BRIAN WEISS – M O L T E V I T E M O L T I M A E S T R I

Brian Weiss


Molte vite, molti maestri









Premessa
So che vi è una ragione per tutto. Forse nel momento in cui una cosa avviene non abbiamo né l’intuizione né il presentimento per comprenderne la ragione, ma col tempo e la pazienza, essa viene alla luce.
Così fu con Catherine. La incontrai nel 1980, quando aveva ventisette anni. Era venuta nel mio studio cercando aiuto per attacchi di ansietà, panico e fobie. Sebbene questi sintomi si fossero presentati fin dall’infanzia, negli ultimi tempi erano molto peggiorati. Ogni giorno di più si sentiva paralizzata emotivamente e incapace di agire. Era atterrita e incomprensibilmente depressa.
In contrasto con il caos che invadeva allora la sua vita, la mia fluiva tranquillamente. Ero felicemente sposato, avevo due bambini e una carriera promettente.
Fin dall’inizio la mia vita sembrava avere seguito un corso senza ostacoli. Ero cresciuto in una casa piena d’affetto. I successi accademici erano venuti facilmente e già nel secondo anno di università avevo deciso di divenire psichiatra.
Avevo ottenuto con lode i diplomi Phi Beta Kappa dalla Columbia University di New York nel 1966. E alla Vale University School of Medicine avevo conseguito la laurea nel 1970. Dopo un internato al New York University-Bellevue Medicai Center, ero tornato a Vale per completare la specializzazione in psichiatria. In seguito ero entrato nel corpo docente dell’Università di Pittsburgh. Due anni dopo ero passato all’Università di Miami come direttore della divisione di psicofarmacologia. Là avevo raggiunto fama nazionale nei campi della psichiatria biologica e della tossicodipendenza. Dopo quattro anni all’università fui promosso al grado di professore associato di psichiatria alla facoltà di medicina e nominato primario di psichiatria in un grande ospedale di Miami collegato all’università. A quel tempo avevo già pubblicato trentasette fra scritti scientifici e libri nel mio campo.
Anni di studio disciplinato avevano abituato la mia mente a pensare da scienziato e da fisico lungo gli angusti sentieri del conservatorismo nella mia professione. Negavo tutto ciò che non potesse essere provato con i metodi scientifici tradizionali. Conoscevo alcuni studi di parapsicologia che venivano condotti nelle maggiori università del paese, ma essi non richiamavano la mia attenzione. Tutto questo mi sembrava troppo cervellotico e raffazzonato.
Poi incontrai Catherine. Per diciotto mesi usai metodi :onvenzionali di terapia per eliminare i suoi sintomi.
Quando nulla parve funzionare tentai l’ipnosi. In una se- ne di stati di trance, Catherine rievocò ricordi di «vite passate» che si dimostrarono i fattori causali dei suoi sintomi.
Lei riuscì anche ad agire come canale di informazione per «entità spiritiche» altamente evolute e attraverso di esse rivelò molti segreti della vita e della morte. In soli pochi mesi i suoi sintomi scomparvero e lei riprese la sua vita, più felice e tranquilla di quanto fosse mai stata.
Nulla mi aveva preparato a questo. Rimasi assolutamente stupito quando questi eventi si rivelarono.
Non ho una spiegazione scientifica per quello che è avvenuto. Vi sono troppe cose nella mente umana che si trovano al di là della nostra comprensione. Forse, sotto ipnosi,

Catherine riusciva a mettere a fuoco la parte della sua mente subconscia in cui conservava ricordi di vite passate, o forse aveva incontrato ciò che lo psicanalista Cari Jung definiva «inconscio collettivo», la fonte di energia che ci circonda e contiene i ricordi dell’intera razza umana.
Gli scienziati stanno cominciando a cercare queste risposte. Noi, come società, abbiamo molto da guadagnare dalla ricerca nei misteri della mente, dell’anima, della continuazione della vita dopo la morte e dell’influenza delle nostre esperienze di vite passate sul nostro comportamento presente. Ovviamente le ramificazioni sono illimitate, specialmente nei campi della medicina, della psichiatria, della teologia e della filosofia.
Comunque, una ricerca rigorosamente scientifica in questo campo è ancora agli esordi. Grandi passi sono stati fatti per scoprire questa informazione, ma il processo è lento e incontra molta resistenza da parte degli scienziati come della gente comune.
Nel corso della storia, il genere umano ha resistito al cambiamento e all’accettazione di nuove idee. Quando Galileo scoprì le lune di Giove, gli astronomi del suo tempo si rifiutarono di accettarle e perfino di guardare questi satelliti perché l’esistenza di tali lune contrastava con le loro credenze. Lo stesso avviene oggi con gli psichiatri e gli altri terapeuti, che si rifiutano di esaminare e prendere in considerazione le considerevoli prove raccolte sulla sopravvivenza alla morte corporea e sui ricordi di vite passate. I loro occhi restano strettamente chiusi.

Questo libro è il mio piccolo contributo alla ricerca in corso nel campo della parapsicologia, specialmente nel ramo che tratta delle esperienze prima della nascita e dopo la morte. Ogni parola che leggerete è vera. Io non ho aggiunto nulla, e ho cancellato solo quelle parti che risultavano ripetizioni. Ho leggermente modificato l’identità di Catherine per rispettarne la privacy.
Mi sono occorsi quattro anni per scrivere ciò che è avvenuto, quattro anni per radunare il coraggio di affrontare il rischio professionale di rivelare queste scoperte non ortodosse. Improvvisamente una sera, sotto la doccia, mi sentii costretto a mettere queste esperienze nero su bianco. Ebbi la precisa sensazione che era giunto il momento giusto, che non dovevo più tener celata questa informazione. La lezione che avevo imparato doveva essere condivisa con altri e non essere tenuta nascosta. La conoscenza mi era giunta attraverso Catherine e adesso doveva divulgarsi attraverso di me. Sapevo che nessuna possibile conseguenza che avrei potuto affrontare sarebbe stata dannosa come il non condividere le conoscenze che avevo guadagnato circa l’immortalità e il vero significato della vita.
Uscii subito dalla doccia e mi sedetti alla scrivania con tutte le registrazioni che avevo fatto durante le sedute con Catherine. Nelle prime ore del mattino, pensai al mio vecchio nonno ungherese, morto quando ero ancora adolescente. Ogni volta che gli dicevo di aver paura di affrontare un rischio, mi incoraggiava affettuosamente ripetendomi nel suo inglese: «Vat thè hell [al diavolo!]», mi diceva, «vat thè hell».

Capitolo 1: Catherine


La prima volta che vidi Catherine, indossava un vivace abito cremisi e stava sfogliando nervosamente una rivista nella mia sala d’aspetto. Era visibilmente ansiosa. Per i precedenti venti minuti aveva passeggiato su e giù per il corridoio degli uffici del Dipartimento di Psichiatria, cercando di convincersi di mantenere l’appuntamento preso con me e non fuggire.
Entrai nella stanza per salutarla e ci stringemmo la mano. Le erano occorsi due mesi per raccogliere il coraggio di fissare un appuntamento sebbene fosse stata caldamente consigliata di cercare il mio aiuto da due medici in cui aveva fiducia. Finalmente era lì. Catherine è una donna straordinariamente attraente, con capelli biondi di media lunghezza e occhi color nocciola. In quel tempo lavorava come tecnico di laboratorio nell’ospedale in cui ero direttore di Psichiatria, e si procurava un guadagno extra come indossatrice di costumi da bagno e abiti da spiaggia.
La condussi nel mio ufficio, a una grande poltrona di cuoio. Ci sedemmo di fronte, separati dal mio tavolo semicircolare. Catherine si addossò alla poltrona in silenzio, non sapendo da dove cominciare. Io attesi, preferendo che scegliesse lei l’inizio ma, dopo qualche minuto, cominciai a farle domande sul suo passato. In quella prima visita chiarimmo chi era e perché era venuta da me.
Rispondendo alle mie domande, Catherine mi espose la storia della sua vita. Era la tipica americana media, allevata in una famiglia cattolica conservatrice in una cittadina del Massachusetts. Suo fratello, nato tre anni prima di lei, era molto atletico e godeva di una libertà che a lei non era mai stata concessa. La sorella, più giovane, era la favorita di entrambi i genitori.
Quando cominciammo a parlare dei suoi sintomi, divenne notevolmente più tesa e nervosa. Parlava rapidamente e si chinava in avanti appoggiando i gomiti al tavolo. La sua vita era sempre stata oppressa da paure. Temeva l’acqua, aveva paura di soffocare al punto di non potere inghiottire pillole, aveva paura degli aeroplani, aveva paura del buio ed era atterrita dall’idea della morte. Negli ultimi tempi le sue paure erano peggiorate. Per sentirsi sicura, spesso dormiva in uno stanzino senza porte, nel suo appartamento.
Impiegava due o tre ore prima di potersi addormentare.
Aveva il sonno leggero e irregolare, e si svegliava spesso.
Erano tornati gli incubi e gli episodi di sonnambulismo che avevano turbato la sua fanciullezza. Via via che queste paure e questi sintomi si facevano più paralizzanti, lei diveniva sempre più depressa.
Mentre Catherine continuava a parlare, sentivo che soffriva profondamente. Per anni avevo aiutato pazienti come Catherine nelle loro angosce e nelle loro paure, ed ero certo di poter aiutare anche lei. Decisi che avremmo cominciato a scavare nella sua infanzia cercando l’origine dei problemi. Di solito questo tipo di ricerca serve ad alleviare l’ansietà. Se necessario, e se lei fosse riuscita a inghiottire delle pillole, le avrei dato qualche blando sedativo. Era questo il trattamento consueto per i sintomi di Catherine e io non avevo mai esitato a usare tranquillanti o anche farmaci antidepressivi per trattare paure e ansietà croniche e gravi. Adesso uso queste medicine molto più raramente e solo temporaneamente. Nessuna medicina può raggiungere le vere radici di questi sintomi. Le mie esperienze con Catherine e altri simili casi me lo hanno dimostrato. Adesso so che possono esservi cure e non solo soppressioni o dissimulazioni dei sintomi.
Durante la prima seduta cercai di sospingerla delicatamente verso la sua infanzia. Poiché Catherine ricordava stranamente pochi eventi dei suoi primi anni, mi proposi di ricorrere all’ipnoterapia come una possibile scorciatoia per superare queste dimenticanze. Lei non riusciva a ricordare ogni momento particolarmente traumatico della sua infanzia che potesse spiegare l’epidemia di paure nella sua vita.
Mentre si sforzava di ricordare, emergevano frammenti isolati di ricordi. Aveva circa cinque anni quando era rimasta terrorizzata per essere stata spinta giù da un trampolino in una piscina. Mi disse tuttavia che già da prima di questo incidente, non si era mai sentita a suo agio nell’acqua. Quando Catherine aveva undici anni, sua madre aveva avuto una grave depressione. Questo strano ritrarsi di sua madre dalla vita familiare rese necessario il ricorso a uno psichiatra e conseguenti trattamenti con elettroshock. Tali trattamenti avevano reso difficile a sua madre ricordare le cose. L’esperienza materna aveva atterrito Catherine, ma via via che sua madre migliorava e tornava se stessa, Catherine mi disse che le sue paure si dissipavano. Suo padre ebbe una lunga storia di alcolismo, e talora il fratello di Catherine aveva dovuto condurlo via dal suo bar abituale. Il crescente uso di alcool da parte del padre, lo aveva portato ad avere frequenti contrasti con sua madre, che allora diveniva di cattivo umore e chiusa in se stessa. Tuttavia Catherine considerava tutto questo come un’accettata consuetudine familiare.
Le cose andavano meglio fuori di casa. Lei frequentava le scuole superiori e comunicava facilmente con i suoi amici che, per la maggior parte, conosceva da anni. Tuttavia trovava difficile aver fiducia negli altri, specialmente in coloro che non facevano parte della ristretta cerchia degli intimi.
La sua religione era semplice e indiscutibile. Era stata educata a credere nell’ideologia e nelle pratiche tradizionali cattoliche e non aveva mai dubitato della verità e della validità della sua fede. Credeva che, se si è buoni cattolici e si vive osservando la fede e i suoi riti, si è compensati andando in cielo; altrimenti bisogna sperimentare il purgatorio o l’inferno. Un Dio patriarcale e suo Figlio prendono queste decisioni conclusive. In seguito seppi che Catherine non credeva nella reincarnazione; in realtà sapeva molto poco su questo concetto, sebbene avesse letto qualche cosa sull’induismo. La reincarnazione era un’idea contraria alla sua educazione. Non aveva mai avvicinato la letteratura metafisica o occulta non avendo interesse per essa. Si sentiva sicura nelle sue credenze. ‘ Dopo le scuole superiori, aveva seguito un corso professionale di due anni, divenendo tecnico di laboratorio. Munita di un diploma e incoraggiata dal trasferimento di suo fratello a lampa, Catherine trovò un lavoro a Miami, presso un grande ospedale affiliato con l’Università della Miami School of Medicine. Si trasferì a Miami nella primavera del 1974 all’età di ventun anni.
La vita di Catherine in una piccola città era stata più facile di quella di Miami, tuttavia lei era contenta di essere sfuggita ai suoi problemi familiari.
Durante il suo primo anno a Miami, Catherine incontrò Stuart. Sposato, ebreo e con due figli, era del tutto diverso da ogni altro uomo che avesse avvicinato. Era un medico di successo, forte e aggressivo. Tra loro vi fu un’irresistibile attrazione, ma la loro relazione fu difficile e tempestosa.

Qualche cosa in lui distrusse la sua passione e la svegliò come da un incanto. Quando Catherine cominciò la terapia, i suoi rapporti con Stuart duravano da sei anni ed erano ancora molto vivi ma non felici. Catherine non poteva resistere a Stuart sebbene lui la trattasse freddamente e lei fosse furiosa per le sue menzogne, per le sue promesse non mantenute, per i suoi raggiri.
Parecchi mesi prima del suo appuntamento con me, Catherine aveva dovuto subire un intervento chirurgico alle corde vocali per un nodulo benigno. Era stata ansiosa prima
dell’intervento, ma rimase assolutamente atterrita al suo risveglio in corsia. Gli infermieri impiegarono ore per calmarla. Dopo il suo ricovero all’ospedale, si era rivolta al dottor Edward Poole. Ed era un affabile pediatra che Catherine aveva incontrato lavorando all’ospedale.
Entrambi avevano simpatizzato ed erano divenuti amici.
Catherine parlava liberamente a Ed e gli aveva detto delle sue paure, della sua relazione con Stuart e della sensazione di star perdendo il controllo sulla propria vita. Lui aveva insistito perché fissasse un appuntamento con me e solo con me, e non con qualche altro psichiatra del mio gruppo. Quando Ed mi telefonò per dirmelo, mi spiegò che, per varie ragioni, pensava che solo io potevo realmente capire Catherine, anche se gli altri psichiatri avevano eccellenti credenziali ed erano abili terapeuti. Catherine, comunque, non mi telefonò.
Passarono otto settimane. Preso dal mio lavoro come responsabile del dipartimento di psichiatria, io avevo dimenticato la telefonata di Ed. Le paure e le fobie di Catherine peggiorarono. Il dottor Frank Acker, direttore di chinirgia, aveva conosciuto casualmente Catherine da anni, e spesso scherzavano bonariamente fra loro quando lui visitava il laboratorio in cui lei lavorava. Frank si era accorto del suo malessere e sentiva la sua tensione. Più volte era stato sul punto di dirle qualche cosa, ma aveva esitato.
Un pomeriggio, mentre si recava in macchina a un piccolo ospedale fuori mano per tenervi una lezione, vide Catherine che tornava a casa e istintivamente la salutò sul ciglio della strada. «Voglio che vada dal dottor Weiss, subito», le gridò attraverso il finestrino. «Senza indugi. Sebbene i chirurghi spesso agiscano impulsivamente, lo stesso Frank fu sorpreso del suo impeto.
Gli attacchi di panico e di ansietà di Catherine erano divenuti sempre più numerosi e duraturi. Aveva cominciato ad avere incubi ricorrenti. In uno di essi un ponte franava mentre lei lo attraversava in macchina. L’automobile cadeva nell’acqua e lei vi restava chiusa dentro e annegava. In un secondo sogno si trovava chiusa in una stanza buia senza poter trovare una via di uscita. Finalmente venne da me.
Al tempo della mia prima seduta con Catherine, non avevo idea che la mia vita stesse per trasformarsi, che l’atterrita e confusa donna dall’altra parte del mio tavolo sarebbe stata un catalizzatore e che io non sarei più stato lo» stesso.


Capitolo 2: La prima seduta


Trascorsero diciotto mesi di intensa psicoterapia: Catherine veniva a trovarmi una o due volte la settimana. Era una buona paziente, loquace, intuitiva e con un gran desiderio di guarire.
Durante quel tempo esaminammo i suoi sentimenti, i suoi pensieri e i suoi sogni. Il riconoscimento dei suoi ricorrenti modi di comportamento le permise di intuire e di capire. Ricordava sempre più significativi particolari del suo passato come le assenze di suo padre sempre in viaggio per mare e, ogni tanto, le sue violente esplosioni per avere bevuto troppo. Capì molto di più sulla sua turbolenta relazione con Stuart, ed espresse in modo più appropriato la sua rabbia. Ero sicuro che avrebbe dovuto essere molto migliorata. I pazienti quasi sempre migliorano quando ricordano le influenze sgradevoli del loro passato, quando imparano a riconoscere e a correggere i modelli di comportamento inadatti e quando sviluppano vedute interiori considerando i loro problemi da una prospettiva più vasta e distaccata. Ma Catherine non era migliorata. Attacchi di ansietà e di panico la torturavano incessantemente. Gli incubi vivaci e ricorrenti continuavano, e lei era ancora atterrita dal buio, dall’acqua e dalla claustrofobia. Il suo sonno era ancora frammentario per cui non riposava. Aveva palpitazioni cardiache. Continuava a rifiutare ogni farmaco per la paura di inghiottire pillole. Avevo l’impressione di trovarmi davanti a un muro e che, qualunque cosa facessi, quel muro sarebbe rimasto così alto che nessuno di noi avrebbe potuto superarlo. Ma al mio senso di frustrazione si aggiunse un nuovo senso di decisione. In qualche modo dovevo aiutare Catherine.

E allora avvenne una strana cosa. Sebbene avesse una gran paura di volare, e dovesse rassicurarsi con numerose bevute quando era in aeroplano, Catherine accompagnò Stuart a una conferenza medica a Chicago nella primavera del 1982. Là lo spinse a visitare la mostra egiziana al museo d’arte, dove si unirono a un gruppo guidato.
Catherine si era sempre interessata all’arte dell’antico Egitto e alle immagini di opere di quel periodo. Non era una studiosa e non aveva mai studiato la storia egiziana, ma, in qualche modo, tutto ciò le appariva familiare.
Quando la guida cominciò a descrivere alcuni dei manufatti che erano in mostra, lei si trovò a correggerla… e aveva ragione. La guida era meravigliata; Catherine sbigottita. Come sapeva queste cose? Perché si sentiva così sicura di avere ragione da correggere la guida in pubblico? Forse erano ricordi dimenticati della sua infanzia.

Al successivo appuntamento mi raccontò quello che era accaduto. Alcuni mesi prima le avevo suggerito l’ipnosi, ma lei aveva paura e non aveva accettato. Dopo la sua esperienza alla mostra egiziana, pur con riluttanza accettò.
L’ipnosi è un eccellente strumento per aiutare un paziente a ricordare incidenti dimenticati da lungo tempo. In questo non vi è nulla di misterioso: è uno stato di concen- traziòne messa a fuoco. Dietro le istruzioni di un ipnotizzatore esperto, il corpo del paziente si rilassa provocando un acuirsi della memoria. Io ho ipnotizzato centinaia di pazienti e l’ho trovato utile per ridurre l’ansietà, eliminare le fobie, cambiare le cattive abitudini e facilitare la rievocazione di episodi repressi. Una volta ero riuscito a far regredire pazienti alla loro prima infanzia, fino a quando avevano due o tre anni, risvegliando così ricordi di traumi dimenticati che avevano sconvolto le loro vite. Ero sicuro che l’ipnosi avrebbe aiutato Catherine.

Dissi a Catherine di sdraiarsi sul lettino con gli occhi leggermente chiusi e la testa appoggiata a un piccolo cuscino.
Dapprima ci concentrammo sul suo respiro. A ogni esalazione lei rilassava tensioni e ansietà accumulate; a ogni inalazione si rilassava ancor più. Dopo alcuni minuti di questo esercizio le dissi di visualizzare i suoi muscoli che si rilassavano progressivamente, a cominciare dai muscoli del volto e delle mascelle, poi quelli del collo, delle spalle, delle braccia, fino ai muscoli dello stomaco e delle gambe. Lei sentì tutto il suo corpo affondare sempre più nel lettino.
Poi le dissi di visualizzare una brillante luce bianca al sommo della sua testa, nel suo corpo. Infine, dopo avere diffuso lentamente la luce per tutto il suo corpo, rilassai completamente ogni muscolo, ogni nervo, ogni organo, tutto il suo organismo, portandola in uno stato di distensione e di pace sempre più profondo. Lei si sentì sempre più assonnata, sempre più calma e serena. Da ultimo, dietro mia indicazione, la luce riempì il suo corpo e, insieme, la circondò.
Contai piano alla rovescia da dieci a uno. A ogni numero entrava in un più profondo livello di rilassamento. Il suo stato di trance divenne più intenso. Lei potè concentrarsi sulla mia voce ed escludere tutti i rumori di fondo. Giunti a uno, lei era già in uno stato di ipnosi relativamente profonda. Tutto il processo aveva richiesto circa venti minuti.
Dopo un poco cominciai a farla regredire chiedendole di rievocare ricordi di età sempre più infantili. Lei riuscì a parlare e a rispondere alle mie domande pur rimanendo in un livello di ipnosi profonda. Ricordò un’esperienza traumatica dal dentista, avvenuta quando aveva sei anni.
Ricordò vivamente la paurosa esperienza avuta a cinque anni quando era stata spinta giù dal trampolino in una piscina. Lei si era sentita soffocare e aveva inghiottito dell’acqua, e, parlandone, cominciò a mostrare sintomi di soffocamento nel mio studio. Le suggerii che l’esperienza era finita e che lei era fuori dell’acqua. Il senso di soffocamento cessò e lei riprese a respirare normalmente. Era sempre in trance profonda.
All’età di tre anni era avvenuto l’episodio peggiore. Ricordò di essersi svegliata nella sua buia stanza da letto e di accorgersi che suo padre era entrato. Sapeva di alcool, e anche adesso lei ne sentiva l’odore. Lui la toccò e l’accarezzò, anche «lì giù». Atterrita si mise a gridare, così che lui le coprì la bocca con la sua rozza mano. Lei non poteva respirare. Nel mio studio, sul mio lettino, venticinque anni dopo, Catherine cominciò a singhiozzare. Ebbi la certezza che adesso avevamo l’informazione, la chiave del mistero. E non ebbi dubbi che i suoi sintomi sarebbero migliorati rapidamente e drammaticamente. Le suggerii piano che l’esperienza era finita, e che lei non era più nella sua stanza da letto, ma stava riposando tranquilla, sempre in trance. I singhiozzi finirono. La riportai al presente. La svegliai dopo averle dato l’ordine, per suggestione postipnotica, di ricordare tutto quello che mi aveva detto. Dedicammo il resto della seduta a discutere il suo ricordo improvvisamente vivo del trauma col padre. Cercai di aiutarla ad accettare e integrare la sua «nuova» conoscenza. Adesso capì le sue relazioni col padre, le reazioni di lui, il suo distacco da lei, e la paura che le faceva. Tremava ancora quando lasciò lo studio, ma io sapevo che la conoscenza così ottenuta meritava questa momentanea afflizione.
Nel dramma di scoprire i suoi ricordi penosi e profondamente repressi, avevo del tutto dimenticato di cercare possibili collegamenti infantili con la sua competenza circa i manufatti egiziani. Ma, perlomeno, sapeva molto di più sul suo passato. Aveva ricordato molti eventi paurosi, e io mi aspettavo un significativo miglioramento dei suoi sintomi. Nonostante queste nuove conoscenze, la settimana successiva mi riferì che i suoi sintomi erano rimasti intatti, gravi come sempre. Io rimasi meravigliato. Non riuscivo a capire che cosa c’era che non andava. Era forse successo qualche cosa prima dei tre anni? Avevamo scoperto ragioni più che sufficienti per la sua paura di soffocare, dell’acqua, del buio, di
sentirsi chiusa, e tuttavia le traumatizzanti paure e i sintomi, le ansietà incontrollate turbavano ancora i suoi momenti di veglia. I suoi incubi erano paurosi come prima. Decisi di farla regredire ulteriormente.
Ipnotizzata, Catherine parlava in un lento e deliberato sussurro. Per questo potevo trascrivere con precisione le sue parole e ho potuto citarla letteralmente. (I puntini rappresentano pause nella sua parlata, non parole omesse perché non ho potuto trascriverle. Tuttavia alcune espressioni ripetute non sono state incluse qui.) Pian piano la riportai all’età di due anni, ma non rievocò ricordi significativi. Le diedi istruzioni chiare e precise: «Regredisca fino all’età da cui derivano i suoi sintomi». Ero del tutto impreparato per quello che avvenne allora.

