Giorno: 7 febbraio 2018

La Curcuma è una spezia miracolosa?

Sono già note le proprietà antinfiammatorie e antiossidanti della Curcuma, secondo un nuovo studio condotto dall’Università della California (UCLA) e pubblicato sull’American Journal of Geriatric Psychiatry sarebbe anche ottima per migliorare la memoria e l’umore.
Lo studio, che serviva a testare l’efficacia di un integratore a base di curcumina, è stato svolto su un campione di quaranta adulti dai 51 agli 84 anni accomunati da leggeri problemi di memoria. Al primo gruppo è stato somministrato del Theracurmin (90mg di curcumina) mentre, all’altro solo un placebo.
Qui il link allo studio.

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Fumetti: Bestie in via di estinzione

Bestie in via di estinzione Fumetto Jacopo Fo

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Il primo airbag per i seggiolini per bambini

La tecnologia funziona come quella dei normali airbag: in caso di impatto la sacca posta davanti al bambino si gonfia in meno di un secondo grazie a una bomboletta di anidride carbonica sotto pressione, e altrettanto velocemente si sgonfia per evitare  il soffocamento del passeggero.

Secondo i dati diffusi dell’azienda, il seggiolino con airbag aumenta del 55% la protezione del collo dei più piccoli e del 25 % quella della testa.

E’ in vendita in rete a 649 euro.

Qualche dato: secondo Adoc (Associazione difesa orientamento consumatori) nel 2015 in Italia i bambini sotto i 14 anni morti in incidenti stradali sono stati 39 e oltre 11mila sono rimasti feriti. Nel 2016 le vittime sono salite a 61 con 13mila i feriti.

Fonte: LaStampa.it, – http://www.bebeconfort.com/it-it/axissfixair.aspx)

Qui il VIDEO https://www.youtube.com/watch?time_continue=30&v=Dak6PoI7BL8

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I “Woody Papers”: la fake news del “Washington Post”

Con questo titolo è apparso sul Washington Post all’inizio di gennaio un articolo scritto in prima persona dal giornalista Richard Morgan.
Il cronista freelance ha avuto accesso alle 56 scatole di scritti personali del regista donati alla Princeton University, e ne ha raccontato il contenuto, che definisce “intriso di misoginia”.
Il fascino che le adolescenti (di solito tra i 16 e i 18 anni)  possono esercitare su un uomo maturo, già trattato in “Manhattan”, uno dei film più famosi di Allen,  sarebbe il tema dominante di molte note e appunti di possibili sceneggiature trovate in questi scatoloni, subito soprannominati “Woody Papers”.
Il giornalista parla di “ossessione vivida e insistente per le minorenni”, di “ misoginia e riflessioni lascive”, e rincara la dose: “ Allen, che e’ stato candidato 24 volte agli Oscar, non ha mai avuto bisogno di idee che andassero oltre il concetto dell’uomo licenzioso e della sua bella conquista: un’unica idea che gli ha fruttato molto nella sua lunga carriera”.
Nell’articolo vengono riportati alcuni passaggi ritrovati negli archivi. “A volte dovevo fare sesso con lei per avere una performance decente sul set. Lo facevo, ma per me era solo lavoro”, dice Allen dell’attrice Jane Margolin, con lui sul set di “Io e Annie” e “Prendi i soldi e scappa”. E ancora, parlando di Nati Abascal, interprete di “Il dittatore dello stato libero di Bananas”: “Le ho chiesto se sapesse recitare, io ho allungato la mano verso la sua coscia mentre discutevamo dello spettacolo ma lei mi ha bloccato. Abbiamo firmato il contratto ma non prima di averle parlato dell’obbligo sessuale che faceva parte del lavoro di ogni attrice che ha lavorato con me”. 
La prova definitiva che Allen è un maniaco sessuale, che le accuse di abusi su Dylan Farrow, a cui avrebbe toccato i genitali quando aveva 7 anni, sono vere? 
C’è il dettaglio che queste dichiarazioni sono tratte da una finta intervista, scritta dallo stesso Allen, quindi non si riferiscono a fatti veri, ma a un racconto di fantasia. Altre volte Allen parla di uomini attratti da giovanissime, ma si tratta di appunti per possibili sceneggiature.
Opere dell’immaginazione, fino a prova contraria, non realtà. 
Inoltre, non si può non considerare che è stato lo stesso Allen a dare questi scritti all’università di Princeton: era prevedibile che qualcuno, prima o poi, li consultasse. Quindi, per lui, non si trattava di materiale compromettente, ma di ipotesi di lavoro.  
Più che uno scoop, quello di Richard Morgan è una fake news
Non a caso pochi giorni dopo lo stesso “Washington Post” ha pubblicato le lettere di numerosi lettori, riunite sotto il titolo “A dishonest analisis of Woody Allen”, un’ indagine bugiarda su Woody Allen.

