Ecologia, arte e solidarietà in Brasile

Sono in viaggio in Brasile per motivi di lavoro; per adattarmi al fuso orario e al cambio di clima ho anticipato la partenza e trascorro qualche giorno nei pressi di Salvador de Bahia. Questa zona sembra un pezzo d’Africa per clima, vegetazione e popolazione, solo il 10% è di pelle bianca, il 30% nera discendente dagli schiavi deportati e la maggioranza tocca tutte le sfumature possibili: color cannella, caffelatte, cioccolato, ebano.

Passeggiando, vedo un ragazzino sui 10 anni con un grosso sacco di lattine vuote sulle spalle, si china, ne raccoglie una, la scuote vigrosamente per svuotare il liquido residuo, la schiaccia con i piedi nudi e la mette nel sacco. La fiera che visiterò due giorni dopo è incentrata sull’alluminio, decido di conoscere anche questo aspetto. Per avvicinarlo compro una bibita di guaranà e gliela offro. Mi guarda stupito e un po’ dubbioso (penso con un brivido alle avvertenze che avrà ricevuto di diffidare di turisti potenziali pedofili),  ma fa caldo e la bottiglia è freschissima, il bambino controlla che sia sigillata, la stappa, mi ringrazia con un sorriso di un bianco abbagliante, la beve di un fiato e butta la bottiglia di plastica vuota per terra. Mi chino e la raccolgo. Si mette a ridere, con la risata fragorosa dei Neri, e senza smettere di ridere mi dice che la bottiglia di plastica non vale nulla, sono le lattine di alluminio che hanno un valore. La sua risata così fresca e piena, è irresistibilmente contagiosa, rido anch’io, poi gli prometto una mancia se risponde a qualche mia domanda: smette immediatamente di ridere e gli occhi gli brillano di curiosità.

Si chiama João, ha 11 anni ed è il più grande di 5 fratelli. D’estate (corrispondente al nostro inverno) esce al mattino presto, fa meno caldo e ci sono più lattine grazie alle bisbocce notturne dei turisti. Lavora 3 ore e poi altre 2 ore prima del tramonto, tutti i giorni meno la domenica. Mi dice che ogni due-tre sere passa un uomo nella sua strada con un furgoncino azzurro e una bilancia e tutti gli portano le lattine. Lui le pesa e paga 4 reais al kg. Gli chiedo se prima scuoteva cosi’ forte la lattina perchè l’uomo che paga le vuole assolutamente vuote, mi risponde di no, le svuota per accertarsi che non ci siano finiti dentro ragni o scorpioni che potrebbero uscire quando le schiaccia con i piedi nudi, o peggio mentre le sta trasportando. João mi guarda negli occhi, lo rassicuro che avrà la sua mancia, gli faccio vedere il biglietto da 10 reais ma lo tengo ancora in mano, ho ancora un paio di domande, a cui risponde impaziente di ricevere il premio. Imparo così che per fare 1 kg servono 40 lattine, nella stagione turistica ne raccoglie  100, a volte 150 al giorno, nella bassa stagione meno della metà, perché ce ne sono meno in giro e poi la mattina va a scuola (meno male!). L’ aspetto è quello di un ragazzino sano e ben nutrito, e l’espressione non ha perso l’aria dell’infantilità, anche se sembra cosciente ed orgoglioso di dare una mano in famiglia.

Mi rendo conto che in Brasile il riciclaggio dell’alluminio è affidato alla povertà: infatti non solo non si vedono lattine di alluminio abbandonate nelle spiagge, nei boschi o lungo il ciglio della strada, ma spariscono perfino dai cestini e dai bidoni dei rifiuti. Una forma di raccolta differenziata spontanea, incentivata da un guadagno minimo, ma comunque importante in un’economia di sopravvivenza. Purtroppo non funziona con gli altri tipi di rifiuti, per la raccolta dei quali manca la ricompensa economica.

João mi chiede se ho l’auto. Gli rispondo di sì e gli chiedo se vuole che lo accompagni a casa. Mi risponde che a casa ci va più tardi a piedi, ma mi chiede di passare con le ruote sul sacco di lattine per schiacciarle bene, cosi ce ne stanno di più.  Gli do la mancia promessa, poi gli dico che gli darò altrettanto se riprende la bottiglia di plastica vuota e mi promette che d’ora in avanti le butterà sempre nei bidoni della spazzatura. Giura di farlo, ma si sta sforzando per non scoppiare a ridere, so che stasera in famiglia rideranno tutti delle stravaganze dei bianchi.  Salgo in auto e passo coscienziosamente avanti e indietro sul sacco di lattine fino a lasciarlo spianato come se fosse di carta stagnola, mentre João ride a tutto spiano, e anch’io rido contagiata dalla sua allegria. Lo saluto, vedo nello specchietto che mi sta salutando ancora, felice dell’insperato guadagno, e mentre rientro faccio mentalmente un po’ di conti.

Per praticità considero una raccolta di 120 lattine al giorno, fanno 3 kg di alluminio quindi 12 reais per chi le raccoglie; in 25 giorni fanno 300 reais per 5 ore di lavoro al giorno, somma tutt’altro che disprezzabile visto che a Bahia il salario minimo è di 800 reais, pari a circa 250 euro, sarebbe quasi corretto se non fosse in nero e se a fare il lavoro non fosse un bambino.