«Vedo dei gradini bianchi che portano a un edificio, un grande edificio bianco con colonne, aperto sul davanti.
Non vi sono portali. Indosso un abito lungo… un sacco di stoffa grezza… I capelli sono intrecciati, biondi e lunghi.

Ero confuso. Non mi sentivo sicuro di ciò che succedeva.
Le chiesi quanti anni avesse e come si chiamasse. «Aronda…
Ho diciotto anni. Vedo un mercato davanti all’edificio. Vi sono delle ceste… Le ceste vengono portate sulle spalle. Viviamo in una valle… Non c’è acqua. L’anno è il 1863 prima di Cristo. La zona è nuda, calda, sabbiosa. C’è un pozzo, non vi sono fiumi. L’acqua viene a valle dai monti.» Quando ebbe riferito altri particolari topografici, le dissi di avanzare di qualche anno e dirmi quello che vedeva.
«Vi sono alberi e una strada di pietra. Vedo un fuoco e gente che cucina. Ho i capelli biondi. Indosso un lungo e rozzo abito scuro, e sandali. Ho venticinque anni. Ho una bambina il cui nome è Cleastra… E Rachel. Rachel è attualmente sua nipote; hanno sempre avuto relazioni molto strette.! Fa molto caldo.

Io ero sbigottito. Mi sentivo un nodo allo stomaco, la stanza era fredda. Le sue visualizzazioni e i suoi ricordi sembravano precisi. Lei non procedeva per tentativi. I nomi, le date, le vesti, gli alberi… tutto era visto con grande esattezza.
Che cosa succedeva? Come, la bambina che aveva allora, poteva essere oggi sua nipote? Ero sempre più confuso.

Avevo esaminato migliaia di pazienti, molti sotto ipnosi, e non avevo mai incontrato fantasie come questa, neppure nei sogni. Le ordinai di proseguire fino al tempo della sua morte. Non sapevo bene come intervistare un paziente nel mezzo di una così evidente fantasticheria (o ricordo?), ma ero alla ricerca di eventi traumatici derivati da paure e con sintomi ricorrenti. Ciò che era avvenuto al momento della sua morte poteva essere stato particolarmente traumatico.


A quanto sembrava un’inondazione o una marea stava devastando il villaggio.
«Vi sono grandi onde che abbattono gli alberi. Non vi è via di scampo. Fa freddo; l’acqua è fredda. Devo salvare la mia bambina, ma non posso… posso solo tenerla stretta. Annego; l’acqua mi soffoca. Non posso respirare, non posso inghiottire… acqua salata. La bambina mi è strappata dalle braccia. Catherine ansimava e aveva difficoltà di respiro. D’improvviso il suo corpo si rilassò completamente, e il suo respiro divenne profondo e regolare.
«Vedo delle nubi… La mia bambina è con me. E altri del mio villaggio. Vedo mio fratello.» Adesso riposava; quella vita era finita. Lei era ancora in trance profonda. Ero sbalordito. Vite anteriori? Reincarnazione? La mia mente clinica mi diceva che non stava fantasticando, che non inventava nulla. I suoi pensieri, le sue espressioni, la sua attenzione ai particolari, tutto era diverso dal suo stato cosciente. L’intera gamma delle possibili diagnosi psichiatriche attraversò la mia mente, ma il suo stato psichico e la
struttura del suo carattere non spiegavano queste rivelazioni. Schizofrenia? No, non aveva mai dato prova di un disordine nel conoscere o nel pensare. Non aveva mai sperimentato allucinazioni uditive udendo voci, né allucinazioni visive o visioni da sveglia, né alcun altro tipo di episodi psicotici… Non andava soggetta a illusioni né perdeva i contatti con la realtà. Non aveva personalità multiple o dissociate. Vi era una sola Catherine, e la sua mente conscia ne era totalmente consapevole. Non aveva tendenze sociopatiche o antisociali.
Non era un’attrice. Non usava droghe né ingeriva allucinogeni. Il suo uso dell’alcool era minimo. Non aveva malattie neurologiche o psicologiche che potessero spiegare questa vivida e immediata esperienza sotto ipnosi.
Si trattava di qualche tipo di ricordi, ma da dove provenivano? La mia reazione viscerale fu di essere capitato su qualche cosa che conoscevo pochissimo: la reincarnazione e i ricordi di vite precedenti. Non era possibile, pensai: la mia mente, educata scientificamente, vi si rifiutava. Tuttavia il fatto era lì, ed era avvenuto davanti ai miei occhi. Non potevo spiegarlo, ma non potevo nemmeno negarne la realtà.

«Vada avanti», dissi, un po’ stanco, ma affascinato da quello che stava avvenendo. «Ricorda qualche cosa d’altro?» Lei ricordò frammenti di altre due vite.
«Ho un abito con pizzi neri e ho unpizzo nero in testa. Ho capelli scuri con qualche filo grigio. E l’anno 1756 della nostra èra. Sono spagnola. Mi chiamo Louisa e ho cinquanta- sei anni. Sto ballando, e anche altri ballano. [Lunga pausa.] Non sto bene; ho la febbre, sudori freddi… Molti non stanno bene; la gente muore… I medici non sanno che si tratta dell’acqua.» La portai avanti nel tempo. «Mi sto riprendendo, ma la testa mi fa sempre male; gli occhi e la testa mi dolgono per la febbre, a causa dell’acqua… Molti muoiono.

In seguito mi disse che era una prostituta, in quella vita, ma che non me lo aveva riferito perché si era sentita imbarazzata. A quanto sembrava, anche sotto ipnosi Catherine poteva censurare alcuni ricordi che mi riferiva.
Poiché Catherine aveva riconosciuto sua nipote in un’antica vita, istintivamente le chiesi se io ero presente in qualcuna delle sue precedenti esistenze. Ero curioso di sapere quale era stata la mia parte, se pur ve n’era stata una, nei suoi ricordi. Lei rispose subito, in contrasto con le sue lente rievocazioni precedenti. «Leièilmioinsegnante,sedutosuunacattedra.Ciinsegna condeilibri.Èvecchio,coni capelli grigi. Indossa una veste bianca [toga] ricamata d’oro… Il suo nome è Diogene.

Ci insegna simboli, triangoli. È molto sapiente, ma io non capisco. L’anno è il 1568 avanti Cristo.» Ossia approssimativamente mille e duecento anni prima del noto filosofo greco, il cinico Diogene. Il nome era piuttosto comune.
La prima seduta era finita. Altre, più straordinarie, dovevano ancora venire.

Quando Catherine se ne fu andata, e per parecchi giorni successivi, meditai sui particolari della regressione ipnotica. Era naturale che lo facessi. Pochi particolari, anche se emergenti da un’ora di terapia «normale», sfuggivano alla mia analisi mentale ossessiva, ma questa seduta non era stata «normale». Inoltre ero molto scettico circa la vita dopo la morte, la reincarnazione, le esperienze fuori del corpo e i fenomeni connessi. Dopo tutto, meditava la mia parte logica, avrebbe potuto essere stata solo una sua fantasia. Non avrei potuto dimostrare alcuna delle sue affermazioni o visualizzazioni. Ma mi rendevo anche conto, sebbene molto profondamente, di un altro pensiero meno emotivo. Mantieni una mente aperta, mi dicevo; la vera scienza comincia con l’osservazione. I «ricordi» di Catherine potrebbero non essere frutto di fantasia o immaginazione. Potrebbe esservi qualche cosa di più di ciò che incontra l’occhio, o qualsiasi altro senso. Mantieni la mente aperta. Raccogli altri dati.
Avevo un altro pensiero tormentoso. Catherine, così pronta alle ansietà e alle paure, non sarebbe stata troppo spaventata per sottomettersi ancora all’ipnosi? Decisi di non telefonarle. Lasciamole digerire l’esperienza. Aspettiamo fino alla prossima settimana.

Capitolo 3: Credere o non credere?


Una settimana dopo, Catherine entrò nel mio studio per la seconda seduta di ipnosi. Più bella e radiosa che mai, mi annunciò allegramente che la sua paura di annegare, da cui era stata accompagnata per tutta la vita, era scomparsa. La sua paura di soffocare era alquanto diminuita. Il suo sonno non era più interrotto dall’incubo di un ponte che franava. Sebbene avesse ricordato i particolari della sua precedente vita, non li aveva ancora completamente integrati. I concetti di vite passate e di reincarnazione erano alieni alla sua cosmologia, e tuttavia i suoi ricordi erano così vivi, le visioni, i suoni e gli odori così netti, la certezza di essere stata là così potente e immediata, che lei sentiva di dovere esservi veramente stata. Non ne aveva alcun dubbio, l’esperienza era schiacciante. Si domandava come questo si accordasse con la sua educazione e le sue credenze.
Durante la settimana avevo riveduto le mie note prese durante un corso di religioni comparate seguito nel mio primo anno alla Columbia. Vi erano in realtà riferimenti alla reincarnazione nell’Antico e nel Nuovo Testamento.
Nell’anno 325 l’imperatore romano Costantino il Grande, insieme con sua madre Elena, aveva cancellato i riferimenti alla reincarnazione contenuti nel Nuovo Testamento.

Il secondo Concilio di Costantinopoli, radunatosi nel 553, confermò questa decisione e dichiarò eresia il concetto di reincarnazione. A quanto sembra, si pensò che questo concetto avrebbe indebolito il crescente potere della Chiesa dando al genere umano troppo tempo per cercare la propria salvezza. Tuttavia i riferimenti originali persistevano; i primi padri della Chiesa avevano accettato il concetto di reincarnazione. I primi gnostici – Clemente Alessandrino, Origene, san Girolamo e molti altri – credevano di essere già vissuti e che sarebbero vissuti di nuovo.
Io, comunque, non avevo mai creduto nella reincarnazione. In realtà, non avevo mai dedicato molto tempo a meditare su di essa. Sebbene la mia prima educazione religiosa mi avesse insegnato qualche genere di vaga esistenza dell’anima dopo la morte, non ero molto convinto di questo concetto.
Ero il maggiore di quattro figli, tutti a un intervallo di tre anni l’uno dall’altro. Appartenevamo a una conservatrice sinagoga ebrea di Red Bank, una cittadina nel New Jersey. Io ero quello che nella famiglia manteneva la pace e l’ordine. Mio padre era più impegnato nella religione del resto di noi. La prendeva molto sul serio come tutto nella vita. I successi accademici dei suoi figli erano la sua più grande gioia. Era facilmente sconvolto dalle discordie familiari e se ne appartava lasciando a me il compito di mediatore. Sebbene questo fosse un’ottima preparazione per la carriera di uno psichiatra, la mia infanzia fu più dura e responsabile di quanto, in retrospettiva, avrei preferito.
Ne sarei uscito come un giovane molto serio, abituato ad assumere troppe responsabilità. Mia madre esprimeva sempre il suo amore. In questo non aveva limiti. Più semplice di mio padre, si valeva del senso di colpa, del sacrificio, delle stesse difficoltà, dell’identificazione con i suoi figli come strumenti per model- larli, tutto senza un secondo fine. Raramente era di cattivo umore, e noi potevamo sempre contare sul suo amore e il suo aiuto.
Mio padre aveva un buon lavoro come fotografo industriale, ma, sebbene avessimo sempre cibo in abbondanza, il denaro era scarso. Il mio fratello più giovane, Peter, era
nato quando io avevo nove anni. Dovevamo vivere in sei nel nostro piccolo appartamento con due sole stanze da letto.
La vita, in un ambiente così piccolo, era agitata e chiassosa, e io cercavo rifugio nei miei libri. Leggevo continuamente quando non giocavo a baseball o a pallacanestro, le altre mie due passioni infantili. Sapevo che la cultura era la mia strada per uscire da quella piccola città, per quanto fosse piacevole, ed ero sempre il primo o il secondo della classe. Quando ottenni una borsa di studio alla Columbia University, ero un giovane serio e studioso. I successi accademici continuavano ad arrivare facilmente. Con una tesi in chimica mi laureai con lode. Decisi di divenire psichiatra perché questo campo combinava il mio interesse per la scienza e la mia tendenza a lavorare sulla mente umana.

Inoltre una carriera in medicina mi avrebbe permesso di esprimere le mie preoccupazioni e la mia compassione per gli altri. Nel frattempo avevo incontrato Carole durante una vacanza estiva in un albergo di Catskill Mountain, dove io lavoravo come aiuto cameriere e lei era un’ospite.
Sentimmo un’immediata attrazione reciproca e un forte senso di familiarità e di benessere. Ci scrivemmo, ci demmo appuntamenti, ci innamorammo e ci fidanzammo durante il mio primo anno alla Columbia. Lei era brillante e bella. Tutto sembrava andare a posto. Pochi giovani si preoccupano della vita e della morte e della vita dopo la morte, specialmente quando le cose vanno bene, e io non fui un’eccezione. Stavo divenendo uno scienziato e imparavo a pensare in un modo logico, spassionato, razionale.
La facoltà di medicina e la residenza alla Vale University cristallizzarono ulteriormente questo orientamento scientifico. La mia tesi di laurea riguardò infatti la chimica del cervello e la funzione dei neurotrasmettitori, che sono messaggeri chimici nel tessuto cerebrale.
Entrai a far parte del nuovo gruppo degli psichiatri biologi, che fondevano le teorie e le tecniche psichiafriche tradizionali con la nuova scienza della chimica del cervello.
Redassi molti scritti scientifici, parlai in conferenze locali e nazionali e divenni una personalità nel mio campo. Ero un po’ ossessivo, rigido, inflessibile, ma questi erano gli usuali caratteri di un medico. Mi sentivo perfettamente preparato a trattare qualsiasi persona che entrasse nel mio studio per una terapia.

Allora Catherine divenne Aronda, una giovane vissuta nel 1863 a.C. O fu il processo opposto? Ed eccola ancora qui, più felice di quanto non l’avessi mai vista.
Temetti ancora che Catherine avesse paura di continuare. Tuttavia si preparò volentieri all’ipnosi e vi entrò rapidamente. «Sto gettando ghirlande di fiori nell’acqua. È una cerimonia. I miei capelli sono biondi e intrecciati. Indosso una veste scura con oro, e sandali. Qualcuno è morto, qualcuna della casa reale… la madre. Io sono un’ancella della casa reale, e lavoro nelle cucine. Noi mettiamo i corpi nell’acqua salata per trenta giorni, poi li asciughiamo e le parti vengono separate. Io posso sentirne l’odore, l’odore dei corpi.» Era spontaneamente tornata alla vita di Aronda, ma in un momento diverso, quando il suo compito era di preparare i corpi dopo la loro morte.

«In un edificio separato», continuò Catherine, «posso vedere i corpi. Stiamo avvolgendoli. L’anima si dilegua. Si può portare con noi quello che ci appartiene per essere preparati per la successiva e più importante vita.» Esprimeva quello che sembrava un concetto egiziano della morte e dell’altra vita, diverso da qualsiasi altra delle nostre credenze. In quella religione era possibile portare le proprie cose con sé. Lasciò quella vita e tacque. Rimase in silenzio per alcuni minuti prima di entrare in un periodo apparentemente più antico.
«Vedo del ghiaccio, aderente alle pareti di una caverna…
rocce…» Descrisse vagamente un luogo scuro e squallido, e adesso si sentiva visibilmente a disagio. Più tardi descrisse quello che aveva visto di se stessa. «Ero brutta, sporca e di cattivo odore. Passò a un altro periodo.
«Vi sono alcuni edifici e un carro con ruote di pietra. I miei capelli sono scuri, coperti da un drappo. Il carro è pieno di paglia. Io sono felice. Mio padre è lì… mi abbraccia. È… è Edward [il pediatra che insisteva perché venisse da me]. È mio padre. Viviamo in una valle con alberi. Nel recinto vi sono olivi e fichi. La gente scrive su carte. Su di esse vi sono strani segni, come lettere. La gente scrive tutto il giorno, sta facendo una libreria. È il 1536 prima di Cristo. La terra è nuda. Il nome di mio padre è Perseus.

L’anno non coincideva esattamente, ma ero sicuro che lei fosse nella stessa vita che aveva riferito durante la seduta della settimana prima. La portai avanti nel tempo, pur rimanendo in quella vita.
«Mio padre la conosce [ossia me]. Parlate di raccolti, di legge, di governo. Lui dice che lei è molto intelligente, e io la ascolto.» La portai ancora più avanti nel tempo. «Lui [il padre] giace in una stanza buia. È vecchio e malato. Fa freddo… mi sento così vuota.» Progredì fino alla sua morte.

«Adesso sono vecchia e debole. Mia figlia è qui, presso il mio letto. Mio marito è già morto. Il marito di mia figlia è qui, e anche i loro figli. Vi sono molte persone qui intorno.» Questa volta la sua morte avvenne in pace. Lei stava fluttuando. Fluttuando? Questo mi ricordò gli studi del dottor Raymond Moody sulle esperienze di persone in prossimità della morte. Anche i suoi soggetti ricordavano di fluttuare prima di essere respinti nei loro corpi. Avevo letto il suo libro alcuni anni prima, e adesso mi proposi di rileggerlo. Mi domandai se Catherine poteva ricordare qualche cosa di più dopo la sua morte, ma lei disse solo: «Sto semplicemente fluttuando». La svegliai e terminai la seduta.
Con un nuovo, insaziabile desiderio di leggere tutto ciò che di scientifico era stato pubblicato sulla reincarnazione, andai a caccia nelle biblioteche di medicina. Studiai le opere del dottor lan Stevenson [vedi a tale riguardo di questo autore Reincarnazione, venti casi a sostegno, Armenia Editore, Milano, n.d.r.), un rispettatissimo professore di psichiatria dell’Università della Virginia, che aveva pubblicato molto nella letteratura psichiatrica. Il dottor Stevenson aveva raccolto oltre duemila casi di bambini con ricordi ed esperienze di tipo reincarnazionista. Molti presentavano la xenoglossia, la capacità di parlare lingue straniere che non avevano mai udito. La sua casistica è molto completa, ben documentata e veramente notevole.
Lessi un eccellente panorama scientifico di Edgar Mit- chell. Con grande interesse esaminai i dati ESP della Duke University e gli scritti del professor C.J. Ducasse della Brown University, e analizzai gli studi del dottor Martin Ebon, della dottoressa Helen Wambach, della dottoressa Gertrude Schmeidler, del dottor Frederick Lenz e della dottoressa Edith Fiore. Più leggevo e più volevo leggere. Cominciaiarendermicontoche,perquantomifossiconsiderato moltopreparatoinogni dimensione della mente, la mia cultura era rimasta molto limitata. Vi sono intere biblioteche piene di queste ricerche e di questa letteratura, che pochi conoscono. Molte di queste ricerche sono state condotte, verificate e ripetute da stimati clinici e scienziati. Possibile che siano stati tutti errori e illusioni? Le prove a sostegno sembravano schiaccianti, e tuttavia dubitavo ancora. Schiaccianti o no, trovavo difficile credervi.
T anto Catherine quanto io, a nostro modo, eravamo già stati profondamente impressionati dall’esperienza. Catherine migliorava emozionalmente, e io ampliavo gli orizzonti della mia mente. Catherine era stata tormentata dalle sue paure per molti anni
e stava finalmente provando qualche sollievo. Attraverso veri ricordi o vivaci fantasie, avevo trovato un modo per aiutarla e non avevo intenzione di fermarmi adesso.
Per un breve momento pensai a tutto questo mentre Catherine entrava in trance all’inizio della seduta successiva. Prima dell’induzione ipnotica aveva ricordato un sogno circa un gioco fatto su un vecchio scalìno di pietra, con una scacchiera in cui vi erano dei fori. Il sogno le era sembrato particolarmente vivido. Adesso le dissi di regredire oltre i normali limiti dello spazio e del tempo e di vedere se il suo sogno aveva le radici in una precedente reincarnazione. «Vedo dei gradini che portano a una torre… da cui si vedono i monti e anche il mare. Sono un ragazzo… Ho i capelli biondi… strani capelli. Le vesti sono corte, bianche e nere, fatte con pelli di animali. Alcuni uomini sono in cima alla torre e guardano intorno… Guardie. Sono sudici. Giocano, sembrano scacchi, ma non lo sono. La tavola è rotonda, non quadrata. Giocano con pezzi, a punta, come piccoli pugnali, che fanno entrare nei buchi. I pezzi portano teste di animali. È la zona di Kirustan [scrittura fonetica]? Dalle parti dei Paesi Bassi, verso il 1473.» Le chiesi il nome del luogo in cui viveva, e se poteva vedere o udire un anno preciso. «Adesso sono in un porto di mare, e la terra scende al mare. C’è una fortezza… e l’acqua. Vedo una capanna… mia madre cucina in una pentola di argilla. Il mio nome è Johan.

Andava progredendo verso l’epoca della sua morte. A questo punto, nelle nostre sedute, cercavo sempre il singolo evento traumatico che poteva avere causato o spiegare i sintomi della sua vita attuale. Anche se queste visualizzazioni notevolmente esplicite fossero state fantasie, e io non ne ero sicuro, quello che credeva o pensava poteva essere alla base dei suoi sintomi. Dopo tutto avevo visto persone traumatizzate dai loro sogni. Alcuni potevano non ricordare se un trauma infantile era avvenuto in sogno, e tuttavia il ricordo di quel trauma turbava profondamente la loro vita adulta.
Quello che non riuscivo a valutare pienamente era che il continuo martellamento di influenze scardinanti, come le pungenti critiche di un genitore, può causare traumi psichici anche maggiori di un singolo episodio traumatico.
Queste influenze dannose, perché penetrano in tutto il nostro passato, sono più difficili a rievocarsi e a eliminarsi.