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L’ipocrisia di Hollywood verso il caso Woody Allen

Che Woody Allen fosse stato accusato di un crimine terribile: avere abusato nel 1992 di Dylan, figlia adottiva della sua compagna Mia Farrow, una bambina di 7 anni che lo considerava come un padre, era invece ben noto da 25 anni.
Ci sono stati processi, sentenze, valanghe di articoli sui giornali. Nessuno può dire, come Marion Cotillard, che ha lavorato con lui nel 2011 in “Midnight in Paris”: “All’epoca non sapevo molto sulla sua vita privata. Ero a conoscenza del fatto che avesse sposato una delle sue figlie e pensavo fosse davvero bizzarro. Non posso però giudicare qualcosa che non conosco. Devo dire però che se mi chiedesse oggi di lavorare con lui, mi farei più domande, scaverei più a fondo… ”. La faccenda era davanti agli occhi di tutti. 
Oggi molti attori e attrici dicono di essere pentiti di avere lavorato con Allen. Tra gli altri, Colin Firth, Rebecca Hall, Timothée Chamalet (oggi lanciato verso l’Oscar per “Chiamami col tuo nome“ di Luca Guadagnino).
Anche Mira Sorvino ora afferma che, potendo tornare indietro, non lavorerebbe più con Woody. Nel 1996 vinse l’Oscar come miglior attrice non protagonista per “La dea dell’amore” di Allen. Eppure la vicenda Dylan Farrow allora era freschissima, di soli 4 anni prima. Nessuno in America non la conosceva. Non le ha impedito di recitare per Woody e intascarsi la statuetta. 
Essere in un film di Woody Allen è sempre stato un fiore all’occhiello, una medaglia di cui andare fieri. Gli attori facevano a gara. Che importa se prendi pochi dollari di paga sindacale invece dei milioni a cui sei abituato? D’ora in poi potrai dire: io ho lavorato con Woody Allen! 
Dopo le sentenze, Dylan ha taciuto per molti anni, ma ha ricominciato a parlare nel 2013, tornando molte volte su quell’abuso. Nessuno, nell’integerrimo mondo hollywoodiano, ha mosso un dito, neanche in questi ultimi quattro anni. Ancora lo scorso dicembre, Dylan Farrow scriveva al “Los Angeles Times” per esprimere la sua frustrazione riguardo all’ipocrisia di un ambiente che ora indaga  e si indigna sugli abusi sessuali delle star ma rifiuta di dare credito alle sue affermazioni su Woody: “La verità è difficile da negare, ma facile da ignorare. Mi si spezza il cuore quando uomini e donne che ammiro lavorano con Allen, e poi rifiutano di rispondere a domande su questa questione”. 
Ora che tutte le attrici si vestono di nero ai Golden Globes per protesta contro gli abusi e che essere parte di questo movimento è la normalità – anzi, è anomalo chi non aderisce – è facile attaccare Allen. 
Sarebbe stato bello se qualcuno che crede nella versione di Dylan lo avesse fatto anche prima.