Dopo aver fatto i conti in tasca a João, voglio farli anche nei confronti dell’industria. La fabbrica di alluminio sta pagando 4 reais al kg, pari a 1,2 euro. So che il prezzo dell’alluminio di prima fusione, cioè non riciclato è di 3 euro e sono favorevolmente stupita, mi sembra che l’industria stia pagando un prezzo onesto, considerando che non riceve fattura dal raccoglitore di lattine, lo paga in contanti, ha comunque dei costi per fare la fusione e la qualità risulterà inferiore all’alluminio non riciclato, per lo meno dal punto di vista estetico, aspetto importante sia per il settore dell’automobile che della costruzione. Nel ricco suolo del Brasile non manca l’alluminio, o meglio la bauxite da cui si ricava, quindi il riciclaggio non avviene per scarsezza di materiale. Evidentemente rimane comunque un guadagno che, su grandi volumi, raccolti da un piccolo esercito di tanti João di tutte le età, arriva a cifre importanti, quindi l’industria ha interesse a pagare un prezzo ragionevole a chi fa la raccolta per assicurarsi che continuino a farlo, e magari questo aiuta la fabbrica anche a mantenere buoni rapporti sul territorio.

Accendo il computer e confermo la mia ipotesi: il Brasile è leader mondiale nel riciclaggio dell’alluminio.

Ed ecco i grandi numeri del Paese: a livello annuale si riciclano quasi 300.000 tonnellate di lattine e la cifra di recupero è sugli 850 milioni di reais, circa 250 milioni di euro di cui una buona parte va all’economia semi-sommersa di migliaia di raccoglitori.  Si è calcolato che il ciclo è in media di 30 giorni durante i quali una lattina viene prodotta, acquistata, consumata, raccolta e riciclata.

Ora mi è chiaro anche da dove nasce il vantaggio economico: riciclare richiede il 5% di energia rispetto al processo di produzione dell’alluminio primario. In termini sia economici che ambientali significa un risparmio di 4.250 GWh/anno, una cifra pari al consumo residenziale annuale di 6,6 milioni di persone in 2 milioni di case. Sotto tutti i punti di vista vale la pena di incentivare al massimo il riciclaggio

Se c’è qualcosa che i Brasiliani prendono molto sul serio sono le feste e la ABAL, associazione delle industrie dell’alluminio, ha perciò proclamato il 28 ottobre come giorno nazionale del riciclaggio di alluminio per promuoverne i vantaggi economici, sociali ed ambientali.

Tutto questo dimostra che, se ben motivato, il riciclaggio funziona anche in un Paese che, se guardassimo i numeri per carta, plastica o vetro, scommetterei che sarebbe in fondo e non in cima alla classifica.

Il giorno dopo il mio incontro con João prendo un volo interno e arrivo a Sao Paulo, uno scenario completamente differente, la proporzione bianco/nero del colore della pelle è inversa rispetto a Bahia, d’altra parte non sto visitando una favela ma una fiera, simile a quelle di altre città europee con managers in giacca e cravatta che passeggiano per i corridoi, si scambiano biglietti da visita, consultano i cellulari.  

Fra gli stand, vedo qualcosa di insolito: un artista, con alcuni ragazzi e un mini-laboratorio di scultura. Sul banco piccole sculture nel colore naturale dell’alluminio, mentre dal soffitto pendono sculture più grandi di pesci coloratissimi. Guardo meglio, e riconosco nelle squame i colori e le marche delle bibite, il color oro per la birra, rosso Coca-Cola, verde Sprite: il materiale è ottenuto dalle lattine!

Parlo con l’artista, si chiama Osni Branco, un uomo di quasi 70 anni ben portati, che ha iniziato come autodidatta, poi ha frequentato corsi di studio in Brasile e in Giappone, unendo armoniosamente aspetti culturali occidentali e orientali. http://osnibranco.com.br/ .

Ma più che di sé mi vuole parlare del suo lavoro sociale, di come cerca di insegnare ai “meninos da rua” a dare un valore aggiunto alla raccolta delle lattine. Osni insegna loro a ritagliare coperchio e fondo e a dare solo questi all’industria (tra l’altro sono le parti che questa preferisce, fondo e coperchio pesano di più e l’alluminio non verniciato dà un risultato migliore). La parte che forma il cilindro della lattina, quella verniciata, è molto sottile e si ritaglia con le forbici quasi come se fosse di carta, inoltre è facile modellarla con le dita o con l’aiuto di strumenti molto rudimentali. Inoltre i colori brillanti delle lattine si prestano molto bene per rappresentare la variopinta fauna del Brasile. Gli chiedo qual è la cosa più difficile, mi risponde che non è insegnare il lavoro manuale, ma insegnare a vedere lontano. “Quando i bambini consegnano le lattine raccolte ricevono denaro subito, mentre per fare una scultura occorrono dalle 2 alle 4 settimane e poi bisogna venderla. Anche se il guadagno è molto maggiore, è difficile insegnare a un povero a guardare al domani, il suo orizzonte è limitato all’oggi e proprio per questo non riesce ad uscire dalla povertà. Quello che io voglio insegnare è proprio a crescere personalmente, ad aumentare l’autostima attraverso la soddisfazione per la realizzazione di piccole opere ed anche con il premio del maggiore guadagno, ma è difficile lottare contro il senso di precarietà di chi quando si alza non sa se mangerà a mezzogiorno. Per fortuna “commenta Osni “gli anni in Giappone oltre a nuove forme di arte, mi hanno insegnato soprattutto l’arte della pazienza, con qualcuno dei ragazzi delle favelas ce ne vuole tanta.” Osni mi conferma che l’industria dell’alluminio è attenta anche al sociale, e ha appoggiato diverse iniziative, qualcuna anche sua. Gli compro la scultura di un pesce variopinto per appenderla nel mio stand e spero che un giorno anche il piccolo João incontri qualcuno come lui.

 

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