Cibo e stampa 3D: mangeremo tecnologia?

Per tre giorni gli chef stellati Joel Castanye e Mateu Blanche, provenienti dai ristoranti La Boscana in Barcellona e elBulli a Londra, hanno servito un mix di ricette classiche e cucina molecolare creato da una stampante 3D alimentare progettata e costruita nel 2014 dalla compagnia olandese byFlow.

Con gli ingredienti base gli chef hanno creato impasti semi-fluidi in grado di essere estrusi dalla stampante, grazie alla quale sono riusciti a dare forme molti particolari ai piatti depositando strato su strato la preparazione.

Spiega Fabio Tacchella, chef della Federazione Italiana Cuochi, a IlMessaggero.it: “Le possibilità di sviluppo di questo format sono infinite, l’importante è che non ci siano tentativi di stravolgere tradizioni ben radicate, a partire da quella italiana. Non sarebbe corretto chiamare, ad esempio, Amatriciana un piatto realizzato con prodotti differenti da quelli tradizionali, solo perché sono più adatti alle stampanti. Bisogna sempre stare molto attenti che queste innovazioni non si scontrino con le tradizioni. D’altra parte però noi cuochi potremo attingere a queste tecnologie, servendocene per esaltare e migliorare i nostri prodotti, sia nell’estetica che nel gusto.”

Altri esperimenti nel settore sono stati condotti dalla Nasa per preparare cibi “spaziali” a lunga conservazione che siano nutrienti e concentrati.

Scrive Sky Tg24: “Oggi questa tecnologia viene impiegata principalmente per decorare le portate in ristoranti concettuali e di alta fascia, anche perché il macchinario necessario costa circa 4mila euro. L’obiettivo è abbassare i prezzi di produzione per rendere la stampante alimentare un prodotto comune nelle cucine di tutto il mondo.”



 

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