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Woody Allen è davvero un mostro che ha abusato di una bimba di sette anni?

Non vi forniamo la risposta, ma abbiamo studiato le carte, le sentenze, le opinioni dei vari personaggi coinvolti. Qui troverete tutti gli elementi per farti una opinione in proposito. E decidere voi stessi.
La vicenda risale al 1992, ma è tornata di attualità oggi, dopo lo scandalo che ha coinvolto il produttore Harvey Weinstein, accusato di abusi sessuali da decine di attrici. Dopo di lui moltissime altre star del cinema e persone celebri della politica e del giornalismo sono finiti sotto accusa, in America e in Europa, scatenando un movimento contro le molestie e gli abusi sessuali sui luoghi di lavoro che si è esteso a macchia d’olio in tutto l’Occidente, Italia compresa (dalle coraggiose denunce di Asia Argento fino al manifesto di 124 donne del cinema italiano pubblicato il 1 febbraio). Un movimento, diciamolo subito, sacrosanto e giustificatissimo, che si spera riesca a porre fine a una pratica disgustosa: l’utilizzo del proprio potere da parte di molti maschi per imporre ricatti sessuali alle donne. 
Nel caso di Allen, però, ci sarebbe qualcosa di diverso, e persino di peggiore: l’abuso nei confronti di una bambina incapace di difendersi, che lo considerava non solo il compagno della sua mamma, ma anche il suo papà. 
L’intervista a Woody Allen
Ho incontrato Woody Allen nel 1997, a Venezia, per un’intervista. Era proprio come ce lo si può immaginare: infagottato in pantaloni di velluto troppo larghi e in una camiciona a scacchi, mi sembrò molto timido e impacciato, anche più di quanto mi aspettavo. Parlammo a lungo del film che aveva appena terminato: “Tutti dicono I love you”, un musical con Julia Roberts ambientato in parte proprio a Venezia. Negò con forza che i suoi film siano così autobiografici come pensa il pubblico. Poi gli chiesi se era vero che pensava di fare un film sulla sua vicenda giudiziaria con Mia Farrow. Mi rispose con un filo di voce (parlò con un volume bassissimo per tutta l’intervista) che non sapeva se avrebbe fatto un film o un libro, e di certo non nell’immediato. Ma che avrebbe voluto che i suoi figli, diventati più grandi, avessero la possibilità di vedere un documento che racconti come sono andate le cose realmente, perché avevano dovuto subire cose terribili: i loro diritti erano stati calpestati. E anche i suoi. 
Quel documento, libro o film che sia, non ha mai visto la luce
Son passati molti anni, ora il regista è di nuovo sotto tiro proprio per quella vicenda. Molti attori e attrici che hanno lavorato con lui gli voltano le spalle, da Mira Sorvino a Colin Firth a Rebecca Hall. Il suo prossimo film: “A rainy day in New York”, in cui un personaggio attempato ha una relazione con una minorenne, potrebbe non uscire mai nelle sale. 
Ma come è andata veramente? La storia è lunga e intricatissima
Cerchiamo di fare ordine, partendo dalle origini, per poi raccontare i fatti e giungere a qualche considerazione.
La storia
Nel 1980 Woody Allen e l’attrice Mia Farrow iniziarono una relazione che sarebbe durata fino al 1992. Mia aveva già molti figli, alcuni dei quali adottati, come una ragazza coreana, Soon-Yi, e un bimbo coreano, Moses. Durante la relazione con Allen, Farrow adottò un’altra bimba, Dylan, ed ebbe dal regista un figlio, Ronan (anche se in seguito Mia ammise che Ronan potrebbe essere figlio di Frank Sinatra, suo marito dal 1966 al 1968, col quale evidentemente continuò ad avere rapporti anche dopo il divorzio). Le due star vivevano in case separate, e gli accordi prevedevano che Woody non si sarebbe occupato attivamente dei figli. Comunque nel dicembre 1991 Allen, che già aveva Ronan come figlio naturale, adottò Moses e Dylan.
La situazione precipitò il 13 gennaio 1992, quando Mia trovò in casa di Allen alcune foto di Soon-Yi nuda. Il regista, che all’epoca aveva 56 anni, ammise di averle scattate lui pochi giorni prima e di avere da qualche settimana rapporti intimi con la ragazza, allora 21enne. Poco dopo Soon-Yi, si trasferì a vivere a casa di Allen e nel 1997 i due si sposarono, a Venezia. Tutt’ora vivono felicemente insieme. 
La scoperta della relazione (anche se priva di risvolti di illegalità) apparve a molti quasi incestuosa: provocò mille polemiche e una separazione da Mia molto rancorosa e combattuta. Oltre che uno choc nella famiglia allargata della Farrow: quello che i figli adottivi di Mia consideravano in qualche modo un padre (anche se lui non li aveva adottati tutti, e tanto meno Soon-Yi) era l’amante di una loro sorella.