Un fanciullo continuamente redarguito può perdere la fiducia in se stesso e la stima di se stesso, come uno che ricorda di essere stato umiliato una sola e terribile volta. Un fanciullo la cui famiglia è divenuta povera e ha quotidiani problemi di cibo, alla fine può avere gli stessi problemi psicologici di uno che una sola volta è quasi morto di fame. Avrei dovuto rendermi presto conto che il continuo martellamento di forze negative doveva essere riconosciuto e risolto con attenzione non minore di quella rivolta al singolo e schiacciante evento traumatico.
Catherine cominciò a parlare.
«Vi sono barche, come canoe, vivacemente dipinte. È la zona degli approvvigionamenti. Abbiamo armi, lance, fionde, archi e frecce, ma più grandi. Vi sono grandi, strani remi sulla barca… tutti devono remare. Possiamo essere perduti; è buio. Non vi sono luci. Ho paura. Vi sono altre barche con noi [a quanto sembra si tratta di un’incursione]. Ho paura deglianimali.Dormiamosusudicieemaleodoranti pellidianimali.Stiamoesplorando.Le mie scarpe sono buffe, come sacchi… legati alle caviglie… di pelle di animali. [Lunga pausa.] La mia faccia è scaldata dal fuoco. La mia gente sta uccidendo gli altri, ma io no. Io non voglio uccidere. Ho in mano il coltello.» Improvvisamente lei cominciò a gorgogliare come se le mancasse il respiro. Riferì che un combattente nemico l’aveva afferrata alle spalle stringendole il collo e le aveva tagliato la gola con un coltello. Prima di morire aveva visto il volto del suo uccisore. Era Stuart. Allora aveva un altro aspetto, ma lei lo aveva riconosciuto. Johan era morto all’età di ventun anni.
Si era poi trovata a fluttuare sopra il suo corpo, osservando la scena al di sotto. Era salita verso le nubi, perplessa e confusa. Presto si era sentita spinta in uno spazio «angusto e caldo». Stava per rinascere.
«Qualcuno mi tiene», mormorò lentamente in tono sognante, «qualcuno che mi ha aiutato nella nascita. Indossa un abito verde e un grembiule bianco. Ha una cuffia bianca con gli angoli piegati indietro. La stanza ha strane finestre… con molte sezioni. L’edificio è di pietra. Mia madre ha lunghi capelli neri. Vuole tenermi. Indossa una strana…

rozza camicia da notte. A strusciarla fa male. È piacevole essere al sole e sentire ancora caldo… È… la stessa madre che ho adesso!» Nella seduta precedente, le avevo ordinato di osservare attentamente le persone significative in queste vite per vedere se poteva identificarle con persone significative nella sua vita attuale. Secondo la maggior parte degli scrittori, gruppi di anime tendono a reincarnarsi insieme più e più volte per attuare il loro karma (debiti dovuti ad altri e a se stessi, lezioni che devono essere imparate) nello spazio di molte vite.
Nel mio tentativo di capire questo strano, spettacolare dramma che stava svolgendosi, ignorato dal resto del mondo, nella penombra del mio tranquillo studio, dovevo verificare questa informazione. Sentivo la necessità di applicare il metodo scientifico, che avevo rigorosamente usato nei primi quindici anni della mia ricerca, per valutare questo materiale quanto mai inconsueto che usciva dalle labbra di Catherine.
Nel corso delle sedute, Catherine stessa stava divenendo un soggetto sempre più sensitivo. Aveva intuizioni, sulla gente e sugli eventi, che si dimostravano vere. Durante l’ipnosi, aveva cominciato a prevedere le mie domande prima che avessi l’opportunità di esprimerle. Molti dei suoi sogni avevano un carattere precognitivo.
Una volta, quando i suoi genitori vennero a farle visita, suo padre espresse seri dubbi su quello che stava avvenendo. Per dimostrargli che era vero, lei lo condusse in un ippodromo. E lì, davanti ai suoi occhi, cominciò a indovinare il vincitore di ogni corsa. Lui rimase sbigottito. Quando ebbe riconosciuto che Catherine aveva dimostrato ciò che sosteneva, lei diede tutto il denaro che aveva vinto al primo povero che incontrò lasciando l’ippodromo. Intuitivamente sentiva che questi suoi nuovi poteri spirituali non dovevano essere usati per trame benefici finanziari. Per lei, essi avevano un significato molto più alto. Mi disse che questa esperienza le riusciva un po’ paurosa, ma era così contenta dei progressi fatti, che desiderava continuare nelle regressioni. Era insieme respinta e attratta dalle sue capacità psichiche, specialmente dall’episodio dell’ippodromo. Era stata una prova tangibile. Aveva il biglietto vincente di ogni corsa. Non si trattava di coincidenze. Qualche cosa di molto strano stava accadendo nelle ultime settimane, e io cercavo di mantenere il mio punto di vista. Non potevo negare le sue capacità psichiche. E se queste capacità erano reali e potevano presentare prove tangibili, i suoi resoconti di vite passate non potevano anch’essi essere veri? Adesso tornò a una vita in cui era appena nata. Questa reincarnazione sembrava essere più recente, ma lei non poteva identificare l’anno. Il suo nome era Elizabeth.
«Adesso sono più grande, ho un fratello e due sorelle.
Vedo la tavola da pranzo… Mio padre è lì… è Edward [il pediatra, tornato ancora come suo padre]. Mia madre e mio padre stanno ancora litigando. Il cibo è patate e fagioli. Lui è furioso perché sono freddi. Litigano sempre. Lui non fa che bere… Picchia mia madre. [La voce di Catherine era Impaurita, e lei tremava visibilmente.] Da degli spintoni ai bambini. Non è come era prima, non è più lo stesso.
Io non gli voglio bene. Vorrei che se ne andasse.» Parlava come un bambino.
Le mie domande durante queste sedute erano certo molto diverse da quelle usate nella psicoterapia convenzionale. Io mi comportavo piuttosto come una guida, tentando di
esaminare tutta una vita in un’ora o due, cercando eventi traumatici e comportamenti dannosi che potessero spiegare i suoi sintomi attuali. La terapia convenzionale è condotta a un ritmo molto più particolareggiato e più lento. Ogni parola detta dal paziente viene analizzata nelle sue sfumature e nei suoi significati nascosti. Ogni espressione del volto, ogni movimento del corpo, ogni inflessione della voce vengono considerati e valutati.
Ogni reazione emotiva viene accuratamente esaminata.
Tutti i modelli di comportamento vengono riuniti scrupolosamente. Con Catherine, invece, gli anni potevano volare in pochi minuti. Le sedute con Catherine erano come pilotare una Indy 500 a tutto gas… e cercare di riconoscere le facce tra la folla.
Rivolsi la mia attenzione a Catherine e le ordinai di avanzare nel tempo.
«Adesso sono sposata. La nostra casa ha una grande stanza. Mio marito ha i capelli biondi. Non lo riconosco.
[Ossia non è ancora apparso nell’attuale vita di Catherine.] Non abbiamo ancora figli… Lui è molto gentile con me. Ci amiamo e siamo felici.» A quanto sembrava, era sfuggita all’oppressione della casa paterna. Le chiesi se poteva identificare la zona in cui viveva. «Brennington?» mormorò Catherine esitando. «Vedo dei libri con delle strane vecchie copertine. Quello grande è chiuso con una fascetta. È la Bibbia. Vi sono grandi strane lettere… Lingua gaelica.» Qui disse alcune parole che non riuscii a identificare.
Non ho idea se fossero in gaelico o no.
«Viviamo nell’interno, non sul mare. Contea di… Brennington? Vedo una fattoria con maiali e agnelli. È la nostra fattoria. Era avanzata nel tempo. «Abbiamo due figli… il maggiore sta per sposarsi. Posso vedere il campanile della chiesa… un edificio di pietra molto vecchio.» Improvvisamente ebbe un colpo alla testa e si sentì male portandosi la mano alla tempia sinistra. Disse di essere caduta sui gradini di pietra. Ma si riprese. Morì in tarda età, nel suo letto, a casa, circondata dalla sua famiglia.
Di nuovo fluttuò sopra il suo corpo, dopo la morte, ma questa volta non era perplessa né confusa.
«Vedo una grande luce. È meravigliosa; da questa luce si attinge energia. Restava, dopo la morte, nella vita fra le vite. I minuti passarono in silenzio. D’un tratto parlò, ma non nel basso mormorio che aveva sempre usato. La sua voce era adesso robusta e alta, senza esitazioni.
«Il nostro compito è di imparare a divenire simili a Dio attraverso la conoscenza. Conosciamo così poco. Lei è qui per essere mio insegnante. Ho tanto da imparare. Con la conoscenza ci avviciniamo a Dio, e poi possiamo riposare.
Poi torniamo per insegnare agli altri e aiutarli.» Io ero senza parole. Ecco una lezione che veniva da dopo la sua morte, dal suo stato di interregno tra una vita e la successiva. Qual era la fonte di questo materiale? Non sembrava affatto provenire da Catherine. Lei non aveva mai parlato così, usando queste parole, questa fraseologia.
Anche il tono della sua voce era totalmente diverso.
Al momento non mi resi conto che, sebbene Catherine avesse pronunciato le parole, non aveva dato origine ai pensieri. Lei ripeteva quello che le era stato detto. Più tardi identificò i Maestri, anime molto elevate, non attualmente nel corpo, come la fonte di quello che aveva detto.
Esse potevano parlarmi attraverso di lei. Non solo Catherine poteva essere regredita in vite passate, ma adesso poteva canalizzare la conoscenza dall’aldilà. Una conoscenza bella. Io lottavo per mantenere la mia obiettività.
Era stata introdotta una nuova dimensione. Catherine non aveva mai letto gli studi della dottoressa Elisabeth Kùbler-Ross o del dottor Raymond Moody, che hanno entrambi scritto sulle esperienze in prossimità della morte.
Non aveva mai sentito parlare del Libro tibetano dei morti. E tuttavia stava riferendo esperienze simili a quelle esposte in quegli scritti. Era in qualche modo una prova. Se solo ci fossero stati più fatti, particolari più tangibili, avrei potuto verificare. Il mio scettismo fluttuava ma rimaneva. Forse lei aveva letto delle esperienze in punto di morte in un articolo di rivista o aveva visto un’intervista in una trasmissione televisiva. Sebbene negasse ogni ricordo cosciente di questo articolo o di questa trasmissione, forse ne manteneva un ricordo inconscio. Ma lei andava oltre queste nozioni e trasmetteva un messaggio da questo stato di di interregno fra le vite. Se solo avessi avuto più fatti.

Al suo risveglio Catherine ricordò, come sempre, i particolari delle sue vite passate. Tuttavia non potè ricordare nulla di quello che era avvenuto dopo la sua morte come Elizabeth. Nel futuro non avrebbe ricordato alcun particolare degli stati fra le vite. Avrebbe potuto ricordare solo le vite trascorse.
«Con la conoscenza ci avviciniamo a Dio.» Eravamo sulla strada.

Capitolo 4: “La mia vita non sarebbe stata più la stessa”


«Vedo una casa bianca, quadrata, con davanti una strada sabbiosa. Della gente a cavallo va su e giù.» Catherine stava parlando col suo solito bisbiglio sognante. «Vi sono alberi… una piantagione, una casa grande con un gruppo di case più piccole, come case di schiavi. Fa molto caldo. È nel Sud… Virginia?» Pensava che la data fosse il 1873. Era bambina.
«Vi sono cavalli e molte colture… grano, tabacco.» Lei e altro personale di servizio mangiavano in una cucina della grande casa. Era negra, e il suo nome era Abby. Aveva cattivi presentimenti e il suo corpo era teso. La grande casa era in fiamme e lei la vedeva bruciare. La feci avanzare di quindici anni, fino al 1888.
«Indosso un vecchio abito, pulisco uno specchio al secondo piano di una casa, una casa di mattoni con finestre… con molti vetri. Lo specchio è ondulato, non liscio, con dei nodi alle estremità. Il proprietario della casa si chiama James Manson. Ha una strana giacca con tre bottoni e un grande colletto nero. Ha la barba… Non lo riconosco [come qualcuno nell’attuale vita di Catherine]. Mi tratta bene. Vivo in una casa della proprietà. Pulisco le stanze.
Nella proprietà vi è una scuola, ma a me non è permesso di andarvi. Faccio anche del burro. » Catherine sussurrava lentamente, usando parole molto semplici e facendo molta attenzione ai particolari. Nei successivi cinque minuti imparai come si fa il burro. La conoscenza di Abby, su come si sbatte il burro nella zangola, era nuova anche per Catherine. La feci avanzare nel tempo.
«Sono con qualcuno ma non credo che siamo sposati.
Dormiamo insieme… ma non viviamo sempre insieme. Sto bene con lui, ma niente di speciale. Non vedo bambini. Vi sono meli e anatre. Altre persone sono in distanza. Raccolgo mele. Qualche cosa mi fa prudere gli occhi.» Catherine faceva delle smorfie con gli occhi chiusi. «È il fumo. Il vento soffia da questa parte… È il fumo di legna che brucia.
Bruciano barili di legno.» Adesso tossiva. «Anneriscono l’interno dei barili… catrame… per renderli impermeabili.» Dopo l’eccitazione della seduta dell’ultima settimana, io desideravo raggiungere ancora lo stato di interregno fra le vite. Avevamo già impiegato novanta minuti a esaminare la sua vita come donna di servizio. Io avevo imparato molte cose circa i copriletto, il burro e le botti. Desideravo ardentemente lezioni più spirituali, quindi la feci avanzare fino alla sua morte.
«Non riesco a respirare. Il petto mi fa male.» Catherine ansava, evidentemente soffrendo. «Il cuore mi fa male; batte forte. Io ho tanto freddo… tremo tutta. Catherine cominciò a tremare. «Nella stanza c’è gente che mi fa bere delle foglie [del té]. Hanno uno strano odore. Mi strofinano un unguento sul petto. Ho la febbre, ma sento molto freddo.» Morì serenamente. Fluttuando verso il soffitto, potè vedere il suo corpo nel letto, una piccola rugosa donna sulla sessantina. Stava solo fluttuando, in attesa di qualcuno che venisse ad aiutarla. Si rese conto di una luce e di sentirsi attratta da essa. La luce stava divenendo più brillante e luminosa. Attese in silenzio mentre i minuti passavano lentamente. Improvvisamente fu in un’altra vita, migliaia di anni prima di Abby.
Catherine mormorava piano: «Vedo una quantità di aglio appesa in una stanza aperta. Ne sento l’odore. Si crede che elimini molti mali del sangue e purifichi il corpo, ma bisogna prenderlo ogni giorno. L’aglio è anche fuori, al margine di un giardino. Vi sono altre piante… fichi, datteri e altre. Queste piante fanno bene. Mia madre compra aglio e
altre piante. Qualcuno in casa è malato. Vi sono strane radici… A volte si tengono in bocca, o nelle orecchie o in altri orifizi. Basta tenerle lì.
«Vedo un vecchio con la barba. È uno dei guaritori del villaggio. Dice quello che bisogna fare. Vi è una qualche…

pestilenza… uccide le persone. Esse non vengono imbalsamate perché si ha paura della pestilenza. Vengono solo sepolte. Tutti se ne dolgono. Sono sicuri che l’anima, in questo modo, non può liberarsi [contrario alle relazioni di Catherine dall’aldilà]. Anche il bestiame muore. L’acqua…
allagamenti… la gente si ammala per gli allagamenti.
[Sembra che si rendesse conto di questo particolare nei casi di epidemia.] Anch’io ho dei disturbi per l’acqua. Fa male allo stomaco. La malattia colpisce gli intestini e lo stomaco. Si perde una gran quantità di acqua. Cerco di vomitare l’acqua, ma questo ci uccide. Vomito l’acqua. Vedo mia madre e i miei fratelli. Mio padre è già morto. I miei fratelli sono molto malati.» Feci una pausa prima di portarla avanti nel tempo. Ero affascinato dal modo con cui le sue concezioni della morte e dell’aldilà cambiavano da vita a vita. E tuttavia la sua esperienza della morte stessa era così uniforme, così simile, ogni volta. Una parte cosciente di lei lasciava il corpo al momento della morte fluttuando su di esso, e poi veniva attratta da una meravigliosa luce energetica. E allora lei aspettava che qualcuno venisse ad aiutarla. L’anima si liberava automaticamente. L’imbalsamazione, i riti funebri, o ogni altro processo dopo la morte, non avevano niente a che fare con questo. Era automatico, nessuna preparazione era necessaria, come passare per una porta aperta.
«La regione è spoglia e arida… Non vedo montagne qui intorno, solo una zona piatta e arida. Uno dei miei fratelli è morto. Io mi sento meglio, ma il dolore non è scomparso.» Comunque non visse ancora molto. «Sono sdraiata su di un pagliericcio, con una coperta addosso.» Era molto malata e nessuna quantità di aglio o di altre erbe poteva impedire la sua morte. Presto fluttuò sopra il suo corpo, attratta dalla luce familiare. Attese con pazienza che qualcuno venisse a lei.
La sua testa cominciò a volgersi lentamente a destra e a sinistra come se osservasse una scena. La sua voce fu ancora alta e forte.
«Mi dicono che ci sono molti dèi, perché Dio è in ognuno di noi.» Riconobbi la voce, che veniva dallo stato di interregno, dalla sua forza come dal tono decisamente spirituale del messaggio. Quello che disse in seguito mi lasciò senza fiato: mi tolse l’aria dai polmoni. «Tuo padre è qui, e anche tuo figlio, che è un bambino piccolo. Tuo padre dice che lo riconoscerai perché il suo nome è Avrom, e tua figlia porta il suo nome. Inoltre la sua morte fu dovuta al cuore. Anche il cuore di tuo figlio dava preoccupazioni perché era volto all’indietro, come quello di un pollo. Tuo padre fece un grande sacrificio per te, per amore. La sua anima è molto avanzata… La sua morte ha sanato i debiti dei suoi genitori.
Inoltre voleva mostrarti che la medicina può arrivare solo a un dato punto, che le sue mete sono molto limitate.
Catherine finì di parlare e io rimasi in un silenzio religioso mentre la mia mente cercava di chiarire le cose. La stanza sembrava gelata.
Catherine sapeva pochissimo della mia vita personale.
Sulla mia scrivania avevo una fotografia di mia figlia bambina che rideva felice con i suoi due dentini in una bocca per altro sdentata. Accanto a essa vi era la foto di mio figlio. Oltre questo, Catherine non sapeva nulla della mia famiglia e della mia storia. Ero stato bene addestrato nelle tradizionali tecniche psicoterapeutiche. Si supponeva che il terapista fosse una tabula rasa, un foglio bianco su cui il paziente poteva proiettare i
propri sentimenti, i propri pensieri e i propri orientamenti. Questi, allora, potevano essere analizzati dal terapista, ampliando l’area mentale del paziente. Io avevo mantenuto questa distanza terapeutica con Catherine. Lei mi conosceva solo come uno psichiatra, ignorando tutto il mio passato e la mia vita privata. Non avevo mai messo in mostra i miei diplomi nel mio studio.
La più grande tragedia della mia vita era stata l’improvvisa morte del mio primogenito, Adam, che aveva solo ventitré giorni quando scomparve, all’inizio del 1971. Circa dieci giorni dopo che lo avevamo portato a casa dall’ospedale, aveva sviluppato problemi respiratori e vomito convulso. La diagnosi fu estremamente difficile a farsi.
«Drenaggio polmonare venoso completamente anomalo con un difetto atriale settale», ci fu detto. «Avviene una volta su circa dieci milioni di nascite.» Le vene polmonari, che si suppone riportino sangue ossigenato al cuore, erano dirette in modo anomalo entrando nel cuore dal lato errato. Era come se il cuore fosse rovesciato. Fenomeno estremamente raro.
Un disperato intervento chirurgico a cuore aperto non potè salvare Adam, che morì alcuni giorni dopo. Piangemmo per mesi la caduta delle nostre speranze e dei nostri sogni. Nostro figlio Jordan nacque un anno dopo, grande balsamo per le nostre ferite.
Al tempo della morte di Adam, io ero rimasto incerto circa la scelta della psichiatria come carriera. Stavo svolgendo il mio internato di clinica medica e mi era stata offerta una posizione stabile in questo campo. Dopo la morte di Adam, decisi di abbracciare la professione di psichiatra. Ero furioso che la medicina moderna, con tutte le sue capacità e le sue tecniche progredite, non avesse potuto salvare mio figlio, un bambinetto di pochi giorni.

Mio padre era stato in eccellente salute finché aveva avuto un grave attacco cardiaco nel 1979, a sessantun anni. Sopravvisse per il momento, ma il cuore era rimasto irrimediabilmente danneggiato, e morì tre giorni dopo. Tutto questo era avvenuto circa nove mesi prima del mio appuntamento con Catherine.
Mio padre era stato un uomo religioso, più in senso ritualistico che spirituale. Il suo nome ebraico, Avrom, gli si adattava meglio dell’inglese Alvin. Quattro mesi dopo la sua morte, nacque nostra figlia Amy, e le fu imposto anche il nome di lui.
Adesso, nel 1982, nella penombra del mio tranquillo studio, un’assordante cascata di verità segrete veniva versata su di me. Nuotavo in un mare spirituale e l’acqua mi piaceva. Mi sentivo sulle braccia la pelle d’oca. Catherine non poteva sapere tutto questo. Non era possibile nemmeno prenderlo in considerazione. Il nome ebraico di mio padre, il fatto che avevo avuto un figlio morto nelle prime settimane di vita per un difetto cardiaco che si presenta una volta su dieci milioni, le mie incertezze sulla medicina, la morte di mio padre e il nome di mia figlia, tutto questo era troppo, troppo specifico e troppo vero. Questo non sofisticato laboratorio tecnico era un canale per una conoscenza trascendentale. E, se poteva rivelare queste verità, che cosa d’altro vi era? Dovevo conoscere di più.

«Chi», farfugliai, «chi è lì? Chi le dice queste cose?» «I Maestri», mormorò lei, «gli Spiriti Maestri mi parlano. Mi dicono che ho vissuto ottantasei volte nello stato fisico.» Il respiro di Catherine rallentò, la sua testa smise di volgersi a destra e a sinistra. Riposava. Volevo proseguire, ma le implicazioni di ciò che aveva detto mi distraevano. Aveva realmente avuto ottantasei vite? E che dire dei «Maestri»? Era possibile? Le nostre vite potevano essere guidate da spiriti che non hanno corpi fisici ma sembrano possedere grande conoscenza? Vi sono gradini che conducono a Dio? Era reale tutto questo? Trovavo difficile dubitarne considerando ciò che lei mi aveva appena rivelato, tuttavia lottavo per credere. Stavo superando anni di programmazione alternativa. Ma
nella mia testa, nel mio cuore, nella mia carne, sapevo che aveva ragione. Stava rivelando delle verità.
E che dire di mio padre e di mio figlio? In un certo senso essi erano ancora vivi; non erano mai realmente morti. Mi parlavano, anni dopo la loro sepoltura, e lo provavano dandomi specifiche e segrete informazioni. E poiché tutto ciò era vero, mio figlio era progredito spiritualmente come Catherine aveva detto? Aveva accettato di nascere e di morire ventitré giorni dopo per aiutarci nei nostri debiti carmici e, inoltre, per darci informazioni sulla medicina e il genere umano e per ricondurmi alla psichiatria? Mi sentivo molto rincuorato da queste idee. Sotto il gelo che provavo sentivo muoversi un grande amore, un forte sentimento di unione e di collegamento con il cielo e con la terra. Avevo perduto mio padre e mio figlio. Era bello avere ancora loro notizie.

La mia vita non sarebbe più stata la stessa. Una mano aveva raggiunto e alterato irreversibilmente il corso della mia esistenza. Tutte le mie letture, che erano state condotte con attenta critica e distacco scettico, cadevano al punto giusto. I ricordi e i messaggi di Catherine erano veri. Le mie intuizioni circa l’esattezza delle sue esperienze erano state giuste. Disponevo di fatti. Disponevo di prove.
Tuttavia, anche in quell’istante di gioia e di comprensione, anche in quel momento di esperienza mistica, l’antica e familiare parte logica e dubbiosa della mia mente faceva un’obiezione. Forse era solo ESP o qualche capacità psichica. Certo è una capacità, ma non dimostra la reincarnazione né gli Spiriti Maestri. Questa volta, però, fui più accorto. Le migliaia di casi ricordati nella letteratura scientifica, specialmente quelli di bambini che parlano lingue straniere che non hanno mai udito, che hanno segni di nascita nel punto di precedenti ferite mortali, o che conoscono dove sono stati conservati o sepolti a migliaia di chilometri di distanza, decenni o secoli prima, tutto faceva eco al messaggio di Catherine. Io conoscevo il suo carattere e la sua mentalità.
Sapevo quello che era e quello che non era. No, questa volta la mia mente non poteva ingannarmi. La prova era troppo forte e schiacciante. Tutto questo era reale. Lei l’avrebbe confermato via via che le nostre sedute progredivano.
A volte, nel succedersi delle settimane, avrei dimenticato il potere e l’immediatezza di questa seduta. A volte sarei ricaduto nel tran tran della vita quotidiana preoccupandomi delle solite cose. I dubbi sarebbero riapparsi. Era come se la mia mente, quando non veniva messa a fuoco, tendesse a tornare ai vecchi modelli, alle vecchie credenze e al vecchio scetticismo. Ma allora mi dicevo: questo è realmente avvenuto! Mi rendevo conto di quanto sia difficile credere a questi concetti senza avere avuto un’esperienza personale. L’esperienza è necessaria per aggiungere la credenza emotiva alla comprensione intellettiva. Ma l’impatto dell’esperienza si attenua sempre più o meno.

