio delle etichette. Per alcuni prodotti come i pomodori non è stato ancora pubblicato il relativo decreto in Gazzetta ufficiale; febbraio è il mese previsto per l’entrata in vigore dell’etichetta d’origine di pasta e riso, le nuove etichette di origine per formaggi e latte sono comparse ad aprile 2017, solo per fare alcuni esempi. Etichette costate anche molto denaro, se pensiamo ad aziende grandi che immettono sul mercato ingenti quantitativi di prodotti.

Etichette a “semaforo”

Altra battaglia, quella tra chi è a favore delle etichette “a semaforo”, sulla base del modello francese, e chi invece sostiene che si tratti di una semplificazione eccessiva che potrebbe penalizzare il made in Italy. A sostenere quest’ultima tesi si schiera in primis Coldiretti, secondo cui attribuire un colore e una lettera (da verde/A, a rosso/E) a un alimento a seconda delle caratteristiche nutrizionali potrebbe in sostanza far “bocciare” un olio extravergine o il Grana Padano mentre lasciar intendere che un energy drink non sia nocivo per la salute.

Cosa c’è di vero in questa presa di posizione? Sicuramente il sistema a semaforo tende a penalizzare cibi che presentano alta concentrazione di sale, zuccheri o grassi, quindi alcuni prodotti made in Italy potrebbero ricevere colori non proprio incoraggianti; ma è altrettanto vero che per il consumatore che si ritrova di fronte a prodotti dello stesso tipo, faciliterebbe l’individuazione del prodotto meno dannoso per la salute, sempre tenendo presente che in una dieta sana occorre comunque limitare le quantità ingerite, non necessariamente eliminare un cibo perché riporta un bollino rosso sulla confezione.

In ogni caso, la Commissione Ue presenterà entro fine anno un rapporto sui diversi sistemi di etichettatura a semaforo in vigore nei vari Paesi, utile ad avere una visione d’insieme sul loro impatto sulla percezione dei consumatori e sul mercato interno.



In copertina: Disegno di Armando Tondo sulle etichette alimentari. Le leggiamo o ci fanno paura?

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