Saper leggere e scrivere

Quando noi devoti di Krishna o aspiranti tali distribuiamo i nostri libri e le riviste non chiediamo alle persone se sanno leggere o scrivere.
Pensiamo che l’analfabetismo sia il ricordo di un lontano passato.
Eppure tempo fa mi trovavo nella banca di un piccolo paese emiliano, sentii una signora di una certa età che spiegava al cassiere di dover incassare un assegno ma di non poter compilare la distinta perché non sapeva leggere né scrivere. L’impiegato, osservato attentamente l’assegno, le chiedeva allora chi mai lo avesse firmato, dato che la firma corrispondeva al nome della donna. Un po’ spaventata, la povera signora rispondeva: “Ha firmato mia figlia”.
L’impiegato avvertiva la donna che la figlia aveva commesso un reato, ma che comunque lei avrebbe potuto incassare l’assegno presentandosi con due testimoni, in presenza dei quali avrebbe dovuto fare una croce sull’assegno. Oggi, almeno in Occidente, essere analfabeti rende le cose più difficili e complicate. Tra il 1960 e il 1968 la RAI trasmise un corso, “Non è mai troppo tardi”, per coloro che non sapevano leggere e scrivere.
Oggi, quando ormai quasi tutti sono in grado di capire e decifrare il messaggio scritto e parlato, nascono nuovi linguaggi sempre più complessi e specializzati.
Vi sono accademici che scrivono libri oscuri e accessibili solo a pochi “addetti”: perché lo fanno?
Per distinguersi, per elevarsi, per non mescolarsi con il popolo che ha ormai “imparato” e potrebbe facilmente individuare la fragilità di una certa cultura.
Molti malati non capiscono bene da quale malattia sono afflitti, perché medici e farmacisti sono enigmatici con i loro pazienti. Pare comunque che i maestri insuperabili dell’incomprensibilità filologica siano alcuni politici.
Molti discorsi sono assolutamente incomprensibili, le menti si smarriscono facilmente davanti a uno sciorinarsi di frasi ridondanti, costruite con maestria e farcite di citazioni e di parole rare.
Eppure abbiamo tutti imparato a leggere e scrivere! O no?
La mente umana cerca disperatamente la chiarezza, ma rispetta e subisce in modo infantile il fascino del mistero. Gli scienziati usano un difficile linguaggio tecnico, i pochi filosofi rimasti emettono costantemente suoni e parole arcane. Non basta più saper leggere e scrivere, in molti casi sono necessari la laurea e talvolta un corso di specializzazione postuniversitario. Per capire che cosa? Quello che molti avevano capito da tempo: che cerca e ricerca le eterne domande dell’uomo sono ancora senza risposta.
I Veda dicono che una volta gli uomini parlavano un’unica lingua e parlavano chiaro. Non c’era differenza tra quello che pensavano e quello che dicevano.
Le menti erano potenti, la sensibilità umana, più sviluppata, favoriva la relazione con Dio.
Anche la Bibbia afferma che una volta, prima della Torre di Babele, c’erano un solo popolo e un’unica lingua.
La discordia e l’ipocrisia caratteristiche del nostro tempo, definito dai Veda come l’era nera o era di Kali, hanno generato lingue diverse originate però da un unico linguaggio, il sanscrito.
Oggi, nell’ambito di una stessa lingua, gruppi di potere diversi creano linguaggi diversi per poter disorientare e controllare meglio il povero individuo (sprovveduto e indifeso).
Le religioni hanno creato rituali difficili e intricati, le scienze hanno prodotto trattati aridi e inaccessibili, i politici giocano con le parole, con la maestria, il coraggio, e la sbruffonaggine dei giocolieri; la gente china il capo disorientata e lavora duro per permettere ai figli di studiare, di “capire”.
Nel donare all’umanità la saggezza dei Veda, Srila Prabhupada affermò che il suo unico merito consisteva nell’aver tradotto senza aggiungere o togliere niente all’originale.
Agli apostoli smarriti e spaventati per la dipartita di Gesù, lo Spirito Santo diede il dono della glossolalia, la capacità di parlare e di capire tutte le lingue del mondo.
Da quando sono un aspirante devoto di Krishna, ho incontrato anch’io delle difficoltà nel comunicare con i devoti stranieri.
Devoti tedeschi, francesi, russi, indiani, cinesi, svedesi, culture e lingue diverse, eppure c’è stato sempre un momento in cui la comunicazione tornava a scorrere fluida e felice per tutti.
E’ il momento del kirtan, della danza e del canto collettivo dei nomi di Dio: Hare Krsna, Hare Krsna, Krsna Krsna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare.
E’ una comunicazione solare, chiara, aperta, un linguaggio spirituale che abbraccia eruditi e analfabeti.
La parola e la scrittura non devono diventare armi con cui ferire o catturare.
Leggiamo, scriviamo e comunichiamo per amare; questo è almeno il nostro scopo e forse anche il vostro. Altrimenti non sareste rimasti a leggere o ascoltare fin qui.
Dateci una mano. Miglioriamo il mondo, miglioriamo noi stessi.
Non dobbiamo usare la mente come se fosse un’arma. Non dobbiamo scrivere o leggere i libri per sentirci superiori, incutere timore e rispetto.
Se diventeremo più semplici, i nostri pensieri saranno più forti e più comprensibili, altrimenti l’arcano, l’oscuro e l’indecifrabile domineranno la nostra vita. Saremo spaventati dalla cultura che avremo prodotto proprio con la stessa facilità con cui un bambino è terrorizzato dalla propria ombra.

Renzo Samaritani (Ramananda Das)

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