Da principio non compresi perché cambiavo tanto. Sapevo di essere più calmo e paziente, e gli altri mi dicevano di quanto apparissi in pace, di quanto sembrassi più riposato e felice. Sentivo di avere più speranza, più gioia, più risolutezza. Albeggiava in me la convinzione di non avere più paura della morte. L’idea della morte o della non esistenza non mi spaventava. Avevo meno paura di perdere gli altri, pur con la certezza che li avrei perduti. Quanto è j potente la paura della morte. Gli uomini fanno di tutto per evitarla: crisi della mezza età, relazioni con persone più giovani, chirurgia estetica, ossessione della ginnastica, accumulazione di beni materiali, procreazione perché un nome non scompaia, sforzi per essere sempre più giovane, e così via. Noi siamo paurosamente preoccupati della nostra morte, spesso tanto da dimenticare il vero scopo della nostra vita.
Stavo anche divenendo meno ossessivo. Non sentivo il bisogno di controllarmi continuamente. Sebbene tentassi di essere meno serio, questa trasformazione era difficile per me. Avevo ancora molto da imparare.
In realtà la mia mente era adesso aperta alla possibilità e anche alla probabilità che le affermazioni di Catherine fossero vere. Gli incredibili fatti circa mio padre e mio figlio non potevano essere stati ottenuti con i sensi consueti. Le sue conoscenze e le sue capacità dimostravano con certezza un’imponente facoltà psichica. Crederle era sensato, ma restavo diffidente e scettico su quello che leggevo nella letteratura popolare. Chi erano queste persone che riferivano fenomeni psichici, la vita dopo la morte e altri stupefacenti eventiparanormali?Eranoaddestratinelmetodoscientifico diosservazioneediverifica? Nonostante la mia sconvolgente e meravigliosa esperienza con Catherine, sapevo che la mia mente, naturalmente critica, avrebbe continuato a esaminare ogni fatto nuovo, ogni elemento di informazione. Avrei controllato se esso rientrava nel modello costruito in ogni seduta. Lo avrei esaminato da ogni punto di vista col microscopio dello scienziato. E tuttavia non potevo più negare che il modello era già lì davanti a me.


Capitolo 5: Raggiungere i Maestri


Eravamo ancora nel mezzo della seduta. Catherine terminò il suo riposo e cominciò a parlare di statue verdi di fronte a un tempio. Io uscii dalla mia fantasticheria e ascoltai. Era in un’antica vita, in qualche parte dell’Asia, ma era ancora con i Maestri. Incredibile, pensai fra me.
Parla di vite precedenti, di reincarnazione, e tuttavia, a confronto con i messaggi dei Maestri, sembra una regressione. Comunque stavo già rendendomi conto che doveva attraversare una vita prima di poter lasciare il suo corpo e raggiungere lo stato di interregno fra le vite. Non poteva raggiungere questo stato direttamente. E solo là poteva raggiungere i Maestri.
«Le statue verdi sono davanti alla grande costruzione di un tempio», mormorò piano, «un fabbricato con pinnacoli e sfere scure. Sul davanti vi sono settanta gradini, e là, dopo averli saliti, vi è una sala. Sta bruciando dell’incenso.
Nessuno ha le scarpe. Le teste sono rasate. Hanno il volto rotondo e gli occhi scuri. La loro pelle è scura. Io sono là.

Mi sono fatta male a un piede e sono andata là per cercare aiuto. Il mio piede è gonfio; non posso camminare con esso. Vi si è infilata qualche cosa. Mi mettono sul piede delle foglie… Strane foglie… Tannis? [Il tannino, o acido tannico, che si trova naturalmente nelle radici, nel legno, nella corteccia, nelle foglie e nei frutti di molte piante, è stato usato fin dall’antichità come medicina per le sue proprietà coagulanti o astringenti.] Per prima cosa il mio piede è stato purificato. È un rito per gli dèi. Nel mio piede vi è qualche veleno. Ho pestato qualche cosa. Il ginocchio è gonfio. La gamba è pesante, con delle strie [avvelenamento del sangue?]. Mi fanno un buco nel piede e vi mettono qualche cosa di molto caldo.» Catherine si dibatteva adesso per il dolore. Stava anche soffocando per qualche pozione terribilmente amara che le avevano dato da bere. La pozione era fatta con foglie gialle. Guarì, ma le ossa del piede e della gamba non furono più le stesse. La feci progredire nel tempo. Vide solo una squallida e povera vita. Viveva con la famiglia in una piccola capanna di una sola stanza, senza tavolo. Mangiavano una sorta di riso, un cereale, ma avevano sempre fame. Invecchiò rapidamente senza sfuggire alla povertà e alla fame, e morì. Attesi. Attesi ma non potei assistere all’esaurimento di Catherine. Prima che la potessi svegliare, tuttavia, mi disse che Robert Jarrod aveva bisogno del mio aiuto. Non avevo idea di chi fosse Robert Jarrod, né di come potessi aiutarlo. Non vi fu altro.
Dopo essersi svegliata dalla trance, Catherine ricordò ancora molti particolari della rievocazione della sua vita passata. Non ricordava nulla delle sue esperienze dopo la morte, nulla dello stato di interregno né della incredibile conoscenza che era stata rivelata. Le feci una domanda.
«Catherine, che cosa significa per lei la parola “Maestri”?» Lei pensava che fosse un torneo di golf! Adesso migliorava rapidamente, ma aveva ancora difficoltà a integrare il concetto di reincarnazione nella sua teologia. Per questo decisi di non parlarle ancora dei Maestri. Inoltre non ero sicuro di come annunciare a qualcuno che lei era una medium incredibilmente dotata, capace di canalizzare una meravigliosa conoscenza trascendentale da parte di Spiriti Maestri.
Catherine accettò di permettere a mia moglie di assistere alla prossima seduta. Carole è una bene addestrata e molto dotata assistente psichiatrica, e io desideravo la sua
opinione su questi incredibili avvenimenti. Quando le ebbi riferito quello che Catherine aveva detto di mio padre e di nostro figlio Adam, fu lieta di aiutarmi. Io non trovavo difficoltà nel prendere nota di ogni parola pronunciata nelle vite precedenti, quando Catherine sussurrava molto lentamente, ma i Maestri parlavano molto in fretta, e io decisi di registrare tutto.
Catherine ritornò una settimana dopo per una nuova seduta. Continuava a migliorare, con sempre meno paure e ansietà. Il suo miglioramento clinico era preciso, ma io non ero ancora sicuro del perché andasse tanto meglio.
Aveva ricordato di essere annegata come Aronda, di avere avuto la gola tagliata come Johan, di essere stata vittima di un’epidemia dovuta all’acqua come Louisa, e altri terribili eventi traumatici. Aveva anche sperimentato o risperi- mentato vite di povertà e di servitù e violenze nella sua famiglia. Queste ultime sono esempi di minitraumi quotidiani, che pure colpiscono la nostra psiche. Il ricordo di entrambi questi tipi di vita poteva contribuire al suo miglioramento. Ma esisteva un’altra possibilità. L’esperienza spirituale in se stessa poteva essere di aiuto? Il sapere che la morte non è quello che appare poteva contribuire a un senso di benessere, di diminuzione delle paure? Poteva l’intero processo, e non i ricordi stessi, far parte della cura? Le capacità psichiche di Catherine aumentavano, e lei diveniva sempre più intuitiva. Aveva ancora problemi con Stuart, ma si sentiva capace di affrontarlo con maggiore efficienza. I suoi occhi scintillavano, la sua pelle era luminosa. Mi annunciò che durante la settimana aveva avuto uno strano sogno, ma poteva ricordarne solo un frammento. Aveva sognato che la rossa pinna di un pesce le si era conficcata nella mano.

Si sottomise al trattamento rapidamente e facilmente.
Raggiunse un profondo livello di ipnosi in pochi minuti.
«Vedo un certo tipo di rupi. Sono su queste rupi e guardo in basso. Dovrei cercare delle navi… si suppone che lo faccia… Indosso qualche cosa di blu, dei pantaloni blu… pantaloni corti con strane scarpe… scarpe nere… con le fibbie. Le scarpe hanno fibbie, scarpe molto buffe… Guardo l’orizzonte, non vi sono navi. Catherine mormorava piano. La feci progredire nel tempo fino al successivo evento significativo della sua vita. «Beviamo birra, birra forte. È molto buio. I boccali sono grossi. Sono vecchi, rafforzati da cerchi di metallo. C’è un odore molto cattivo in questo luogo, e c’è molta gente.
Gente chiassosa. Tutti parlano facendo molto chiasso.» Le chiesi se poteva udire qualcuno che la chiamava per nome.
«Christian… Il mio nome è Christian.» Era ancora un maschio. «Stiamo mangiando un certo cibo e beviamo birra. È buio, e il gusto è molto amaro. Ci mettono del sale.» Non riusciva a sapere l’anno. «Parlano di una guerra, di navi che bloccano dei porti. Ma non sento dove questo avviene. Se stessero un po’ zitti potrei capire, ma tutti parlano e fanno chiasso.» Le chiesi dove si trovava. «Hamstead… Hamstead [scrittura fonetica]. È un porto, un porto di mare nel Galles.
Parlano inglese.» Progredì nel tempo fin quando Christian fu nella sua nave. «Sento l’odore di qualche cosa, di qualche cosa che brucia. È un odore terribile. Legno bruciato ma anche qualche altra cosa. Fa pizzicare le narici… Qualche cosa nella lontananza è in fiamme, qualche tipo di nave, una nave che veleggia. Stiamo caricando! Stiamo caricando qualche cosa che contiene polvere da sparo.» Catherine diveniva visibilmente agitata.
«È qualche cosa con polvere da sparo, molto nera… Si attacca alle mani. Bisogna muoversi in fretta. La nave ha una bandiera verde. La bandiera è scura… È una bandiera verde e gialla. C’è una specie di corona con sopra tre punti.» Improvvisamente Catherine fece una smorfia di dolore.
Era in un’estrema angoscia. «Oh», rantolò, «che dolore in questa mano, che dolore in questa mano! Vi è del metallo, del metallo ardente in questa mano. Mi brucia! Oh! Oh!» Ricordai il frammento di sogno e capii il significato della rossa pinna conficcata nella sua mano. Bloccai il suo dolore, ma lei continuava a gemere.
«Le schegge sono di metallo… La nave su cui eravamo è stata distrutta… sulla fiancata sinistra. Adesso controllano il fuoco. Molti uomini sono stati uccisi… molti uomini. Io sono sopravvissuto… solo la mia mano è ferita, ma col tempo guarisce.» La feci avanzare nel tempo, fino al suo successivo evento significativo.
«Vedo una specie di negozio di stampe, stampano qualche cosa con lastre incise e inchiostro. Stampano e rilegano libri… I libri hanno copertine di cuoio e sono tenuti insieme da stringhe, stringhe di cuoio. Vedo un libro rosso…
un libro di storia. Non posso leggere il titolo; non hanno finito di stampare. I libri sono meravigliosi. Le copertine sono di cuoio liscio. Sono libri meravigliosi; insegnano tante cose.» Ovviamente Christian era felice di vedere e toccare i libri e si rendeva oscuramente conto della possibilità di imparare in questo modo. Tuttavia sembrava essere molto ignorante. Feci progredire Christian fino all’ultimo giorno della sua vita. «Vedo un ponte sopra un fiume. Sono vecchio… molto vecchio. Mi è difficile camminare. Cammino sopra il ponte… verso l’altro lato… Sento un dolore, una pressione al petto, una pressione terribile… Il petto mi duole! Oh!» Catherine emetteva suoni gutturali sperimentando l’apparente attacco di cuore che Christian subiva sul ponte. Il suo respiro era rapido e debole; il volto e il collo erano coperti di sudore. Cominciò a tossire e ad ansare. Io ero preoccupato.

Lo sperimentare un attacco di cuore avuto in una vita precedente era pericoloso? Questa era una nuova frontiera, nessuno sapeva le risposte. Finalmente Christian morì. Catherine giaceva adesso tranquilla sul lettino, respirando profondamente e regolarmente. Emise un profondo sospiro di sollievo.
«Mi sento libera… libera», mormorò piano. «Mi sento fluttuare nel buio… Fluttuare. Vi è intorno della luce… e spiriti, altra gente.» Le chiesi se aveva qualche idea sulla vita che aveva appena finito, la sua vita come Christian.
«Avrei dovuto essere più incline a perdonare, ma non lo sono stata. Avrei dovuto perdonare il male che mi hanno fatto, ma non ho perdonato. Non ho perdonato le offese. Le ho tenute entro di me per molti anni… Vedo occhi… Occhi.

«Occhi?» feci eco avvertendo il contatto. «Che tipo di occhi?» «Gli occhi degli Spiriti Maestri», sussurrò Catherine, «ma devo aspettare. Devo pensare a delle cose.» I minuti passarono in un silenzio teso.
«Come saprà quando sono pronti?» chiesi ansioso rompendo il lungo silenzio.

«Mi chiameranno», rispose. Passarono altri minuti. Poi, improvvisamente, la sua testa cominciò a volgersi da una parte all’altra, e la sua voce, forte e ferma, segnalò il cambiamento. «Vi sono molte anime in questa dimensione. Io non sono l’unica. Dobbiamo essere pazienti. È una cosa che non ho mai imparato… Vi sono molte dimensioni…» Le chiesi se era stata lì in precedenza, se si era reincarnata molte volte. «Sono stata in piani diversi varie volte. Ognuno è un piano di più alta coscienza. Il piano in cui si va dipende da quanto abbiamo progredito…» Rimase ancora in silenzio. Le chiesi quale lezione doveva ancora imparare per progredire. Rispose immediatamente. «Che dobbiamo condividere la nostra conoscenza con gli altri. Che abbiamo capacità le quali vanno molto oltre quelle che usiamo. Alcuni di noi se ne rendono conto molto prima di altri. Che dobbiamo controllare i nostri difetti prima di giungere a questo punto. Se non lo facciamo, li portiamo con noi in un’altra vita. Solo noi possiamo liberarci… delle cattive abitudini che abbiamo accumulato nello stato fisico. I Maestri non possono farlo per noi.
Se decidiamo di lottare fra noi e di non liberarci, porteremo i nostri difetti in un’altra vita. E solo quando decidiamo di essere abbastanza forti per dominare i problemi esterni, non li avremo in una vita successiva.
«Dobbiamo anche imparare a non avvicinarci solo a coloro le cui vibrazioni sono le stesse delle nostre. È normale sentirci attratti da qualcuno che è sullo stesso livello in cui noi siamo. Ma questo è errato. Dobbiamo anche avvicinarci a coloro le cui vibrazioni sono negative… rispetto alle nostre. Questo è l’importante… aiutare costoro.

«Ci sono stati dati poteri intuitivi che dovremmo seguire e non cercare di resistervi. Quelli che resistono si troveranno in pericolo. Non siamo mandati indietro da ogni piano con eguali poteri. Alcuni di noi possiedono maggiori poteri di altri perché sono stati accumulati in altre vite.
Così gli uomini non sono stati tutti creati eguali. Ma infine raggiungeremo un punto in cui saremo tutti eguali.
Catherine fece una pausa. Sapevo che queste idee non erano sue. Lei non aveva basi nella fisica né nella metafisica; lei non sapeva nulla di piani, di dimensioni e di vibrazioni. E oltre questo, la bellezza delle parole e dei pensieri, le implicazioni filosofiche di queste affermazioni, andavano tutte oltre le capacità di Catherine. Lei non aveva mai parlato in un modo così conciso e poetico. Io potevo sentire un’altra, più alta forza che operava sulla sua mente e sulle sue corde vocali per tradurre in parole questi pensieri, perché io potessi capire. No, tutto questo non era Catherine.

La sua voce assunse un tono di sogno.
«Le persone che sono in coma… sono in uno stato di sospensione. Non sono ancora pronte a passare in un altro piano, finché non hanno deciso se vogliono passarvi o no. Solo loro possono deciderlo. Se hanno la certezza di non poter più imparare nello stato fisico… allora è concesso loro il passaggio. Ma, se possono imparare ancora, devono tornare indietro, anche se non vogliono. Questo è per loro un periodo di riposo, un periodo in cui i loro poteri mentali possono riposare.» Così le persone in coma possono decidere se ritornare o no, a seconda di quanto hanno ancora da imparare nello stato fisico. Se sentono che non hanno più nulla da imparare, possono entrare direttamente nello stato spirituale, nonostante la medicina moderna. Questa informazione si conciliava bene con le ricerche pubblicate sulle esperienze in prossimità della morte e sul perché certuni sceglievano di tornare. Ad altri non era concessa la scelta: dovevano tornare perché avevano ancora da imparare. Naturalmente tutti coloro che erano stati intervistati sulle loro esperienze in prossimità della morte erano tornati nei loro corpi. Vi è un’impressionante rassomiglianza nelle loro storie. Essi si distaccano dai loro corpi e «osservano» i loro sforzi di risuscitazione da un punto al di sopra del corpo.
Infine si rendono conto di una luce brillante o di una fulgida figura «spirituale» nella distanza, a volte alla fine di un tunnel. Non sentono dolore. Quando divengono consapevoli che i loro compiti sulla terra non sono ancora compiuti e che devono tornare nei loro corpi, sono immediatamente riuniti a essi e ancora una volta avvertono il dolore i e le altre sensazioni fisiche.
Molti miei pazienti hanno avuto esperienze in prossimità della morte. Il resoconto più interessante è stato quello di un uomo d’affari di successo, sudamericano, col quale ho avuto varie sedute di psicoterapia convenzionale circa due anni dopo il termine del trattamento di Catherine. Jacob era stato investito e lasciato in stato di incoscienza da una motocicletta in Olanda, nel 1975, quando era sulla trentina. Ricorda di avere fluttuato sopra il suo corpo e guardato la scena dell’incidente, prendendo nota dell’arrivo dell’ambulanza, del medico che esaminava le sue ferite e del crescente numero dei curiosi. Si era reso conto di una luce dorata nella distanza e, mentre la avvicinava, aveva
visto un monaco con un saio scuro. Il monaco gli aveva detto che non era ancora giunto il tempo del suo trapasso e che lui doveva tornare nel suo corpo. Jacob sentì la saggezza e il potere del monaco, il quale gli riferì alcuni futuri eventi della sua vita, che si realizzarono tutti più tardi. Jacob fu riportato nel suo corpo, riprese coscienza in un letto di ospedale, e, per la prima volta, provò un terribile dolore.
Nel 1980, mentre viaggiava in Israele, Jacob, che è ebreo, visitò la Grotta dei Patriarchi in Hebron, che è un luogo sacro per gli ebrei e per i musulmani. Dopo la sua esperienza in Olanda era divenuto più religioso e aveva cominciato a pregare spesso. Vide la vicina moschea e si mise a pregare con i musulmani che erano lì. Dopo un poco si alzò per andarsene. Un vecchio musulmano gli si avvicinò dicendo: «Lei è diverso dagli altri. Molto raramente gli ebrei si mettono a pregare con noi». Il vecchio fece una pausa guardando attentamente Jacob prima di continuare.
«Lei ha incontrato il monaco. Non dimentichi quello che le ha detto.» Cinque anni dopo l’incidente e a migliaia di chilometri di distanza, un vecchio sapeva dell’incontro di Jacob con il monaco, incontro che era avvenuto mentre Jacob era in stato di incoscienza.
Nel mio studio, meditando sulle ultime rivelazioni di Catherine, mi domandai che cosa i nostri primi Padri pensassero dell’affermazione che non tutti gli uomini sono creati eguali. La gente nasce con inclinazioni, capacità e poteri sviluppati in altre vite. «Ma infine raggiungeremo 57 un punto in cui saremo tutti eguali.» Sospettai che questo punto doveva essere distante molte, moltissime vite.

Pensai al giovane Mozart e alle sue incredibili capacità infantili. Era anche questo il risultato di facoltà anteriori? A quanto sembra, noi riportiamo le doti come riportiamo i debiti.
Pensai a come gli uomini tendono a riunirsi in gruppi omogenei, evitando e spesso temendo gli estranei. Questo era la radice dei pregiudizi e delle ostilità di gruppo. «Noi dobbiamo anche imparare ad avvicinarci non solo a coloro le cui vibrazioni sono simili alle nostre.» Ad aiutare queste persone diverse. Sentivo la verità spirituale delle parole di lei. «Devo tornare», riprese Catherine. «Devo tornare. Ma io volevo udire ancora. Le chiesi chi era Robert Jarrod. Lei aveva fatto il suo nome nell’ultima seduta, dicendo che aveva bisogno del mio aiuto.

«Non lo so… Può essere in un altro piano, non in questo.» A quanto sembrava, non poteva trovarlo. «Solo quando vuole, solo se decide di venire da me», mormorò, «mi manderà un messaggio. Ha bisogno del suo aiuto.» «Io non so ancora come posso aiutarlo», dissi.
«Non so», rispose Catherine. «Ma riguarda lei, non me.
Era interessante. Tutto questo materiale era indirizzato } a me. O dovevo aiutare Robert Jarrod ricevendo degli insegnamenti? Non avevamo mai sentito parlare di lui.
«Devo tornare, ripetè. «Devo prima andare alla luce. Improvvisamente apparve preoccupata. «Oh, oh, ho aspettato : troppo… E devo aspettare ancora perché ho tardato.» Mentre aspettava, le chiesi che cosa vedeva e sentiva.
«Altri spiriti, altre anime. Anche loro aspettano.» Le chiesi se vi era qualche cosa da insegnarci mentre lei aspettava.
«Potete dirci quello che dobbiamo sapere?» chiesi.
«Loro non sono qui per dircelo», rispose. Affascinante.
Se i Maestri non erano lì per essere ascoltati da lei, Catherine non poteva comunicarmi da sola quelle conoscenze.
«Sono molto inquieta a restare qui. Voglio andare… Quando sarà il momento opportuno me ne andrò.» Passarono ancora minuti silenziosi. Finalmente dovette essere giunto il momento opportuno. Lei era caduta in un’altra vita.
«Vedo dei meli… e una casa, una casa bianca. Vivo in questa casa. Le mele sono marcite… vermi, non sono buone da mangiare. Vi è un dondolìo, un dondolìo sull’albero.» Le chiesi di guardare se stessa.
«Ho dei capelli chiari, capelli biondi; ho cinque anni. Il mio nome è Catherine.» Fui sorpreso. Era entrata nella sua vita attuale; era Catherine a cinque anni. Ma doveva essere lì per qualche ragione.

«È successo qualche cosa, Catherine?» «Mio padre è arrabbiato con noi… perché non dovevamo essere fuori. Lui mi colpisce con una bacchetta; molto forte; fa male… Io ho paura.» Gemeva e parlava come una bambina. «Continuerà finché non avrà fatto male a tutti noi. Perché ci fa questo? Perché è così cattivo?» Le ingiunsi di guardare la sua vita da una prospettiva più alta e di rispondere lei stessa alle sue domande. Avevo recentemente letto di persone capaci di farlo. Alcuni scrittori la chiamano prospettiva del proprio Io Superiore o Maggiore. Ero curioso di sapere se Catherine poteva raggiungere questo stato, seppure esisteva. Se avesse potuto, sarebbe stata una potente tecnica terapeutica, una scorciatoia per l’introspezione e la comprensione.
«Lui non ci ha mai voluti», mormorò molto piano. «È convinto che siamo stati degli intrusi nella sua vita… Non ci vuole.» «Nemmeno suo fratello?» chiesi.
«Sì, mio fratello ancor meno. Non hanno mai voluto mio fratello. Non erano sposati quando… lui venne concepito. Questo risultò una sorprendente nuova informazione per Catherine: lei non aveva mai saputo di una gravidanza prematrimoniale. Sua madre, in seguito, confermò l’esattezza di quella rivelazione.