Ma il fatto più grave avvenne il 4 agosto di quell’anno, mentre si preparava una dura battaglia legale per la custodia di Dylan, Moses e Ronan
Dylan, che aveva 7 anni, dichiarò che Woody, durante una visita alla casa del Connecticut dove Mia passava le vacanze (ma l’attrice in quel momento era assente) l’aveva molestata sessualmente, toccando i suoi genitali. 
Il regista ha sempre negato, accusando la Farrow di avere manipolato la figlia contro di lui e sostenendo che è assurdo fare un abuso sessuale quando si sta lottando per la custodia dei figli: se proprio avesse voluto farlo, avrebbe avuto in passato mille occasioni più adatte. 
Suo figlio adottivo Moses ha sempre sostenuto la tesi del padre, parlando di abusi psicologici compiuti da parte della madre sulla bambina, mentre il figlio naturale Ronan ha sempre sostenuto la tesi della sorella e della madre. 
Ronan, tra l’altro, in seguito è diventato giornalista e le sue inchieste su Weinstein pubblicate sul “New Yorker” (insieme a quelle del “New York Times”)  hanno dato il via al movimento anti abusi che ora sta dilagando in tutto il mondo.
Questa la premessa, e ora veniamo alle indagini e ai processi
13 agosto 1992 
Woody Allen fa causa a Mia Farrow per la custodia dei tre figli.
17 agosto 1992
La polizia del Connecticut inizia a investigare su Woody Allen per le molestie di Dylan Farrow.
18 marzo 1993
Si conclude l’indagine del team di esperti di abusi su minori dello Yale-New Heaven Hospital, commissionata dalla polizia del Connecticut, che scagiona Allen dall’aver commesso abusi su Dylan. Il rapporto non viene mai pubblicato, ma alcuni estratti compaiono sui media. Gli esperti, dopo avere sentito tutte le parti in causa, e 9 volte Dylan (che definiscono “una bambina che ha difficoltà a distinguere tra fantasia e realtà”), affermano: “È nostra opinione che Dylan non sia stata abusata sessualmente da Mr. Allen. Inoltre crediamo che le dichiarazioni video registrate di Dylan e quelle fatte da lei direttamente a noi per le nostre valutazioni non si riferiscano a fatti realmente accaduti il 4 agosto 1992. Noi consideriamo tre ipotesi per spiegare le dichiarazioni di Dylan. La prima: che siano vere e che il signor Allen abbia abusato di lei. La seconda: che le dichiarazioni di Dylan non siano vere ma siano state fatte da una bambina emotivamente vulnerabile che era stata segnata da una famiglia disturbata e che stava reagendo alle tensioni in famiglia. La terza: che Dylan sia stata indottrinata o influenzata da sua madre, la signora Farrow. Riteniamo più verosimile che una combinazione di queste ultime due ipotesi spieghi meglio le accuse di molestia sessuale avanzate da Dylan. Mentre possiamo concludere che Dylan non abbia mai subito abusi sessuali, non possiamo sapere la verità sul resto”.
7 giugno 1993
Arriva la sentenza sulla custodia dei figli: viene data a Mia Farrow. Il giudice della Suprema Corte di New York, Elliot Wilk, non prende in considerazione il rapporto dello Yale-New Haven Hospital, perché: “Le note dei componenti il team sono state eliminate. L’indisponibilità delle note, insieme alla non volontà dei membri del team, eccetto il dottor Loewenthal, pediatra, di testimoniare in questo tribunale compromette la mia capacità di analizzare i risultati di un rapporto che è stato spurgato e, di conseguenza, risulta meno credibile”. 
Descrive Allen come un padre “egocentrico, inaffidabile e insensibile” e afferma che non ci sono prove che Mia Farrow abbia stimolato Dylan a fare le accuse o che Mia sia mossa da desiderio di vendetta contro Allen per avere sedotto Soon-Yi.
Quanto al fatto chiave, le molestie sessuali, il giudice afferma testualmente: “Probabilmente non sapremo mai cosa successe il 4 agosto 1992. Le dichiarazioni credibili di Ms. Farrow, del Dr. Coates (psicologa di alcuni dei figli di Mia – ndr), del Dr. Leventhal e di Mr. Allen provano comunque che  il comportamento di Mr. Allen verso Dylan è stato estremamente inappropriato e che misure devono essere prese per proteggerla” .
24 settembre 1993
Il pubblico ministero del Connecticut Frank Maco annuncia che, mentre ci sono “fondati motivi” per procedere contro Woody Allen, non lo farà per risparmiare a Dylan il trauma di un processo. E afferma di credere che Dylan sia stata molestata.