Sebbene stesse raccontando una vita, Catherine mostrò adesso una saggezza e una prospettiva equilibrata sulla sua vita che, in precedenza, erano state limitate solo allo stato di interregno, o spirituale. In qualche modo vi creò una parte più alta della sua mente, una sorta di super conscio. Forse era l’Io Superiore descritto da altri. Sebbene non fosse a contatto con i Maestri e con la loro spettacolare conoscenza, nello stato superconscio lei possedeva tuttavia profonde intuizioni e informazioni come quella del concepimento di suo fratello. La Catherine conscia, da sveglia, era molto più ansiosa e limitata, molto più semplice e, in confronto, superficiale. Non poteva entrare in questo stato superconscio. Mi domandavo se i profeti e i saggi ; delle religioni orientali e occidentali, i cosiddetti «attualizzati», non potessero valersi di questo stato superconscio per ottenere la loro saggezza e la loro conoscenza. Se così era, tutti noi avevamo la capacità di farlo perché dovevamo tutti possedere questo superconscio. Lo psicanalista Cari Jung si era reso conto dei diversi livelli di coscienza.
Scrisse dell’inconscio collettivo, uno stato simile al super- conscio di Catherine.
Sarei divenuto sempre più frustrato dall’insuperabile abisso tra il conscio intelletto di veglia di Catherine e il suo superconscio livello mentale di trance. Quando era ipnotizzata, io potevo avere affascinanti dialoghi filosofici con lei a livello superconscio. Da sveglia, tuttavia, Catherine non aveva alcun interesse per la filosofia e le materie affini. Viveva nel mondo dei particolari quotidiani ignorando il genio che era in lei.
Frattanto, suo padre continuava a tormentarla e la ragione stava divenendo evidente. «Ha molte lezioni da imparare?» le chiesi.
«Sì… è così.
Le chiesi se sapeva quello che doveva imparare. «Questa conoscenza non mi è rivelata.» Il suo tono era distaccato e distante. «Quello che mi è rivelato è ciò che è importante per me, quello che riguarda me. Ogni persona deve preoccuparsi di sé… di costruire il suo io… interamente.
Abbiamo lezioni da imparare… tutti noi. Devono essere imparate una alla volta… in ordine. Solo allora possiamo sapere quello di cui il nostro prossimo ha bisogno, quello
che gli manca o che ci manca per essere completi.» Parlava in un sussurro, e i suoi bisbigli davano una sensazione di amoroso distacco.
Quando Catherine parlò ancora, le era tornata la voce infantile. «Mi fa star male. Mi fa mangiar roba che non mi piace. È un certo cibo… Lattuga, cipolle, cose che detesto. Me le fa mangiare, e sa che starò male. Ma non gliene importa!» Catherine cominciò ad ansare. Le mancava l’aria. Di nuovo le suggerii di osservare la scena da una prospettiva più elevata, di capire perché suo padre si comportava così.

Catherine parlò in un bisbiglio stridulo. «Deve riempire qualche vuoto che ha in sé. Mi odia per quello che ha fatto.
Mi odia per questo e odia se stesso.» Io avevo quasi dimenticato l’aggressione sessuale di quando lei aveva tre anni.

«Così deve punirmi… Io devo aver fatto qualche cosa per indurlo a questo.» Lei aveva solo tre anni e suo padre era ubriaco. Tuttavia aveva portato questo senso di colpa entro di sé fin da allora. Le spiegai quel che era ovvio.
«Lei era una bambinetta. Adesso deve liberarsi da questo senso di colpa. Non ha fatto niente. Che cosa può fare una bambina di tre anni? Non è stata lei; è stato suo padre.» «Allora deve avere odiato anche me», sussurrò piano.

«Lo conoscevo fin da prima, ma adesso non posso valermi di questa informazione. Devo tornare a quel tempo.» Sebbene fossero trascorse parecchie ore, io volevo risalire alle loro precedenti relazioni. Le diedi istruzioni particolareggiate. «Lei è in uno stato profondo. Adesso conterò alla rovescia, da tre a uno. Lei si troverà in uno stato più profondo e si sentirà totalmente sicura. La sua mente sarà libera di vagare ancora a ritroso nel tempo, fino al momento in cui il legame con suo padre nella sua vita attuale è cominciato, fino al momento che ha avuto l’influenza più significativa su quello che è avvenuto nella sua infanza tra lei e lui. Quando dirò “uno” lei recederà fino a quella vita e la ricorderà. È importante per la sua cura. Può farlo. Tre… due… uno.» Vi fu una lunga pausa.
«Non lo vedo… Ma vedo della gente che viene uccisa!» La sua voce divenne alta e forte. «Noi non abbiamo il diritto di arrestare bruscamente delle vite prima che abbiano vissuto il loro karma. E noi lo stiamo facendo. Non ne abbiamo il diritto. Essi subiranno un maggiore castigo se li lasciamo vivere. Quando muoiono e vanno nell’altra dimensione, soffriranno là. Si troveranno in uno stato di estrema inquietudine. Non avranno pace. E saranno mandati indietro ma le loro vite saranno molto difficili. E dovranno riappacificarsi con coloro che hanno ferito per le ingiustizie che hanno commesso contro di loro. Essi arrestano le vite di costoro e non hanno il diritto di farlo. Solo Dio può punirli, non noi. Saranno puniti.» Passò un minuto di silenzio. «Se ne sono andati», mormorò. Gli Spiriti Maestri ci avevano dato quel giorno ancora un altro messaggio, forte e chiaro. Non dobbiamo uccidere, quali che siano le circostanze. Solo Dio può punire, Catherine era esausta. Decisi di rimandare la ricerca della connessione con suo padre nella vita passata e la feci uscire dalla trance. Lei non ricordò altro che le sue incarnazioni come Christian e come piccola Catherine. Era stanca, ma in pace e rilassata, come se le fosse stato tolto un grande peso. I miei occhi incontrarono quelli di Carole. Anche noi eravamo esausti. Avevamo rabbrividito e sudato, aggrappandoci a ogni parola. Avevamo condiviso un’incredibile esperienza.

Capitolo 6: Si svelano profonde verità


Da questo momento fissai le sedute settimanali di Catherine per la fine della giornata, perché duravano varie ore.
Quando arrivò, la settimana successiva, aveva ancora quello sguardo pieno di pace. Aveva parlato per telefono con suo padre. Senza dargli particolari, lo aveva, a suo modo, perdonato. Non l’avevo mai vista così serena, e mi meravigliai della rapidità del suo progresso. Era raro che un paziente con ansietà e paure così croniche e profonde migliorasse in maniera così eclatante. Ma, ovviamente, Catherine non era una paziente comune, e il corso preso dalla terapia era certamente unico.

«Vedo una bambola di porcellana su una specie di mensola.» Era rapidamente caduta in una trance profonda. «Vi sono libri presso il caminetto, ai due lati. È una stanza in una casa. Vi sono candelieri presso la bambola. E una pittura… la pittura di un volto, un volto maschile. È lui…» Stava considerando attentamente la stanza. Le chiesi di descriverla.
«Una specie di tappeto sul pavimento. È molto peloso, come… Sì, è una pelle di animale… Una pelle di animale che copre il pavimento. A destra vi sono due porte a vetri–. che portano a una veranda. Vi sono quattro gradini…
colonne sul fronte della casa e quattro gradini. Portano a un sentiero. Intorno vi sono grandi alberi… Fuori vi sono! dei cavalli legati con le briglie… ad alcuni pali che sono! davanti alla casa.» «Sa dove si trova?» chiesi. Catherine trasse un profondo! respiro. «Non vedo un nome», mormorò, «ma l’anno, l’anno deve essere in qualche parte. È il diciottesimo secolo, ma io non… Vi sono alberi e fiori gialli, fiori gialli molto graziosi.» Fu distratta da questi fiori. «Hanno un meraviglioso profumo; un profumo dolce, i fiori… strani fiori, fiori grandi… fiori gialli con centro scuro. Tacque, rimanendo tra i fiori. Ricordavo un campo di girasoli nel sud della Francia. Le chiesi del clima.

«È molto temperato, ma non è ventoso. Non fa freddo I né caldo.» Non facciamo alcun progresso nell’identificare il luogo. La riportai nella casa, lontano dagli affascinanti fiori gialli, e le chiesi di chi era il ritratto sopra la mensola.
«Non posso… Comincio a udire Aaro… il suo nome è Aaron.» Le chiesi se era il proprietario della casa. «No, il proprietario è suo figlio. Io lavoro qui.» Ancora una volta svolgeva mansioni di domestica. Non aveva mai nemmeno! remotamente rivestito il ruolo di una Cleopatra o di un Napoleone. Coloro che dubitano della reincarnazione, compreso me stesso con la mentalità di scienziato che avevo fino a due mesi prima, spesso puntano sulla frequenza di incarnazioni di persone famose, molto superiori a quelle che ci possiamo aspettare. Adesso mi trovo nella condizione più inconsueta di avere reincarnazioni provate scientificamente esatte nei miei uffici del Dipartimento di Psichiatria. E veniva rivelato molto più della reincarnazione.

«La mia gamba è molto…» continuò Catherine, «molto pesante. Mi fa male. Sembra quasi che non sia lì. La mia ‘ gamba è ferita. I cavalli mi hanno dato un calcio.» Le dissi di guardare se stessa.
«Ho i capelli bruni, bruni e ricciuti. Porto una specie di ] cuffia… una specie di cuffia bianca… un abito blu con una sorta di grembiulino… un grembiule. Sono giovane, non una bambina. Ma la gamba mi fa male. È appena successo. Mi fa un male terribile.» Soffriva visibilmente molto.
«Il ferro… il ferro. Mi ha dato un calcio col suo ferro. È un cavallo molto, molto cattivo.» La sua voce divenne più bassa e il dolore finalmente scomparve. «Posso sentir l’odore del fieno raccolto nel fienile. Vi sono altre persone che lavorano nelle stalle.» Le chiesi quali erano i suoi compiti.
«Sono responsabile del servizio… del servizio nella grande casa. Mi occupo anche un poco della mungitura.» Volevo sapere di più sui suoi padroni.
«La moglie è piuttosto grassoccia, molto trascurata. E vi sono due figlie… Io non le conosco», aggiunse anticipando la mia domanda se qualcuno era apparso nell’attuale vita di Catherine. Le chiesi della sua famiglia nel diciottesimo secolo.

«Non so; non li vedo. Non vedo nessuno con me.» Le chiesi se viveva lì. «Vivevo lì, sì, ma non nella casa grande.
In una casa molto piccola, fatta per noi. Vi sono polli. Noi raccogliamo le uova. Sono uova scure. La mia casa è molto piccola… e bianca… una stanza. Vedo un uomo. Vivo con lui. Ha i capelli molto ricci e occhi azzurri.» Le chiesi se erano sposati.

«Secondo la loro concezione di matrimonio, no.» Era nata lì? «No, sono stata portata qui quando ero molto piccola. La mia famiglia era poverissima.» Il suo compagno non le sembrava familiare. Le dissi di avanzare nel tempo fino al secondo evento significativo di questa vita.
«Vedo qualche cosa di bianco… bianco con molti nastri.
Deve essere un cappello. Un tipo di cappello con piume e nastri bianchi.» «Chi porta questo cappello? È forse…» Mi interruppe.
«La signora della casa, naturalmente.» Mi sentii un po’ ‘ciocco. «È il matrimonio di una delle sue figlie. Tutti sono Biniti per la celebrazione.» Le chiesi se sul giornale si parlava del matrimonio. In tal caso le avrei fatto cercare la data.

«No, non credo che vi siano giornali, qui. Non vedo! nulla di simile.» Risultava molto difficile documentare questa vita. «Si vede presente a questo matrimonio?» chiesi. Lei rispose subito a voce più alta.
«Noi non siamo al matrimonio. Possiamo solo guardare ; la gente che viene e va. La servitù non è ammessa.

«Quali sono i suoi sentimenti? «Odio.
«Perché? La trattano male?» «Perché siamo poveri», rispose piano, «e siamo legati a loro. Abbiamo così poco in confronto con quello che hanno ] loro.
«Ha mai lasciato quella casa? O ha sempre vissuto là?» Rispose vivacemente: «Ho sempre vissuto qui». Sentii la sua tristezza. La sua vita era insieme difficile e senza speranza. La feci progredire fino al giorno della sua morte.
«Vedo una casa. Io sono a letto, giaccio sul letto. Mi danno qualche cosa da bere, qualche cosa di caldo. Sa di menta. Mi duole molto il petto. Mi è difficile respirare… Sento dolori al petto e al dorso… Sono brutti dolori… Mi è difficile parlare.» Respirava rapidamente e poco profondamente, con gran pena. Dopo alcuni minuti di agonia, il suo volto si distese e il suo corpo si rilassò. Il respiro tornò normale.
«Ho lasciato il mio corpo.» La sua voce divenne più forte e alta. «Vedo una meravigliosa luce… Vi sono persone che mi si avvicinano. Vengono ad aiutarmi. Persone meravigliose. Non hanno paura… Mi sento molto leggera…» Vi ; fu una lunga pausa.
«Ha qualche idea sulla vita che ha appena lasciato?» «Più tardi. Per ora sento solo pace. E un momento di conforto. Dobbiamo essere confortati. L’anima… Qui l’anima trova pace. Lasciamo dietro di noi tutte le nostre pene corporee. La nostra anima è in pace e serena. È una meravigliosa sensazione… meravigliosa, come se il sole splendesse sempre su di noi. La luce è così brillante! Tutto viene dalla luce! Da questa luce viene energia. La nostra anima viene qui immediatamente. È quasi come una forza magnetica
da cui siamo attratti. È meraviglioso. È come una fonte di potere. Io so come guarire.» «Ha un colore?» «Vi sono molti colori.» Fece una pausa, riposando in questa luce.
«Che cosa sta sperimentando?» arrischiai.
«Nulla… solo pace. Si è fra amici. Sono tutti qui. Vedo molte persone. Alcune sono familiari; altre no. Ma siamo qui, aspettando.» Continuò ad aspettare mentre i minuti passavano lentamente. Decisi di affrettare il passo.

«Ho una domanda da farle.
«Su che cosa?» chiese Catherine.
«Qualcuno… lei o i Maestri…» Esitai. «Credo che il capire questo ci aiuterà. La domanda è questa: scegliamo il momento e i modi della nostra nascita e della nostra morte? Possiamosceglierelanostracondizione?Possiamoscegliere ilnostroritorno?Credoche il capir questo attenuerà molto le sue paure. C’è lì qualcuno che possa rispondere a questa damanda?» La stanza era fredda. Quando Catherine parlò ancora, la sua voce era profonda e più sonora. Era una voce che non avevo mai udito in precedenza. Era la voce di un poeta.
«Sì, scegliamo quando vogliamo entrare nel nostro stato fisico e quando vogliamo lasciarlo. Sappiamo quando abbiamo compiuto quello che siamo stati mandati quaggiù a compiere. Sappiamo quando è venuto il momento, e accettiamo la nostra morte. Perché sappiamo che non possiamo ottenere niente altro dalla nostra vita. Quando abbiamo tempo, quando abbiamo avuto il tempo di ridare energie alla nostra anima, ci è concesso di rientrare nello stato fisico. Coloro che esitano, che non sono sicuri di tornare qui, possono perdere la possibilità che era stata data loro, la possibilità di portare a termine quello che devono fare nello stato fisico.» Capii immediatamente e completamente che non era! Catherine a parlare.
«Chi mi parla?» implorai. «Chi mi ha parlato?» Catherine rispose col suo consueto bisbiglio: «Non so.
la voce di qualcuno molto… qualcuno che controlla le e se, ma non so chi sia. Posso solo udire la sua voce e cerca di riferire quello che dice».
Anche lei sapeva che questa conoscenza non veniva da lei, né dal subconscio né dall’inconscio. Lei in qualche modo ascoltava, e poi mi riferiva, le parole o i pensieri di qualcuno molto speciale, qualcuno che «controllava le cose». Così era comparso un altro Maestro, diverso da quello o da quelli da cui erano provenuti i precedenti messaggi di saggezza. Questo era uno spirito nuovo, con una voce e uno stile caratteristici, poetico e sereno. Era un Maestro che parlava della morte senza alcuna esitazione, e tuttavia la cui voce e i cui pensieri erano pregni di amore. Quell’amore era caldo e reale, e allo stesso tempo distaccato e universale. Io mi sentivo felice, non oppresso, né commosso o costretto. Ricambiavo una sensazione di amoroso distacco o di distaccato amore che sentivo vagamente familiare. Il bisbiglio di Catherine divenne più forte. «Io non ho fede in costoro.» «Non ha fede in chi?» chiesi.
«Nei Maestri.» «Non ha fede?» «No. Mi manca la fede. Perché la mia vita è stata così difficile. Non avevo fede in quella vita.» Stava giudicando con calma la sua vita nel diciottesimo secolo. Le chiesi che cosa aveva imparato in quella vita.
«Ho imparato odio e risentimento, a covare in me i miei sentimenti verso gli altri. Ho dovuto anche imparare che ‘ non ho controllo sulla mia vita. Vorrei avere controllo, ma non ne ho alcuno. Devo avere fede nei Maestri. Essi vogliono guidarmi, ma io non avevo la fede. Mi sembrava di essere condannata fin dall’inizio. Non ho mai considerato le cose con gaiezza. Dobbiamo avere fede… dobbiamo avere fede. E io dubito. Ho scelto di dubitare invece che di credere.» Fece una pausa.
«Che cosa dovrebbe fare, e io dovrei fare, per migliorarci? Le nostre strade sono le stesse?» chiesi. La risposta venne dal Maestro che la settimana prima aveva parlato di poteri intuitivi e di ritorno dal coma.
La voce, lo stile, il tono erano del tutto diversi da quelli di Catherine e da quelli del maschio e poetico Maestro che aveva appena parlato.

«La strada di ognuno è fondamentalmente la stessa.
Tutti noi dobbiamo imparare certe attitudini mentre siamo nello stato fisico. Alcuni di noi sono più pronti, nell’accettarle, di altri. La carità, la speranza, la fede, l’amore… dobbiamo tutti conoscere queste cose, e conoscerle bene. Non si tratta solo di una speranza, di una fede e di un amore…
tante cose si alimentano in ognuno di essi. Vi sono tante vie per dimostrarle. E tuttavia abbiamo preso contatto solo con una piccola parte di ognuna…
«Coloro che appartengono agli ordini religiosi vi si sono avvicinati più di ognuno di noi perché hanno fatto voto di castità e di obbedienza. Hanno rinunciato a tante cose senza chiedere nulla in contraccambio. Tutti gli altri di noi continuano a chiedere compensi e giustificazioni per il loro comportamento… quando non vi sono compensi, i compensi che vogliamo. Il compenso è nel fare, ma nel fare senza aspettarsi nulla… nel fare non egoista.» «Io non ho imparato questo», aggiunse Catherine nel suo lieve bisbiglio.
Per un momento rimasi confuso dalla parola «castità, ma ricordai che la radice significa «puro, riferendosi a uno stato molto diverso da quello di una semplice astinenza sessuale.

«…Non ho imparato a non essere troppo indulgente», continuò. «Tutto ciò che è fatto in modo eccessivo… è un eccesso… Lei capirà. Lei in realtà capisce.» Fece ancora- una pausa.
«Sto tentando», dissi. Poi decisi di concentrarmi su; Catherine. Forse i Maestri non se n’erano ancora andati. ; «Che cosa posso fare per meglio aiutare Catherine a superare le sue paure e le sue ansietà? E a imparare le sue lezioni. È questa la miglior via o dovrei cambiare qualche cosa? O sfruttare qualche area specifica? Come posso aiutarla nel miglior modo?» La risposta venne con la voce profonda del Maestro poeta. Io mi sporsi in avanti sulla mia sedia.
«Lei fa quello che è giusto. Ma questo è per lei, non per 1 la paziente.» Ancora una volta il messaggio era a mio beneficio più che a quello di Catherine.
«Per me?» «Sì. Quello che noi diciamo è per lei.» Non solo si riferiva a Catherine in terza persona, ma diceva «noi». Erano infatti presenti molti Spiriti Maestri.
«Posso sapere i vostri nomi?» chiesi, trasalendo immediatamente per il carattere mondàno della mia domanda.
«Ho bisogno di guida. Devo conoscere ancora tante cose.» La risposta fu una poesia d’amore, una poesia sulla mia vita e sulla mia morte. La voce era dolce e tenera, e io sentii l’amoroso distacco di uno spirito universale. Ascoltai con reverenza.
«Lei sarà guidato nel tempo. Sarà guidato… nel tempo.
Quando avrà compiuto quello che è stato mandato qui a compiere, la sua vita avrà termine. Ma non prima. Lei ha ancora molto tempo dinanzi a sé… molto tempo.» Ero insieme ansioso e sollevato. Mi sentivo felice che non fosse più specifico. Catherine stava divenendo inquieta. Parlava in un basso bisbiglio.
«Non riesco, non riesco… tento di trovare la mia vita…
non riesco. » Sospirò, e sospirai anch’io. I Maestri se n’erano andati. Meditai sui miracolosi messaggi, messaggi molto personalizzati che venivano da fonti molto spirituali. Le implicazioni erano schiaccianti. La luce dopo la morte e la vita dopo la morte; la nostra scelta quando nasciamo e quando morremo; la sicura e non mai errata guida dei Maestri;
le vite misurate in lezioni imparate e doveri compiuti, non in anni; carità, speranza, fede e amore; dare senza aspettarci compensi… questa nozione era per me. Ma a quale scopo? Che cosa ero stato mandato qui a compiere? I drammatici messaggi e gli eventi rovesciatisi su di me nel mio studio rispecchiarono profondi cambiamenti nella mia vita personale e in quella della mia famiglia. La trasformazione divenne in me sempre più consapevole. Per esempio, andavo in auto con mio figlio a una partita universitaria di baseball quando ci trovammo imbottigliati in un ingorgo. Io ho sempre detestato il traffico, e adesso avremmo perso il primo inning o i primi due. Mi accorsi di non essere irritato. Non me la prendevo con qualche guidatore incapace. I muscoli del mio collo e delle spalle erano rilassati. Non riversavo la mia irritazione su mio figlio e passavamo il tempo chiacchierando tranquillamente. Mi accorsi di voler solo passare un buon pomeriggio con Jordan, guardando un gioco che piaceva a entrambi. Lo scopo del pomeriggio era di stare insieme. Se mi fossi irritato, tutta la gita sarebbe stata rovinata. Pensai ai miei figli e a mia moglie domandandomi se in precedenza eravamo stati uniti. Non avevamo forse scelto di condividere le prove, i drammi e le gioie di questa vita? Eravamo forse eterni? Sentii per loro un grande amore e una grande tenerezza. Mi resi conto che le loro debolezze e i loro errori erano cose da poco. In realtà non avevano importanza. Importante era l’amore.
Mi trovai anche a considerare le mie debolezze, per la stessa ragione. Non era necessario che tentassi di essere perfetto e controllato in ogni momento. In realtà non era, necessario far sempre colpo.
Fui felice di poter condividere questa esperienza coi Carole. Spesso parlavamo, dopo cena, delle mie sensazioni e delle mie reazioni nelle sedute con Catherine. Carole ha una mente analitica e molto ben fondata. Lei sapeva come tendessi a condurre l’esperienza con Catherine in modo attento e scientifico, e faceva l’avvocato del diavolo per aiutarmi a considerare obiettivamente le informazioni che’; ricevevo. Via via che le prove critiche dimostravano che Catherine rivelava realmente grandi verità, Carole partecipava alle mie apprensioni e alle mie soddisfazioni.


Capitolo 7: Ricordi di vite passate


Una settimana dopo, quando Catherine arrivò per la seduta, io ero pronto a far scorrere il nastro dell’incredibile dialogo della settimana scorsa. Dopo tutto, lei mi aveva fatto avere quella poesia celestiale oltre alla rievocazione della sua vita passata. Io le dissi che mi aveva riferito informazioni sulle esperienze dopo la morte, anche se non ricordava niente dello stato di interregno o spirituale. Lei era riluttante ad ascoltare. Migliorata e felice in modo schiacciante, non aveva bisogno di ascoltare questo materiale. Inoltre era tutto, in qualche modo, «misterioso». Io riuscii a persuaderla. Era meraviglioso, bello, esaltante, ed era avvenuto attraverso di lei. Volevo condividerlo con lei.
Ascoltò sul nastro il suo dolce bisbiglio solo per pochi minuti, e poi mi pregò di smettere. Disse che era troppo misterioso e che la metteva a disagio. In silenzio ricordai: «Questo è per lei, non per la paziente».
Io mi domandai quanto sarebbero continuate queste sedute perché lei andava migliorando ogni settimana. Adesso rimanevano solo poche increspature nel suo stagno una volta burrascoso. Aveva ancora paura dei luoghi chiusi, e la sua relazione con Stuart si limitava a minimi contatti.

Altrimenti il suo progresso era notevole.
Da mesi non avevamo avuto una seduta di psicoterapia convenzionale. Non erano’più necessarie. Chiacchieravamo per pochi minuti considerando gli eventi della settimana, e poi passavamo rapidamente alla regressione ipnotica. Sia a causa dei ricordi di gravi traumi o di mini-i traumi quotidiani nella vita attuale, o del processo di rivivere esperienze, Catherine era virtualmente guarita. Le sue fobie e i suoi attacchi di panico eranoquasiscomparsiNonavevapiùpauradellamortenédimorire.Nontemeva piùdi perdere il controllo. Gli psichiatri usano adesso alte dosi di tranquillanti e di antidepressivi per trattare persone con i sintomi di Catherine. Oltre a queste medicine, i pazienti seguono spesso un’intensa psicoterapia o sedute di gruppo per la terapia della fobia. Molti psichiatri credono che sintomi come quelli di Catherine hanno una base biologica, che vi sono deficienze di una o più sostanze chimiche cerebrali.
Quando ebbi ipnotizzato Catherine in uno stato di trance profonda, pensai quanto notevole e meraviglioso fosse il fatto che, in un periodo di settimane, senza l’uso di medicine, di terapie convenzionali o di terapia di gruppo, lei si trovasse quasi guarita. Questo non era solo la soppressione dei sintomi, del digrignare i denti, del vivere una vita tormentata da paure. Era la guarigione, l’assenza di sintomi. E adesso era radiosa, serena e felice oltre le mie più audaci speranze.
La sua voce fu di nuovo un dolce sussurro. «Sono in un edificio, qualche cosa con un soffitto a volta. Il soffitto è blu e dorato. Vi sono altre persone con me. Sono vestite… vecchio… una sorta di abito, molto vecchio e sporco. Non so come siamo arrivati qui. Vi sono molte figure nella stanza. E anche alcuni oggetti, alcuni oggetti che stanno su qualche struttura di pietra. Vi è una grande figura d’oro a un capo della stanza. Sembra… Èmoltogrande,conali.Èmoltomalvagia.Nellastanzafamoltocaldo,moltocaldo… Fa molto caldo perché nella stanza non vi sono aperture. Dobbiamo stare lontani dal villaggio. Vi è in noi qualche cosa che non va.» «È malata?» «Sì, siamo tutti malati. Non so che cosa abbiamo, ma la nostra pelle muore. Diventa nerissima. Sento molto freddo. L’aria è asciutta e stantia. Non possiamo tornare al villaggio. Dobbiamo stare lontani. Alcuni volti sono deformati.» Questa malattia sembrava terribile, come la lebbra. Se aveva mai avuto una vita affascinante, non stava parlando certo di quella. «Per quanto tempo dovete restare qui?» «Per sempre», rispose tristemente, «fino alla morte. Non c’è
cura per questo male.» «Sa il nome della malattia? Come è chiamata?» «No. La pelle diventa arida e si raggrinza. Io sono qui da anni. Altri sono appena arrivati. Non c’è ritorno. Siamo stati scacciati… per morire.
Conduceva un’esistenza sciagurata, viveva in una grotta.

«Dobbiamo andare a caccia per mangiare. Vedo una sorta di bestia selvaggia, a cui diamo la caccia… con le corna.
È scura con le corna.» «Qualcuno viene a farvi visita?» «No, non possono avvicinarci, altrimenti prendono la stessa malattia anche loro. Siamo stati maledetti… Per qualche male che abbiamo fatto. E questa è la nostra punizione. I grani di sabbia della sua teologia stavano continuamente scorrendo nella clessidra delle sue vite. Solo dopo la morte, nello stato spirituale vi era un benvenuto e una rassicurante fermezza.

«Sa in che anno è?» «Abbiamo perso il senso del tempo. Siamo malati; aspettiamo solo la morte.» «Non vi è speranza?» Sentivo la sua disperazione.
«Non vi è speranza. Morremo tutti. Ho molto dolore nelle mani. Tutto il mio corpo è esaurito. Sono vecchia. Mi è difficile muovermi.» «Che cosa avverrà quando non potrà più muoversi?» «Siamo portati in un’altra grotta e abbandonati alla| morte.» «Che cosa fanno dei morti?» «Chiudono l’ingresso della grotta.

«Avviene che chiudano la grotta prima che le persone ; siano morte? Cercavo un indizio per la sua paura dei luoghi chiusi.
«Non lo so. Non sono mai stata lì. Sono nella stanza con altre persone. Fa molto caldo. Giaccio lì, contro il muro.» «A che cosa serve la stanza?» «È per il culto… molti dèi. Fa molto caldo.» La feci avanzare nel tempo. «Vedo qualche cosa di bianco. Vedo qualche cosa di bianco, una sorta di baldacchino.

Stanno muovendo qualcuno.» «È lei?» «Non so. Darò il benvenuto alla morte. Il mio corpo soffre tanto.» Le labbra di Catherine si erano assottigliate per il dolore, e lei ansava per il caldo della grotta. La portai fino al giorno della sua morte. Ansimava ancora.
«Le è difficile respirare?» chiesi.
«Sì, fa tanto caldo… sento… tanto caldo, è molto buio.
Posso vedere… e non posso muovermi.» Stava morendo, paralizzata e sola nella grotta calda e buia. L’ingresso della caverna era già stato chiuso. Era atterrita e disperata. Il suo respiro divenne più celere e irregolare, e per fortuna morì, terminando questa vita di angoscia.
«Mi sento leggerissima… come se fluttuassi nell’aria.
Qui vi è molta luce. È meraviglioso!» «Soffre?» «No!» Fece una pausa e io aspettai i Maestri. Invece fu portata via. «Sto cadendo velocemente. Torno in un corpo!» Sembrava meravigliata al pari di me.
«Vedo dei fabbricati con colonne. Vi sono molti fabbricati. Noi siamo fuori. Vi sono alberi… Alberi di ulivo… tutt’intorno. È molto bello. Stiamo osservando qualche cosa… La gente porta delle maschere stranissime; coprono i loro volti. È qualche festività. Indossano vesti lunghe e hanno il viso coperto da maschere. Fingono di essere quello che non sono. Sono su una piattaforma… siamo seduti lì.» «Assistete a una rappresentazione?» «Sì.
«Che aspetto ha? Si guardi.
«Ho i capelli scuri. I miei capelli sono intrecciati.» Fece una pausa. Il modo con cui si era descritta e la presenza di ulivi mi ricordarono la vita di Catherine come greca mille e cinquecento anni prima di Cristo, quando io ero il suo maestro, Diogene.
Decisi di investigare.
«Conosce la data?» «No.» «Vi sono con lei persone che conosce?» «Sì, mio marito è seduto accanto a me. Io non lo conosco [nella vita attuale].» «Avete figli?» «Sono in attesa di un bambino.» La sua scelta delle parole era interessante, in qualche modo antiquata e del tutto diversa dallo stato cosciente di Catherine.
«Suo padre è lì?» «Non lo vedo. Lei è qui, in qualche parte, ma non è con me.» Dunque avevo ragione. Eravamo risaliti a trenta cinque secoli fa.
«Che cosa faccio, lì?» «Sta osservando, ma insegna. Insegna… Insegna… Noi abbiamo imparato da lei… quadrati e cerchi, strane cose.

Diogene, lei è qui.» «Che altro sa di me?» «Lei è vecchio. In qualche modo siamo imparentati… lei è il fratello di mia madre.» «Conosce altri della mia famiglia?» «Conosco sua moglie… e i suoi ragazzi. Lei ha dei figli.
Due di loro sono maggiori di me. Mia madre è morta; è morta molto giovane.» «L’ha allevata suo padre?» «Sì, ma adesso sono sposata.» «E aspetta un bambino?» «Sì. Ho paura. Non voglio morire quando il bambino nascerà.» «Come è successo a sua madre?» «Sì.» «E ha paura che succeda anche a lei?» «Succede spesso.» «È il suo primo figlio?» «Sì, sono atterrita. Lo aspetto presto. Sono molto grassa.

Mi muovo a fatica… Fa freddo.» Si era portata avanti nel tempo. Il bambino stava per nascere. Catherine non aveva mai avuto un bambino, e io non ne avevo aiutato a nascere nessuno nei quindici anni seguiti al mio corso di ostetricia nella facoltà di medicina.
«Dov’è?» chiesi.
«Sono sdraiata su qualche cosa di duro come pietra. È { molto freddo. Ho le doglie… Qualcuno deve aiutarmi.
Qualcuno deve aiutarmi.» Le dissi di respirare profondamente; il bambino sarebbe nato senza dolori. Lei ansimava e gemeva insieme. Il suo travaglio durò alcuni minuti penosissimi, e poi il bambino nacque. Era una femmina.
«Si sente meglio, adesso?» «Molto debole… quanto sangue!» «Sa come la chiamerà?» «No, sono troppo stanca… Voglio il mio bambino.» «Il suo bambino è qui», improvvisai, «è una bella bambina.» «Sì, mio marito è contento.» Era esausta. Le dissi di fare un breve sonnellino e di svegliarsi riposata. Dopo un paio di minuti si svegliò.
«Si sente meglio, adesso?» «Sì… Vedo degli animali. Portano qualche cosa sul dorso. Dei panieri. Nei panieri vi sono molte cose… cibo… alcuni frutti rossi… È un bel posto?» «Sì, con molto cibo.» «Conosce il nome del luogo? Come lo chiama quando uno straniero le chiede il nome del villaggio?» «Catthenia… Cathenia.» «Sembra una città greca», suggerii.
«Non lo so. Lei non lo sa? Lei ha viaggiato fuori del villaggio ed è tornato. Io no. Era una ritorsione. Poiché in quella vita, ero suo zio, più vecchio e più sapiente, lei chiedeva a me se conoscevo la risposta alla mia stessa domanda. Purtroppo io non la sapevo.
«Ha vissuto tutta la sua vita in quel villaggio?» chiesi.
«Sì», mormorò, «ma lei viaggia, e così conosce quello che insegna. Lei viaggia per imparare, per conoscere la terra… le varie strade commerciali così da poterle disegnare e fare delle mappe… Lei è vecchio. Lei va con i giovani perché conosce le carte. Lei è molto sapiente.» «Di quali carte parla? Carte delle stelle?» «Lei, lei conosce i simboli. Lei può aiutarli a fare… aiutarli a fare mappe.
«Riconosce altre persone del villaggio?» «Non le conosco… ma conosco lei.» «Bene. Come sono le nostre relazioni?» «Ottime. Lei è molto gentile. Mi piace stare accanto a lei; mi da molto conforto… Lei ci ha aiutato. Ha aiutato le mie sorelle…» «Tuttavia verrà il momento in cui dovremo lasciarci, perché sono vecchio.» «No.» Non era pronta a considerare la mia morte. «Vedo del pane. Del pane schiacciato, molto schiacciato e
sottile.» «Vi sono persone che mangiano quel pane?» «Sì, mio padre, mio marito e io. E altri del villaggio.» «In quale occasione?» «È una… una festa.» «Suo padre è lì?» «Sì.» «Il suo bambino è lì?» «Sì, ma non è con me. È con mia sorella.» «Guardi attentamente sua sorella», le suggerii pensane do al riconoscimento di una persona significativa nell’attuale vita di Catherine.
«Sì. Non la conosco.» «Riconosce suo padre?» «Sì… sì… Edward. Vi sono fichi, fichi e olive… e frutti rossi. Vi è pane schiacciato. E hanno macellato delle pecore. Le stanno arrostendo.» Vi fu una lunga pausa. «Vedo qualche cosa di bianco…» Era progredita ancora nel tempo. «È una bianca… una cassa quadrangolare. Mettono lì le persone quando muoiono.» «Dunque è morto qualcuno?» «Sì… Mio padre. Non mi piace guardarlo. Non voglio! guardarlo.» «Deve guardarlo?» «Sì. Lo porteranno via per bruciarlo. Mi sento molto triste.» «Sì, capisco. Quanti figli ha?» Il reporter che è in me non le lasciava la libertà di addolorarsi.
«Ne ho tre, due maschi e una femmina.» Dopo avere risposto alla mia domanda, tornò alla sua tristezza. «Hanno messo il suo corpo sotto qualche cosa, sotto una coperta…» Sembrava molto addolorata.
«Sono morto anch’io in questo periodo?» «No. Lei sta bevendo del succo d’uva, succo d’uva in una tazza.» «Che aspetto ho, adesso?» «Lei è molto, molto vecchio.» «Si sente meglio adesso?» «No! Quando lei morrà sarò sola.» «È sopravvissuta ai suoi figli? Loro si prenderanno cura di lei.» «Ma lei conosce tante cose.» Sembrava una bambina piccola. «Tirerà avanti. Anche lei sa molte cose. Sarà al sicuro.» La rassicurai e lei sembrò tranquillizzarsi.

«È più serena? Dove si trova, adesso?» «Non so.» A quanto pareva era passata nello stato spirituale, sebbene non avesse sperimentato la sua morte in quella vita. Questa settimana avevamo percorso due vite con notevoli particolari. Attesi i Maestri ma Catherine continuava a riposare. Dopo vari altri minuti di attesa, chiesi se poteva parlare agli Spiriti Maestri.
«Non ho raggiunto quel piano», mi spiegò. «Non posso parlare se non lo raggiungo.» Non raggiunse quel piano. Dopo avere atteso parecchio la feci uscire dalla trance.

Capitolo 8: La vita dopo la morte


Passarono tre settimane prima della seduta successiva.
Durante la mia vacanza, sdraiato su una spiaggia tropicale, ebbi il tempo e la distanza per riflettere su quello che era trapelato dalle sedute con Catherine: regressioni ipnotiche in vite passate con particolareggiate osservazioni e spiegazioni di oggetti, processi e fatti di cui non aveva conoscenza nel suo stato normale di veglia; miglioramento dei suoi sintomi grazie alle regressioni, miglioramento nemmeno remotamente raggiunto con la psicoterapia convenzionale nei primi diciotto mesi di trattamento; rivelazioni freddamente esatte sullo stato spirituale dopo la morte, che portavano conoscenze a cui lei non aveva accesso; poesia spirituale e lezioni sulle dimensioni dopo la morte, sulla vita e sulla morte, sulla nascita e la rinascita, da parte di Spiriti Maestri che parlano con saggezza e in uno stile molto al di sopra delle capacità di Catherine. Vi erano in realtà molte cose da considerare.
Negli anni avevo trattato molte centinaia, forse un migliaio, di pazienti psichiatrici che riflettevano l’intero spettro dei disordini emozionali. Avevo diretto unità di degenti interni in quattro delle principali scuole mediche. Avevo trascorso anni in sale di emergenza psichiatrica, in cliniche con pazienti esterni e in varie altre istituzioni esaminando e trattando pazienti esterni. Sapevo tutto sulle allucinazioni uditive e visive e sulle illusioni della schizofrenia. Avevo trattato molti pazienti con sintomi incerti e disordini di carattere isterico, comprese le dissociazioni o personalità multiple. Ero stato docente sulla tossicodipendenza e l’alcolismo al National Institute of Drug Abuse (NIDA), e conoscevo perfettamente la gamma degli effetti i della droga sul cervello.
Catherine non aveva alcuno di questi sintomi o sindromi. Quello che era avvenuto non era una manifestazione di malattia psichiatrica. Lei non era una psicotica né aveva perso i contatti con la realtà, non aveva mai avuto allucinazioni (vedere o udire cose che non esistono effettivamente) né illusioni (false credenze).
Non faceva uso di droghe e non aveva caratteri sociopatici. Non aveva una personalità isterica né mostrava tendenze | alla dissociazione. In altre parole, era generalmente consapevole dì quello che faceva e pensava, non procedeva con un «pilota automatico», e non aveva mai avuto dissociazioni o personalità multiple. Le informazioni che produceva andavano spesso al di là delle sue capacità coscienti sia per stile che per contenuto. In parte era particolarmente paranormale, come i riferimenti a specifici eventi e fatti del mio passato (a esempio le conoscenze su mio padre e mio figlio), come del suo. Aveva conoscenze, a cui non aveva mai avuto accesso, né mai aveva raccolto, sulla sua vita presente. Queste conoscenze, come l’intera esperienza, erano estranee alla sua cultura e alla sua educazione, e contrarie a molte delle sue credenze.
Catherine è una persona onesta e relativamente semplice. Non è una studiosa, e non potrebbe avere inventato i fatti, i particolari, gli eventi storici, le descrizioni e la poesia che giungevano attraverso di lei. Come psichiatra-e scienziato, ero certo che il materiale aveva origine in qualche parte della sua mente inconscia. Senza alcun dubbio era reale. Anche se Catherine fosse stata un’abile attrice, non avrebbe potuto ricreare questi avvenimenti. Le conoscenze erano troppo esatte e troppo specifiche, e andavano oltre la sua capacità.
Meditai sullo scopo terapeutico di esplorare le vite passate di Catherine. Ora che eravamo entrati in questo nuovo regno, il suo miglioramento era inaspettatamente rapido, senza alcuna medicina. In questo regno vi è qualche potente forza guaritrice, una forza evidentemente molto più efficace della terapia convenzionale e delle medicine
moderne. 


Questa forza comprende il ricordare e il rivivere non solo eventi traumatici di grande importanza, ma anche i traumi quotidiani del nostro corpo, della nostra mente e del nostro ego. Nelle mie domande, quando esaminavamo le vite, io cercavo i caratteri di questi traumi, come cronico eccesso emotivo o fisico, povertà e inedia, malattie e inconvenienti, persecuzione e pregiudizi persistenti, ripetuti fallimenti e così via. Tenevo anche d’occhio quelle più gravi tragedie come un’esperienza traumatica di morte, una violenza sessuale, una catastrofe di massa, o qualsiasi altro avvenimento spaventevole che avesse potuto lasciare un’impronta permanente. La tecnica era simile a quella della revisione dell’infanzia nella terapia convenzionale, eccetto che l’estensione del tempo era di parecchie migliaia di anni invece dei soliti dieci o quindici. Le mie domande erano dunque più dirette e più impegnative che non in una terapia convenzionale, ma il successo della nostra esplorazione non ortodossa era indiscutibile. Lei (e altri che in seguito avrei trattato con la regressione ipnotica) stava guarendo con meravigliosa rapidità.
Ma vi erano altre spiegazioni per i ricordi che Catherine aveva di vite passate? Questi ricordi potevano essere contenuti nei suoi geni? Questa possibilità è scientificamente remota. La memoria genetica richiede un passaggio ininterrotto di materiale genetico da generazione a generazione. Catherine viveva in tutte le parti della terra e la sua linea genetica era interrotta ripetutamente. Poteva morire in una inondazione con la sua discendenza, o essere senza figli, o morire in gioventù. Il suo potenziale genetico terminava e non veniva trasmesso. E che dire della sua sopravvivenza dopo la morte e del suo stato di interregno fra le vite? Là non vi era corpo e certo non vi era materiale genetico, e tuttavia i ricordi continuavano. No, la spiegazione genetica doveva essere scartata.


Che cosa pensare dell’idea di Jung dell’inconscio collettivo, riserva di tutti i ricordi e di tutte le esperienze umane, ini cui talora ci si può imbattere? Culture diverse spesso contengono simboli simili, anche nei sogni. Secondo Jung, l’inconscio collettivo non era personalmente acquisito, ma ,| «ereditato» in qualche modo nella struttura del cervello, Include motivi e immagini che spuntano di nuovo in ogni cultura senza collegarsi ad alcuna tradizione storica o disseminazione. Penso che i ricordi di Catherine fossero troppo specifici per essere spiegati con la concezione di Jung. ! Lei non rivelava simboli né immagini o motivi universali, i Riferiva particolareggiate descrizioni di persone e luoghi specifici. Le idee di Jung sembravano troppo vaghe. E c’era anche da considerare lo stato di interregno fra le vite. Tutto compreso, la reincarnazione era la più convincente. La conoscenza di Catherine non solo era particolareggiata e specifica ma andava anche oltre la sua capacità conscia. : Conosceva cose che non potevano essere state racimolate in qualche libro e poi temporaneamente dimenticate. Le sue conoscenze non potevano essere state acquistate nell’infanzia e poi soppresse o represse dalla coscienza. E che dire dei Maestri e dei loro messaggi? Tutto questo era giunto attraverso Catherine, ma non era di Catherine. E la loro sapienza era riflessa anche nei ricordi che Catherine aveva delle sue vite. Io sapevo che queste informazioni e questi messaggi erano veri. Lo sapevo non solo per i molti anni di attento studio degli uomini, delle loro menti, dei loro cervelli e delle loro personalità, ma anche intuitivamente, fin da prima della visita di mio padre e di mio figlio. Il mio cervello, con i suoi anni di attento addestramento scientifico, lo sapeva, e lo sapevano anche le mie ossa.