Una decisione che suscitò un vespaio. Un esempio tra tanti: Stephen Gillers, docente di Giurisprudenza all’università di New York e esperto di etica legale, disse: “Non dichiari un uomo colpevole e poi non lo mandi a processo, lasciandolo a difendersi da solo davanti alla stampa. È una violazione dei diritti costituzionali”.  Lo stesso Allen, in una infuocata conferenza stampa, dichiarò che, se il procuratore aveva qualche speranza di poter procedere contro di lui: “dovrebbe farlo senza fermarsi un attimo, anche se questo significasse mettere una bambina piccola nel tritacarne”.
14 gennaio 1994
Woody Allen fa appello contro la sentenza sulla custodia dei figli.
12 maggio 1994
La Corte d’Appello conferma che la custodia dei figli spetta a Mia Farrow.
Novembre 2013
Dopo un lungo silenzio, Dylan rilascia un’intervista a “Vanity Fair”, in cui ricorda quanto accadde quel 4 agosto di tanti anni prima.
1 febbraio 2014
Dylan scrive una lunga lettera, pubblicata sul “New York Times”, in cui racconta in dettaglio cosa accadde quel giorno.
5 febbraio 2014
In un’intervista a “People”, Moses Farrow difende Woody e afferma che Dylan è stata plagiata dalla madre. 
11 maggio 2016
Su “Hollywood Reporter,” Ronan Farrow scrive un appassionato articolo in cui racconta quanto sia duro per sua sorella Dylan ricordare quell’episodio e afferma di credere a quanto lei racconta
7 dicembre 2017 
Dylan Farrow scrive al “Los Angeles Times” : “Perché la MeToo revolution (il movimento contro gli abusi sessuali –ndr) ha risparmiato Woody Allen?”. 
Gennaio 2018
Molti attori, tra i quali Colin Firth, Mira Sorvino, Rebecca Hall, prendono le distanze da Woody Allen, dicono che non lavoreranno più con lui o si dispiacciono di averlo fatto. 
18 gennaio 2018 
Per la prima volta Dylan rilascia una intervista televisiva, alla Cbs, in cui rinnova le accuse a Allen: “Ero in soffitta con mio padre, mi disse di sdraiarmi sulla pancia e di giocare col trenino di mio fratello. Mentre lo facevo, sono stata assalita sessualmente. Come bambina di 7 anni, potrei dire che mi ha toccato le parti intime. Ed è quello che dissi. Come donna di 32 anni, dico che toccò le labbra e la vulva con le dita”. Allen ancora una volta nega che sia mai accaduto.
Questi i fatti, i rapporti degli esperti, le decisioni dei giudici, le dichiarazioni delle persone coinvolte. Difficile dire chi ha torto e chi ragione in questa intricatissima vicenda.
Solo due considerazioni
Woody Allen è senza dubbio uno dei più grandi registi della storia del cinema, basti citare “Il dittatore dello stato libero di Bananas”, “Provaci ancora Sam”, “Zelig” “Io e Annie”, “Match Point”, “Manhattan”, “Hannah e le sue sorelle”. E si potrebbe continuare. Ma essere un grande artista non significa necessariamente essere un grande uomo nella vita privata. Roman Polanski è stato condannato per violenza sessuale, su di lui pende un mandato di cattura negli Usa. Eppure “Rosemary’s baby” (interpretato proprio da Mia Farrow), “Chinatown” o “Il pianista” restano grandi film. Caravaggio è stato un violento e un assassino, ma anche uno dei più grandi pittori della storia. Una cosa non assolve l’altra. Sono semplicemente piani da tenere separati. Un artista eccezionale può essere un uomo disgustoso:  è giusto continuare apprezzarlo per le sue opere, e nello stesso tempo criticarlo, e se è il caso condannarlo, per i suoi comportamenti. 
Woody Allen non è stato certo un buon padre. “Non sa i nomi degli amici dei suoi figli, non sa come si chiamano i loro animaletti di compagnia, non sa chi di loro divide la camera con altri fratelli, non sa come vanno a scuola…” dice la sentenza che gli nega la custodia dei figli. Ma non essere un buon padre non fa di lui un mostro che abusa di una bimba di 7 anni.  
Nessuna sentenza lo condanna. Ma nessuna sentenza lo assolve pienamente. “Non sapremo mai cosa successe il 4 agosto 1992… ma il comportamento di Mr. Allen fu estremamente inappropriato”, dice un giudice. E l’altro: “ Ci sono fondati elementi per processarlo, ma non lo faccio per il bene della bambina”. È strana, quasi incomprensibile, questa giustizia che lancia il sasso e ritira la mano, che un po’ accusa, ma poi si volta dall’altra parte.
Quanto al giudizio morale, spetta ad ognuno di noi. Qui ci siamo limitati a fornirvi gli elementi, i fatti, per giudicare. Ora tocca a voi. 