«Vedo dei vasi con dentro dell’olio.» Nonostante l’intervallo di tre settimane, Catherine era rapidamente caduta in trance profonda. Era entrata in un altro corpo, in un altro tempo. «Nei vasi vi sono oli diversi. Sembra essere una bottega o una qualche sorta di
magazzino. I vasi sono Tossi- rossi… fatti con qualche tipo di terra rossa. Hanno attorno strisce blu, strisce blu sul sommo. Vedo qui degli uomini…
vi sono uomini in questa cantina. Stanno muovendo le giare e i vasi e raccogliendoli in una certa area. Le loro teste sono rase… Non hanno capelli. La loro pelle è scura… pelle scura.» «Lei è lì?» «Sì… sto sigillando alcune giare… con una sorta di cera…

sigillo l’estremità delle giare con della cera.» «Sa a che cosa servono questi oli?» «Non lo so.» «Si vede? Si guardi. Mi dica che aspetto ha.» Fece una pausa mentre si osservava. «Ho una treccia. Ho i capelli intrecciati. Indosso un lungo… un abito lungo. Ha l’orlo esterno dorato.» «Lei lavora per questi sacerdoti – per questi uomini – con la testa rasata?» «Il mio compito è di sigillare le giare con la cera. Il mio compito è questo.» «Ma lei ignora per che cosa queste giare sono usate?» «Sembra che siano usate per qualche rito religioso. Ma non sono sicura… di che rito si tratti. Vi è una qualche unzione, qualche cosa sulla testa… Qualche cosa sulla testa e sulle mani… sulle mani. Vedo un uccello, un uccello d’oro, attorno al mio collo. È piatto. Ha una coda piatta, una coda molto piatta, e la testa è volta in giù… verso i miei piedi.» «I suoi piedi?» «Sì, deve essere portato così. Vi è una nera… una sostanza nera appiccicaticcia. Non so che cosa sia.» «Dov’è?» «In un contenitore di marmo. La usano, ma non so a quale scopo.» «Vi è nella cantina qualche cosa che lei possa leggere così da dirmi il nome del paese – del luogo – in cui vive, o la data?» «Sulle pareti non c’è nulla; sono vuote. Non conosco il nome.» La feci progredire nel tempo.
«C’è una giara bianca, una sorta di giara bianca. Il manico all’estremità superiore è d’oro, intarsiato d’oro.» «Che c’è nella giara?» «Un qualche unguento. Ha qualche cosa a che fare con il passaggio nell’altro mondo.» «È lei la persona che deve operare questo passaggio?» «No! Non è nessuno che conosca.» «È ancora il suo lavoro? Preparare le persone a questo passaggio?» «No. Deve farlo il sacerdote, non io. Noi procuriamo solo ai sacerdoti gli unguenti, l’incenso…» «Quanti anni sembra avere, adesso?» « Sedici. «Vive con i suoi genitori?» «Sì, in una casa di pietra, una sorta di abitazione di pietra. Non è molto grande. È molto calda e asciutta. Il clima è molto caldo.» «Vada nella sua casa.» «Ci sono.» «Vede altri membri della sua famiglia?» «Vedo un fratello, anche mia madre è lì, e un bambino piccolo, il bambino di qualcuno.» «È il suo bambino?» «No.» «Che cosa è significativo, adesso? Vada a qualche cosa di significativo che spieghi i suoi sintomi nella sua vita attuale. Abbiamo bisogno di capire. Si può sperimentarlo con sicurezza. Vada agli eventi.» Lei rispose con un sussurro molto basso. «Tutto a suo tempo… Vedo della gente che muore.» «Gente che muore?» «Sì… non sanno perché.» «Una malattia?» Improvvisamente mi venne l’idea che lei fosse ancora in un’antica vita alla quale era già regredita. In quella vita una pestilenza proveniente dall’acqua aveva ucciso il padre di Catherine e uno dei suoi fratelli.
Anche Catherine aveva avuto quella malattia, ma non ne era morta. Il popolo usava aglio e altre erbe per cercare di difendersi dalla pestilenza. Catherine era rimasta sconvolta perché i morti non venivano imbalsamati in modo appropriato. Ma adesso c’eravamo avvicinati a quella vita da un altro punto di vista. «È qualche cosa che ha a che fare con l’acqua?» chiesi.
«Lo credono. Molta gente sta morendo.» Io conoscevo già la conclusione.
«Ma lei non muore, non muore per questo?» «No, io non muoio.» «Ma si ammala. Diviene malata.» «Sì, ho molto freddo… molto freddo. Ho bisogno di acqua… Acqua. Dicono che viene dall’acqua… E da qualche cosa di nero… Qualcuno muore.» «Chi muore?» «Mio padre, muore, e anche un mio fratello. Mia madre sta bene; si riprende; è molto debole. Devono seppellire i morti. Devono bruciarli, ma la gente è sconvolta perché questo è contrario alle pratiche religiose.» «Quali erano queste pratiche?» Mi
meravigliavo della consistenza dei suoi ricordi, fatto per fatto, esattamente come aveva raccontato questa vita alcuni mesi prima. Di nuovo questa deviazione dalle normali usanze funebri la turbava.
«La gente veniva messa in grotte. I corpi erano custoditi in grotte. Ma prima, i corpi dovevano essere preparati dai sacerdoti. Dovevano essere avvolti e unti. Venivano conservati – in caverne, ma adesso la terra è allagata… Dicono che l’acqua è cattiva. Non bevono l’acqua.» «Vi è un mezzo di cura? Qualche cosa che funzioni?» «Ci davano delle erbe, diverse erbe. Gli odori… le erbe e… si odorano i profumi. Io posso odorarli!» «Riconosce il profumo?» «È bianco. Lo appendono al soffitto.» «È come l’aglio?» «Viene appeso… le proprietà sono simili, sì. Le sue proprietà… Ce lo mettiamo in bocca, nelle orecchie, nel naso, dappertutto. L’odore era forte. Si credeva che impedisse agli spiriti maligni di entrarci nel corpo. Porpora… Un frutto o qualche cosa di rotondo coperto di porpora, una buccia di porpora su di esso…» «Riconosce la civiltà in cui è? Le sembra familiare?» «Non so.» «Il frutto di porpora è di qualche genere? «Tannis.
«E questo vi aiuta? Serve contro la malattia?» «Serviva a quel tempo.» «Tannis», ripetei cercando ancora di vedere se parlava di ciò che noi chiamiamo tannino o acido tannico. «Lo chiamavano così? Tannis?» «Io… continuo a sentire “tannis”.» «Che cosa di questa vita si è inserito nella sua vita attuale? Perché torna a regredire qui? Che cosa vi è che la turba così?» «La religione», sussurrò rapidamente Catherine, «la religione di quel tempo. Era una religione di paura… paura.
C’erano tante cose da temere… E tanti dèi.» «Ricorda i nomi di qualche dio?» «Vedo degli occhi. Vedo un nero… qualche tipo di…
Sembra uno sciacallo. È una statua. È una sorta di guardiano… Vedo una donna, una dea, con una sorta di copricapo.» «Conosce il suo nome, il nome della dea?» «Osiride… Sirus… qualche cosa di simile. Vedo un occhio… un occhio, solo un occhio, un occhio in una catena.



È d’oro.» «Un occhio?» «Sì… chi è Hathor?» «Chi?» «Hathor! Chi è?» Io non avevo mai sentito parlare di Hathor, sebbene sapessi che Osiride, se la pronuncia era giusta, era il fratello e marito di Iside, una delle principali divinità egiziane.
Più tardi seppi che Hathor era la dea egiziana dell’amore, della gaiezza e della gioia.

«È una divinità?» chiesi.
«Hathor! Hathor.» Vi fu una lunga pausa. «Un uccello…
è piatto… piatto, una fenice.» Rimase ancora silenziosa.
«Avanzi nel tempo, adesso fino all’ultimo giorno di questa vita. Vada all’ultimo giorno, ma prima di essere morta. Mi dica quello che vede.» Lei rispose con un bisbiglio dolcissimo. «Vedo della gente e dei fabbricati. Vedo sandali, sandali. C’è una veste rozza, una sorta di veste rozza.» «Che succede? Arrivi adesso al momento della sua morte. Che cosa le succede? Può vederlo.» «Non lo vedo… non mi vedo più.» «Dov’è? Che cosa vede?» «Nulla… solo oscurità… vedo una luce, una luce calda.» Era già morta, era già passata nello stato spirituale. Evidentemente non aveva bisogno di sperimentare ancora la sua morte.
«Può raggiungere quella luce?» chiesi.
«Ci sto andando.» Stava tranquilla, aspettando ancora.
«Adesso può guardare le lezioni di questa vita? Ne è consapevole?» «No», mormorò. Continuò ad aspettare. D’improvviso parve sveglia, sebbene i suoi occhi rimanessero chiusi, come sempre quando era in trance ipnotica. La sua testa sii volgeva da un lato all’altro.
«Che cosa sta vedendo, adesso? Che cosa succede?» La sua voce divenne più forte. «Sento… qualcuno che parla.
«Che cosa dice?» «Parla della pazienza. Bisogna avere pazienza…» «Sì, continui.» La risposta venne dal Maestro poeta. «Pazienza e tempestività… Tutto viene quando deve venire. Una vita non può essere condotta a gran velocità, non può essere attuata secondo un programma come tanti vorrebbero. Dobbiamo accettare quello che ci giunge in un dato tempo, e non chiedere di più. Ma la vita è senza fine, noi non moriamo mai; non siamo mai realmente nati. Noi passiamo solo attraverso diverse fasi. Non vi è fine. Gli umani hanno molte dimensioni. Ma il tempo non è come ci appare, consiste piuttosto in lezioni che vengono imparate.» Vi fu una lunga pausa. Poi il Maestro poeta continuò. «Tutto diverrà chiaro per lei a suo tempo. Ma lei deve avere la possibilità di assimilare la conoscenza che le abbiamo già dato.» Catherine era silenziosa.
«Vi sono qui altre cose che dovrei imparare?» chiesi.
«Se ne sono andati», sussurrò piano Catherine. «Non odo più alcuno.


Capitolo 9: Il diamante in fiore


Ogni settimana uno strato di paure e di ansietà nevrotiche veniva tolto a Catherine. Ogni settimana lei appariva un poco più serena, un poco più dolce e paziente. Era più fiduciosa, e la gente era attratta verso di lei. Catherine si sentiva più affettuosa e gli altri ricambiavano il suo amore. Il diamante interno che rappresentava la sua vera personalità brillava più fulgido per tutti quelli che lo vedevano.
Le regressioni di Catherine si estendevano per millenni.
Ogni volta che entrava in trance ipnotica, io non avevo idea di dove i fili delle sue vite sarebbero emersi. Dalle caverne preistoriche all’antico Egitto, ai tempi moderni, lei si era presentata.Etuttelesueviteeranostateamorosamente sorvegliate,inqualcheluogoal di là del tempo, dai Maestri. Nella seduta odierna, lei emerse nel ventesimo secolo, ma non come Catherine.
«Vedo una fusoliera e una pista di atterraggio, una sorta di pista di atterraggio», sussurrò piano.
«Sa dov’è?» «Non riesco a vedere… Alsaziano?» Poi, con maggior sicurezza: «Alsaziano».
«In Francia?» «Non so, solo alsaziano… Vedo il nome Von Marks, Von Marks [fonetico]. Una sorta di elmetto scuro o cappello…

un cappello con sporgenze. La truppa è stata distaiti, Sembra una zona molto remota. Non credo che vi sia una città vicina.
«Che cosa vede?» «Vedo degli edifici distrutti. Vedo edifici… La zona è stata sconvolta da… bombardamenti. È un’area molto ben nascosta.» «Lei, che cosa sta facendo?» «Aiuto a raccogliere i feriti. Li stanno portando via.» «Si guardi. Si descriva. Si guardi e dica che cosa indossa.» «Ho una sorta di giacchetta. Ho i capelli biondi. Gli occhi azzurri. La mia giacca è molto sporca. Vi sono molti feriti.» «È stata addestrata a raccogliere i feriti.» «No.» «Vive qui o vi è stata portata? Dove vive?» «Non so.» «Che età ha, all’incirca? «Trentacinque anni. Catherine aveva ventinove anni, aveva occhi scuri, non azzurri.

Continuai a chiedere.
«Ha un nome? È scritto sulla sua giacca?» «Sulla giacca vi sono delle ali. Sono un pilota… una sorta di pilota.» «Vola in aeroplano?» «Sì, devo farlo.
«Chi la fa volare?» «Sono in servizio di volo. È il mio lavoro.» «Lancia anche le bombe?» «Sull’aereo ho un mitragliere. C’è un ufficiale di rotta.» «Con quale tipo di aeroplano vola?» «Una sorta di elicottero. Ha quattro eliche. E un’ala fissa.» Ero divertito perché Catherine non sapeva nulla di aeroplani. Mi domandavo che cosa pensava che fosse un’ala fissa. Ma, come per la preparazione del burro o l’imbalsamazione dei cadaveri, sotto ipnosi possedeva molte conoscenze. Solo una frazione di queste conoscenze, tuttavia, le serviva per la mente cosciente di ogni giorno. Continuai a farle domande.
«Ha una famiglia?» «Non è con me.» «È al sicuro?» «Non so. Temo… temo che torneranno. I miei amici stanno morendo!» «Chi teme che tornerà?» « I nemici.» «Chi sono?» «Gli inglesi… le forze armate americane… gli inglesi…» «Sì. Ricorda la sua famiglia?» «Ricordarla? C’è troppa confusione.» «Regredisca nella stessa vita, fino a un tempo più felice, prima della guerra, il tempo in cui era a casa con la sua famiglia. Può vederla. So che è difficile, ma voglio che si rilassi. Tenti e ricordi.» Catherine fece una pausa, poi bisbigliò: «Sento il nome Eric… Eric. Vedo un bambino biondo, una bambina». «È sua figlia?» «Sì, deve essere… Margot.» «E vicina a lei?» «È con me. Siamo a una colazione all’aperto. È una bella giornata.» «C’è qualche altro con lei, oltre a Margot?»
«Vedo una donna con i capelli scuri, seduta sull’erba.» «È sua moglie?» «Sì… Non la conosco», aggiunse riferendosi al riconoscimento di qualcuno nella vita attuale di Catherine.
«Conosce Margot? Guardi attentamente Margot. La conosce?» «Sì, ma non sono sicura… L’ho conosciuta in qualche parte.» «Le verrà a mente. La guardi negli occhi.» «È Judy», rispose. Judy era attualmente la migliore amica di Catherine. Vi era stata un’immediata simpatia al loro primo incontro, ed erano divenute intime amiche, implicitamente fiduciose l’una dell’altra, ognuna conoscendo i pensieri e i bisogni dell’altra prima che venissero espressi in parole.

«Judy?» ripetei.
«Sì, Judy. Le assomiglia… sorride come lei.» «Sì, va bene. A casa è felice o vi sono dei problemi?» «Non vi sono problemi. [Lunga pausa.] Sì, sì, è un tempo di inquietudini. Vi è un grave problema nel governo tedesco, la struttura politica. Troppa gente vuol prendere direzioni diverse. E questo, alla fine ci dividerà… Ma io devo combattere per la mia terra.» «Ha forti sentimenti per la sua terra?» «Non mi piace la guerra. Sento che uccidere è male, ma devo fare il mio dovere.» «Adesso torni nel luogo in cui era, all’aeroplano a terra, ai bombardamenti e alla guerra. È passato del tempo; la i guerra è cominciata. Gli inglesi e gli americani stanno gettando bombe su di voi. Torni là. Vede ancora l’aeroplano?» «Sì.» «Lei ha ancora le stesse opinioni circa il dovere, l’uccidere e la guerra?» «Sì, moriremo per nulla.» «Che cosa?» «Moriremo per nulla», ripetè in un sussurro più alto.
«Nulla? Perché per nulla? Non vi è gloria in questo? Non difende la sua terra e i suoi cari?» «Moriremo per difendere le idee di poche persone.» «Anche se sono i leaders del suo paese? Possono avere torto…» Lei mi interruppe rapidamente.
«Non sono leaders. Se lo fossero non vi sarebbero tante lotte interne… nel governo.» «Alcuni li considerano pazzi. Per lei è così? Un potere folle?» «Dobbiamo essere tutti folli per lasciarci guidare da loro, per permetter loro di condurci… a uccidere della gente.
E a uccidere noi stessi…» «Ha lasciato degli amici?» «Sì, tre sono ancora vivi.» «Ve n’è qualcuno a cui lei sia particolarmente vicina? Nel gruppo del suo aeroplano? Il suo mitragliere e il suo ufficiale di rotta sono ancora vivi?» «Non li vedo, ma il mio aereo non è stato distrutto.» «Lei vola ancora?» «Sì, dobbiamo affrettarci a portare fuori della pista gli aerei che rimangono… prima che quelli ritornino.
«Entri nel suo aereo.
«Non voglio. Sembrava che potesse discutere con me.
Ma lei deve portarlo fuori della pista.» «È così insensato…» «Quale professione esercitava prima della guerra? Ricorda? Che cosa faceva Eric?» «Ero comandante in seconda… Su di un piccolo aeroplano, un aeroplano da carico.» «Così era pilota anche allora?» «Sì.» «Questo la teneva molto tempo lontano da casa?» Lei rispose molto piano, tristemente: «Sì».
«Avanzi nel tempo», le ordinai, «fino al prossimo volo.
Può farlo?» «Non vi è un prossimo volo.» «Le succede qualche cosa?» «Sì.» Il suo respiro si andava accelerando, e lei cominciava ad agitarsi. Era avanzata fino al giorno della sua morte.
«Che cosa sta succedendo?» «Sto correndo via dal fuoco. I miei compagni sono stati distrutti dal fuoco.» «Lei sopravvive?» «Nessuno sopravvive… nessuno sopravvive a una guerra. Io sto morendo!» Respirava a fatica. «Sangue! Sangue dappertutto! Ho un dolore al petto. Sono stato colpito al petto… E la gamba, e il braccio. Mi fanno tanto male…» Era in agonia; ma presto il suo respiro rallentò e divenne più golare; i suoi
muscoli facciali si rilassarono e lei assunse aspetto di serena pace. Riconobbi la serenità dello stato a transizione.
«Sembra che stia meglio. È finita?» Lei rimase in silenzio e poi rispose molto dolcemente.

«Sto fluttuando… lontano dal mio corpo. Non ho corpo.
Sono ancora spirito.» «Bene. Riposi. Ha avuto una vita difficile. Ha sperimentato una morte difficile. Adesso ha bisogno di riposare. Si rinfranchi. Che cosa ha imparato da questa vita?» «Ho imparato cose sull’odio… sull’uccidere insensato… ‘ sull’odio mal diretto… sull’odiare persone senza sapere .j perché. Siamo guidati a farlo… dal male, quando siamo j nello stato fisico…» «Vi è un dovere più alto del dovere verso la propria terra? Qualche cosa che avrebbe potuto impedirle di uccidere? Anche se le fosse stato comandato? Un dovere verso | lei stessa?» «Sì…» Ma non approfondì l’idea.
«Adesso sta aspettando qualche cosa?» «Sì… aspetto di entrare in uno stato di rinnovamento.
Devo attendere. Verranno per me… verranno…» «Bene. Desidererei parlare con loro quando verranno.» Aspettammo alcuni minuti. Poi bruscamente la sua voce divenne alta e forte, e parlò il primo Spirito Maestro, non il Maestro poeta.
«Lei ha ragione nel pensare che questo sia il trattamento appropriato per chi si trova nello stato fisico. Lei deve sradicare le paure dalla loro mente. Quando c’è la paura vi è uno spreco di energie. Li distoglie dal compiere quello che erano stati inviati a compiere. Tenga i suoi suggerimenti per coloro che le stanno attorno. Essi devono essere anzitutto portati a un livello molto, molto profondo… dove non possano più sentire il loro corpo. Allora lei può raggiungerli. Le difficoltà esistono… solo alla superficie. Lei deve raggiungerli nel profondo delle loro anime, dove vengono create le idee.
«Energia… tutto è energia. In quanto tale viene sprecata.
Le montagne… dentro le montagne vi è pace; nel centro tutto è calmo. Ma i guai appaiono all’esterno. Gli uomini possono solo vedere l’esterno, ma lei può andare molto più nel profondo. Bisogna vedere il vulcano. E per vederlo bisogna entrare nell’intimo. «Essere nello stato fisico è anormale. Quando si è nello stato spirituale, si è nello stato naturale. Quando siamo mandati indietro è come se fossimo rimandati a qualche cosa che non conosciamo. Ci occorrerà maggior tempo.
Nel mondo dello spirito dobbiamo aspettare, e poi siamo rinnovati. Vi è uno stato di rinnovamento. È una dimensione come le altre dimensioni, e lei è quasi riuscito a raggiungere questo stato…» Questo mi colse di sorpresa. Come potevo avvicinarmi a questo stato di rinnovamento? «L’ho quasi raggiunto?» chiesi incredulo.
«Sì. Lei conosce molto più degli altri. Lei capisce molto di più. Sia paziente con loro. Loro non hanno le conoscenze che ha lei. Gli spiriti saranno mandati ad aiutarla. Ma lei ha ragione in quello che fa… Continui. Questa energia non deve essere sprecata. Lei deve liberarsi dalle paure.
Questo sarà la sua principale arma…» Lo Spirito Maestro tacque. Io meditai sul significato di questo incredibile messaggio. Sapevo che mi stavo liberando con successo delle paure di Catherine, ma questo messaggio aveva un significato più globale. Era più di una semplice conferma dell’efficacia dell’ipnosi come strumento terapeutico. Implicava anche qualche cosa di più della regressione in vite passate, che sarebbe stato difficile applicare alla popolazione in genere, soggetto per soggetto. No, io credevo che si riferisse alla paura della morte che è la paura nell’intimo del vulcano… La paura della morte, questa nascosta e continua paura che nessuna quantità di denaro o di potere può neutralizzare, è nell’intimo. Ma se la gente sapesse che «la vita è senza fine; che quindi non moriamo mai; che non siamo realmente mai nati», allora questa paura si
dissolverebbe. Se sapessero di avere già vissuto innumerevoli volte e che vivranno altre innumerevoli volte, quanti si sentirebbero rassicurati! Se sapessero che gli spiriti stanno intorno a loro per aiutarli nello stato fisico, e che dopo la morte, nello stato spirituale, si uniranno a questi spiriti, ; compresi i loro cari scomparsi, come si sentirebbero confortati! Se sapessero che gli «angeli» custodi esistono realmente, quanto si sentirebbero più sicuri! Se sapessero che gli atti di violenza e di ingiustizia contro i nostri simili non rimangono ignorati ma devono essere ripagati in amore in altre vite, quanta meno rabbia e quanto meno desiderio di vendetta accoglierebbero nel loro cuore. E se realmente, «noi ci avviciniamo a Dio per mezzo della conoscenza», a che servirebbero i beni materiali, o il potere, fini a se stessi e non come mezzi per avvicinare Dio? L’essere avidi o affamati di potere non ha alcun valore.
Ma come raggiungere la gente con questa conoscenza? La maggior parte degli uomini recita preghiere nelle loro chiese, sinagoghe, moschee, o templi, preghiere che proclamano l’immortalità dell’anima. Tuttavia, quando il culto è finito, tornano alle loro abituali competizioni, alle loro avidità, ai loro maneggi e ai loro egoismi. Tutto questo ritarda il progresso dell’anima. Così, se la fede non è sufficiente, forse la scienza potrà essere di aiuto. Forse le esperienze come quella di Catherine e mia devono essere studiate, analizzate e riferite in un modo distaccato e scientifico da persone addestrate nelle scienze comportamentali e fisiche. Tuttavia, a quel tempo, scrivere un articolo scientifico o un libro era l’ultima cosa a cui pensassi, una remota e molto improbabile possibilità. Io mi facevo domande circa gli spiriti che sarebbero stati rimandati sulla terra per aiutarmi. Aiutarmi a fare che cosa? Catherine si agitò e prese a mormorare: «Qualcuno ha nominato Gideon, qualcuno ha nominato Gideon… Gi- deon. Lui cerca di parlarmi».
«Che cosa dice?» «È qui intorno. Non vuole fermarsi. È una sorta di guardiano… qualche cosa. Ma adesso gioca con me.» «È uno dei suoi custodi?» «Sì, ma sta giocando… salta tutt’intorno.
«Credo che voglia farmi conoscere che è qui intorno…

dappertutto.» «Gideon?» Ripetei.
«È qui.» «La fa sentire più sicura?» «Sì. Tornerà quando avrò bisogno di lui.» «Bene. Gli spiriti sono intorno a lei?» Rispose in un sussurro, dalla prospettiva della sua mente superconscia. «Oh, sì… molti spiriti. Vengono solo quando vogliono. Vengono… quando vogliono. Siamo tutti spiriti. Ma altri… alcuni sono nello stato fisico e altri in un periodo di rinnovamento. E altri sono guardiani. Ma tutti andiamo là. Anche noi siamo stati guardiani.» «Perché tornate sulla terra a imparare? Perché non potete imparare come spiriti?» «Vi sono diversi livelli di apprendimento, e alcuni di essi dobbiamo raggiungerli a nostre spese. Dobbiamo sentire il dolore. Quando si è spirito non si soffre. È un periodo di rinnovamento. L’anima si rinnova. Quando si è nello stato fisico, nella carne, si può soffrire; si può essere offesi. Nella forma spirituale non si sente. Vi è solo felicità, un senso di benessere. Ma è un periodo di rinnovamento per… noi.
L’interazione fra le persone nella forma spirituale è diversa. Quando si è nello stato fisico… si possono sperimentare relazioni.» «Capisco. Andrà tutto bene.» Lei era tornata silenziosa.
Passarono alcuni minuti.
«Vedo una carrozza», cominciò, «una carrozza blu.