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L’Europa dice no alla plastica

Tonnellate di plastica che poi ritroviamo nell’acqua sotto forma di microplastiche come risulta dal rapporto della Orb Media di cui abbiamo già parlato.

Del problema si sta occupando anche la Commissione Europea, che ha deciso di rivedere la direttiva sulle acque potabili così da rendere più trasparente l’informativa ai cittadini, migliorare gli standard qualitativi e le infrastrutture per ridurre il consumo dell’acqua in bottiglia.

Il vicepresidente della Commissione, l’olandese Timmermans, ha dichiarato di non voler imporre ai servizi pubblici di servire acqua dal rubinetto ma: “Bisogna dare ai cittadini gli strumenti per scegliere”.

Qui il testo della proposta di revisione della normativa UE.

Grazie a questa iniziativa la Commissione stima di ridurre del 17 per cento il consumo dell’acqua in bottiglia con un risparmio di 600 milioni di euro all’anno per le famiglie europee e una conseguente riduzione dell’inquinamento.

In attesa dell’Europa un filtro a struttura composita può permetterci di bere in tutta tranquillità l’acqua del rubinetto che è buona, pura e controllata ma che può avere un sapore poco piacevole. Questo filtro semplicemente elimina dall’acqua odori e sapori sgradevoli.

Evviva l’acqua del Sindaco!

 

 

 

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