«Una carrozzina da bambini?» «No, una carrozza in cui si è trasportati… Qualche cosa di blu! Una frangia blu in cima, blu all’esterno…» «È tirata da cavalli?» «Ha delle grandi ruote. Non vi vedo dentro alcuno, ma vi sono attaccati due cavalli… uno grigio e uno
scuro. Il nome del cavallo grigio è Mela, perché gli piacciono le mele. L’altro si chiama Duca. Sono molto belli. Non vogliono mordermi. Hanno grandi piedi… grandi piedi.
«Vi è anche un cavallo brutto? Un cavallo diverso? «No, sono molto belli.» «Lei è lì? «Sì. Posso vedere il suo naso. È molto più grande di me.» «Lei è nella carrozza?» Dalle sue risposte sapevo che era un bambino.

«Vi sono cavalli. Vi è anche un bambino.» «Lei quanti anni ha?» «Sono molto piccola. Non so. Credo di non saper contare.» «Conosce il bambino? È un suo amico? Suo fratello?» «È un vicino. È qui per… qualche ricevimento. Vi è un matrimonio… o qualche cosa di simile.» «Sa chi si sposa?» «No. Ci dicono di non sporcarci. Ho i capelli scuri… e scarpe tutte abbottonate di fianco.» «Sono abiti da ricevimento? Begli abiti?» «È un bianco… un tipo di abito bianco con un… qualche cosa di increspato, e si allaccia sul dorso.» «La sua casa è vicina?» «È una grande casa», rispose la bambina.
«Vive lì?» «Sì.» «Bene. Adesso può guardare nella casa; andrà tutto bene. È un giorno importante. Anche altre persone saranno vestite bene, con abiti speciali.» «Stanno cucinando, molti cibi.» «Ne sente l’odore? Sì. Stanno facendo un certo tipo di pane. Pane… carne… Ci dicono di andarcene.» Ne fui divertito. Le avevo detto che avrebbe potuto entrare benissimo, e adesso la mandavano via.
«La chiamano per nome?» «…Mandy… Mandy ed Edward.
«È il bambino?» «Sì.» «Non vogliono che rimanga nella casa?» «No, hanno troppo da fare.» «Quali sono le sue sensazioni?» «Non ci badiamo. Ma è difficile restare puliti. Non ci lasciano far nulla.» «Assisterete al matrimonio, più tardi?» «Sì… Vedo molta gente. La sala è affollata. Fa caldo, è una giornata calda. C’è qui un parroco; il parroco è qui…
con uno strano cappello, un grande cappello… nero. Gli copre la faccia… è un suo modo di portarlo.» «È un giorno felice per la sua famiglia?» «Sì.» «Sa chi sta per sposarsi?» «Mia sorella.» «Ha molti più anni di lei?» «Sì.» «La vede, adesso? Indossa l’abito di nozze?» «Sì.» «È bella?» «Sì. Ha molti fiori nei capelli.» «La guardi attentamente. Ricorda di averla conosciuta in altri tempi? Guardi i suoi occhi, la sua bocca…» «Sì. Credo che sia Becky, ma è più piccola, molto più piccola.» Becky era amica di Catherine e sua compagna di lavoro.
Erano intime, tuttavia Catherine si doleva dell’atteggiamento critico di Becky e delle sue intromissioni nella propria vita.

Dopo tutto era un’amica, non faceva parte della famiglia.
Ma forse la distinzione, adesso, non era così netta.
«Lei… lei mi vuol bene…» «Si guardi intorno. I suoi genitori sono qui?» «Sì.» «Le vogliono bene anche loro?» «Sì.» «Bene. Li guardi attentamente. Dapprima sua madre. Guardi se la ricorda. Le guardi la faccia.» Catherine trasse alcuni profondi respiri. «Non la conosco.
«Guardi suo padre. Lo guardi con attenzione. Guardi la sua espressione, i suoi occhi… anche la bocca. Lo conosce?» «È Stuart», rispose subito. Così Stuart era affiorato ancora una volta. Meritava di indagare ancora.
«Quali sono le sue relazioni con lui?» «Io gli voglio molto bene… lui è molto buono con me.
Ma lui pensa che io sia una seccatura. Pensa che i bambini siano dei fastidi.» «È troppo serio?» «No, gli piace giocare con noi. Ma noi facciamo troppe domande. Tuttavia è molto buono con noi, solo che noi facciamo troppe domande.» «Questo ogni tanto lo annoia?» «Sì, dobbiamo imparare dal maestro e non da lui. Andiamo a scuola per questo… Per imparare.» «Queste sembrano le sue stesse parole. Le dice così?» «Sì, lui ha cose più importanti da fare. Deve andare alla fattoria.» «È una grande fattoria?» «Sì.» «Lei sa dov’è?» «No. Non parlano mai della città e dello Stato? Dicono il nome della
città?» Lei fece una pausa ascoltando attentamente. «Non riesco a sentirlo. Rimase ancora in silenzio.
«Bene, vuole esplorare ancora in questa vita? Vuol andare avanti nel tempo o questo è… Lei mi interruppe. «Questo è sufficiente.

Durante tutto questo processo con Catherine, io ero stato riluttante a discutere le sue rivelazioni con altri professionisti. In realtà, eccetto Carole e pochi altri che erano «sicuri», non condivisi con nessun altro queste notevoli informazioni. Sapevo che le conoscenze ottenute dalle nostre sedute erano vere ed estremamente importanti, tuttavia l’incertezza sulle reazioni dei miei colleghi mi faceva mantenere il silenzio. Ero preoccupato della mia reputazione, della mia carriera e di ciò che gli altri potevano pensare di me.
Il mio personale scetticismo era stato eliminato dalle prove che, settimana per settimana, venivano dalle sue labbra. Spesso facevo scorrere i nastri delle mie registrazioni per sperimentare nuovamente le sedute, con tutto il loro dramma e la loro immediatezza. Ma gli altri dovevano fondarsi sulle mie esperienze, potenti, ma tuttavia non vissute da loro. Mi sentivo in dovere di raccogliere più numerosi dati.
Via via che io accettavo i messaggi e credevo in essi, la mia vita diveniva più semplice e più soddisfacente. Non c’era bisogno di finzioni, di ostentazioni, di recitare parti o di essere diversi da quello che si è. Le relazioni divennero più oneste e dirette. La vita familiare era meno confusa e più rilassata. La mia riluttanza a condividere la saggezza che mi era stata data attraverso Catherine, cominciò a diminuire. Con mia meraviglia i più erano molto interessati e volevano saperne ancora. Molti mi parlarono delle loro private esperienze di fenomeni parapsicologici, come la ESP, il déjà vu, le esperienze fuori del corpo, i sogni di vite passate e altri. Molti non avevano mai parlato di queste esperienze neppure con le loro mogli. I pazienti avevano ; quasi tutti paura che, confidando queste esperienze, gli altri, anche i loro familiari e terapeuti, li avrebbero considerati strani e anormali. E tuttavia questi fatti parapsicologici sono molto comuni, molto più frequenti di quanto si I creda. Solo la riluttanza a parlare degli avvenimenti psichici, li fa apparire così rari. E quanto si è più altamente istruiti, tanto più si è riluttanti alla confidenza.
Lo stimato direttore di un importante dipartimento eli nico nel mio ospedale è un uomo ammirato internazionalmente per la sua competenza. Parla con il suo defunto padre che più volte lo ha protetto da seri pericoli. Un altro professore ha sogni che gli forniscono le soluzioni dei suoi ; complessi esperimenti di ricerca. I sogni sono invariabilmente esatti. Un altro medico molto noto sa usualmente chi lo chiama al telefono prima di rispondere. La moglie del direttore di Psichiatria in una università degli stati medio-occidentali ha una laurea in psicologia. I suoi progetti di ricerca sono sempre attentamente programmati ed eseguiti. Non aveva mai detto ad alcuno che, quando aveva visitato per la prima volta Roma, era andata per la città come se avesse una cartina stradale impressa nella memoria.
Sapeva senza possibilità di sbagliare quello che c’era dietro il prossimo angolo. Sebbene non fosse mai stata in Italia e non conoscesse la lingua, gli Italiani molto spesso le si rivolgevano in italiano prendendola continuamente per una del luogo. La sua mente non riusciva a rendersi conto di quelle esperienze romane.
Io capivo perché questi professionisti altamente istruiti rimanevano chiusi. Io ero uno di loro. Non possiamo negare le nostre esperienze. E tuttavia la nostra educazione era in molti modi diametralmente opposta alle informazioni, alle esperienze e alle credenze che avevamo accumulato. E così tacevamo.

Capitolo 10: Conoscere il futuro


La settimana passò rapidamente. Io avevo ascoltato più volte il nastro dell’ultima seduta. Come stavo avvicinandomi allo stato di rinnovamento? Non mi sentivo particolarmente illuminato. E adesso gli spiriti sarebbero stati mandati in mio aiuto. Ma che cosa si supponeva che avrei fatto? Quando lo avrei saputo? Sarei stato all’altezza del compito? Sapevo di dovere aspettare ed essere paziente.
Ricordavo le parole del Maestro poeta.
«Pazienza e tempismo… Tutto viene quando deve venire… Tutto le sarà chiaro a suo tempo. Ma lei deve avere l’opportunità di assimilare le conoscenze che le abbiamo già dato. Così dovevo aspettare.
All’inizio di questa seduta, Catherine riferì un frammmento di sogno che aveva avuto alcune notti prima. Nel sogno viveva nella casa dei suoi genitori, e un incendio era scoppiato durante la notte. Lei manteneva il controllo e aiutava a evacuare la casa, ma suo padre indugiava e sembrava indifferente alla drammaticità della situazione.
Lei lo spinse fuori, ma lui si ricordò di qualche cosa che aveva lasciato in casa e fece tornare Catherine tra le fiamme per recuperare quell’oggetto. Non riusciva a ricordare di che si trattava. Decisi per il momento di non interpretare il sogno, ma di aspettare e vedere se si presentava l’opportunità quando lei era ipnotizzata.
Entrò rapidamente in una profonda trance ipnotica. «Vedo una donna con un cappuccio sopra la testa, che non | le copre il volto ma solo i capelli.» Poi rimase in silenzio.
«Può vederlo adesso? Il cappuccio?» «L’ho perso di vista… Vedo una sorta di stoffa nera, del broccato con disegni in oro… Vedo un edificio con particolari strutture… bianche. «Riconosce l’edificio? «No.» «È un grande edificio? «No. Vi è sullo sfondo una montagna con della neve sulla sommità. Ma l’erba è verde nella valle… in cui siamo.» «Può entrare nell’edificio?» «Sì. È fatto di una sorta di marmo… molto freddo a toccarsi.» «È un tipo di tempio o di edificio religioso?» «Non so. Penso che possa essere una prigione.» «Prigione?» ripetei. «Vi è gente dentro l’edificio? O nei pressi?» «Sì, dei soldati. Hanno uniformi nere con spalline d’oro…
nappe d’oro pendenti. Elmetti neri con dorature… Qualche cosa di appuntito e dorato sul sommo… dell’elmetto… E una fascia rossa, una fascia rossa attorno alla vita.» «E vi sono soldati intorno a lei?» «Forse due o tre.» «Lei è lì?» «Sono in qualche parte, ma non nell’edificio. Però vi sono vicina.» «Si guardi intorno. Guardi se può vedere se stessa… Le montagne sono lì, e l’erba… e il bianco edificio. Ve ne sono altri?» «Se vi sono altri edifici, non sono vicini a questo. Io ne vedo uno, e dietro di esso… un muro.
«Pensa che sia un forte, o una prigione, o qualche cosa del genere?» «Potrebbe essere, ma… è molto isolato.» «Perché è importante per lei?» [Lunga pausa.] «Conosce il nome della città o della regione in cui è? Dove sono i soldati?» «Continuo a vedere “Ucraina”.» «Ucraina?» ripetei, affascinato dalla diversità delle sue vite. «Vede l’anno? Può vederlo? O un periodo di tempo?» «Mille e sette, mille e sette», rispose incerta, poi si corresse: «Mille e settecentocinquantotto… mille e settecento- cinquantotto. Vi sono molti soldati. Non so che cosa vogliano fare. Con lunghe spade curve.» «Che cos’altro vede o sente?» chiesi.
«Vedo una fontana, una fontana dove abbeverano i cavalli.» «I soldati sono a cavallo?» «Sì.» «I soldati vengono chiamati con qualche altro nome? Si chiamano fra loro con un nome speciale?» Lei rimase in ascolto.
«Non odo nulla.» «Lei è fra loro?» «No.» Le sue risposte erano ancora quelle di un bambino, brevi e spesso monosillabiche. Ero costretto a essere un intervistatore molto attivo.
«Ma li vede da vicino?» «Sì.» «Si trova in città?» «Sì.» «Vive lì? «Credo di sì.» «Guardi se può trovare se stessa e dove vive.» «Vedo degli abiti molto stracciati. Vedo un bambino, un maschietto. Le sue vesti sono stracciate. Lui ha freddo…» «Ha una casa nella città?» Vi fu una lunga pausa.

«Non vedo questo», continuò. Sembrava avere qualche ditticoltà a mettersi in comunicazione con questa vita Era piuttosto vaga nelle sue risposte, e incerta.
«Bene. Conosce il nome del ragazzino?» «No.» «Che cosa succede al ragazzino? Lo segua. Guardi che cosa avviene.» «Qualcuno che gli è caro è prigioniero.» «Un amico? Un parente?» «Credo che sia suo padre.» Le sue risposte erano brevi «E lei il ragazzino?» «Non ne sono sicura.» «Sa che cosa prova per il fatto che suo padre si trova in prigione?» «Sì ha molta paura, paura che possano ucciderlo » «Che cosa ha fatto suo padre?» «Ha rubato qualche cosa ai soldati, delle carte o qualche cosa di simile.» «Il ragazzino non può capire completamente?» «No. Non rivedrà mai più suo padre.» «Non potrà più rivederlo? «No.

O Prigione? «No!» rispose. La sua voce tremava. Era molto sconvolta, molto triste. Non dava molti particolari, tuttavia era visibilmente ^ agitata dagli eventi di cui era testimone e che sperimentava.
«Lei può sentire quello che il ragazzino sente», continuai, «le sue paure e le sue ansie. Le sente?» «Sì.» Rimase ancora silenziosa.

«Che cosa avviene? Adesso vada avanti nel tempo. So che è difficile. Vada avanti nel tempo. Succede qualche cosa.
«Suo padre viene giustiziato.
«Che coSa sente lui, adesso?» no «È stato giustiziato per qualche cosa che non ha fatto. Ma loro uccidono senza alcuna ragione.» «Il ragazzino deve essere molto sconvolto da tutto questo.» «Non credo che capisca appieno… quello che è accaduto.» «Ha altri a cui rivolgersi?» «Sì, ma la sua vita sarà molto dura.» «Che cosa avverrà di lui?» «Non so. Probabilmente morirà…» La sua voce era così triste. Rimase ancora in silenzio, poi parve guardarsi attorno. «Che cosa vede?» «Vedo una mano… una mano che si chiude attornoaqualchecosa…dibianco.Nonsochecosasia…»Caddeancora nelsilenzioei minuti passarono.

«Che cos’altro vede?» chiesi.
«Niente… buio. Era morta o in qualche modo si era dissociata dal triste ragazzino che viveva in Ucraina più di duecento anni fa.
«Ha lasciato il ragazzino?» «Sì», mormorò. Riposava.
«Che cosa ha imparato da questa vita? Perché era importante?» «La gente non può essere giudicata affrettatamente. Bisogna essere giusti con gli altri. Molte vite sono state rovinate per essere state giudicate troppo in fretta.» «La vita del ragazzino è stata breve e dura a causa di quel giudizio… contro suo padre.» Vi fu ancora silenzio.
«Sì. Tacque ancora.
«Adesso vede qualche altra cosa? Ode qualche cosa?» «No.» Ancora una risposta breve e poi silenzio. Per qualche ragione, questa breve vita era stata particolarmente snervante. Le ingiunsi di riposare.
«Si rilassi. Si rassereni. Il suo corpo si guarisce da solo; la sua anima riposa… Si sente meglio? È riposata? È stato difficile per quel bambino. Molto difficile. Ma adesso lei riposa. La sua mente può portarla in un altro luogo, in un altro tempo… altri ricordi. Sta riposando?» Decisi di seguire il frammento di sogno sulla casa che bruciava, il gingillarsi
noncurante di suo padre, e il suo averla rimandata nell’incendio per ricuperare qualche sua cosa.
«Adesso ho una domanda circa il sogno che ha avuto…
su suo padre. Può ricordare, può farlo con sicurezza. È in trance profonda. Ricorda?» «Sì.» «Lei rientrò nella casa per prendere qualche cosa. Ricorda che cosa?» «Sì… era una scatola di metallo.» «Che cosa vi era perché lui volesse così assurdamente farla rientrare in una casa in fiamme?» «I suoi francobolli e le sue monete… Voleva salvarli», rispose. Il suo particolareggiato ricordo del contenuto del sogno sotto ipnosi contrastava completamente con il suo ricordo appena abbozzato da sveglia. L’ipnosi era uno strumento potente, non solo nel permettere l’accesso alle più remote e nascoste zone della mente, ma anche nel permettere ricordi molto più particolareggiati.

«I suoi francobolli e le sue monete erano molto importanti per lui?» «Sì.» «Ma rischiare la sua vita tornando in una casa in fiamme solo per i francobolli e le monete…» Lei mi interruppe. «Non pensava di mettermi a rischio.» «Pensava che lei fosse sicura?» «Sì.» «Allora perché non è andato lui?» «Perché pensava che io potessi andare più in fretta.» «Capisco. Ma tuttavia lei era in pericolo?» «Sì, ma lui non se ne rendeva conto.» «Vi era un particolare significato per lei in questo sogno? Circa le sue relazioni con suo padre?«Non so.
«Lui non parve avere molta fretta nel lasciare la casa in fiamme.» «No.» «Perché era così tranquillo? Lei era veloce; vedeva il pericolo.» «Perché lui cerca di sottrarsi alla realtà.» Colsi questo momento per interpretare una parte del sogno.
«Sì, è una sua vecchia abitudine e lei fa sempre qualche cosa per lui, come andare a prendere la scatola. Spero che potrà imparare da lei. Ho l’impressione che il fuoco rappresenti lo scorrere del tempo, che lei si renda conto del pericolo e lui no. Mentre lui indugia e la manda a prendere degli oggetti, lei ne sa molto di più… e ha molto da insegnargli, ma lui non sembra voler imparare.

«No», convenne lei. «Non vuole.
«Io vedo il sogno così. Ma lei non può costringerlo. Solo lui può rendersene conto.» «Sì», convenne ancora, e la sua voce si fece profonda e alta, «non ha importanza che il nostro corpo bruci nel fuoco se noi non ne abbiamo bisogno…» Uno Spirito Maestro aveva presentato una prospettiva del sogno del tutto diversa. Io mi meravigliai di questo improvviso intervento, e potei solo ripetere il pensiero.
«Non abbiamo bisogno del nostro corpo?» «No. Attraversiamo tanti stadi quando siamo qui. Abbiamo dapprima il corpo di un bambino, poi quello di un fanciullo, dal fanciullo passiamo in un adulto e da un adulto a un vecchio. Perché non dovremmo fare un passo al di là e lasciar cadere il corpo adulto per elevarci a un piano spirituale? È quello che facciamo. Noi non smettiamo di crescere; cresciamo continuamente. Quando giungiamo sul piano spirituale, continuiamo a crescere anche lì. Attraversiamo diversi stadi di sviluppo. Quando arriviamo siamo bruciati.
Dobbiamo attraversare uno stadio di rinnovamento, uno stadio di apprendimento, e uno stadio di decisione. Decidiamo quando vogliamo tornare, dove, e per quale ragione. Alcuni scelgono di non tornare. Preferiscono proseguire verso un altro stadio di sviluppo. E rimangono nella forma spirituale… alcuni più a lungo di altri, prima di tornare. È tutto crescita e apprendimento… continua crescita. Il nostro corpo è un veicolo per noi solo finché siamo qui. Solo la nostra anima e il nostro spirito durano per sempre.» Io non riconoscevo la voce né lo stile. Un «nuovo» Maestro stava parlando e parlando di una conoscenza importante. Io volevo sapere di più circa questi regni spirituali. «L’apprendimento nello stato fisico è più veloce? Sono queste le ragioni per cui non tutti rimangono nello stato spirituale?» «No. L’apprendimento nello stato spirituale è molto più
rapido, molto più accelerato che nello stato fisico. Ma noi scegliamo quello che dobbiamo imparare. Se dobbiamo tornare per lavorare attraverso una relazione, torniamo.
Se abbiamo finito con le relazioni, andiamo avanti. Nella forma spirituale si può sempre venire a contatto con coloro che sono nello stato fisico, se si desidera. Ma solo se questo è importante… Se si devono dir loro cose che loro devono sapere.» «Come stabilite questo contatto? Attraverso che cosa giunge il messaggio?» Con mia sorpresa, rispose Catherine. Il suo bisbiglio fu più rapido e sicuro. «A volte si può apparire a quella persona… e avere lo stesso aspetto che si aveva quando eravamo lì. Altre volte si può stabilire un contatto mentale. Talora il messaggio è criptico, ma più spesso la persona sa a che cosa si riferisce. E capisce. È un contatto da mente a mente.» Io dissi a Catherine: «La conoscenza che lei ha adesso, questa informazione, questa sapienza, che è molto importante… perché non è accessibile a lei quando è sveglia e nello stato fisico?». «Credo che non la capirei. Non sono capace di capirla. Allora, forse io posso insegnarle a capirla, così che non la spaventi e lei possa imparare.» «Sì.» «Quando lei sente le voci dei Maestri, essi dicono cose simili a quelle che lei mi sta dicendo adesso. Lei deve condividere con me una grande quantità di informazioni.» Ero perplesso per le nozioni che lei possedeva quando era in questo stato.

«Sì», rispose semplicemente.
«E questo viene dalla sua mente?» «Ma ve lo hanno messo loro.» Così lei dava credito ai Maestri.
«Sì», ammisi. «In qual modo posso meglio comunicarglielo così che lei progredisca e perda le sue paure?» «Lei lo ha già fatto», rispose piano. Aveva ragione; le sue paure erano quasi scomparse. Da quando erano cominciate le regressioni ipnotiche, i suoi progressi clinici erano stati incredibilmente rapidi.
«Quali lezioni ha bisogno di imparare, adesso? Qual è la cosa più importante che lei deve imparare durante questa vita per poter continuare a progredire e prosperare?» «La fiducia», rispose subito. Aveva capito qual era il suo principale compito.
«La fiducia?» ripetei, sorpreso dalla rapidità della sua risposta.
«Sì. Devo imparare ad avere fede, ma anche a confidare negli altri. Io non lo faccio. Penso che tutti cerchino di farmi del male. Questo fa sì che rimanga lontana dagli altri e dalle situazioni da cui probabilmente non dovrei star lontana. Questo mi fa stare con persone da cui dovrei allontanarmi.» La sua intuizione era imponente quando si trovava in stato superconscio. Lei conosceva le sue debolezze e la sua forza. Conosceva le zone che richiedevano attenzione e lavoro, e sapeva quello che doveva fare per migliorare le cose. L’unico problema era che queste intuizioni dovevano raggiungere la sua mente conscia e dovevano essere applicate alla sua vita di veglia. L’intuizione superconscia era affascinante, ma da sola non era sufficiente a trasformare la sua vita.
«Chi sono coloro da cui dovrebbe stare lontana?» chiesi.
Lei fece una pausa. «Ho paura di Becky. Ho paura di Stuart… Temo che qualche cosa di male mi verrà… da loro.» «Può allontanarsi da tutto questo?» «Non completamente, ma da alcune delle loro idee, sì.
Stuart sta cercando di tenermi prigioniera, e ci riesce. Sa che ho paura. Sa che temo di essere lontana da lui, e si vale di questa consapevolezza per tenermi con lui.» «E Becky?» «Lei cerca sempre di togliermi la fiducia in persone di cui mi fido. Quando io vedo il bene, lei vede il male. E cerca di piantare questi semi nella mia mente. Io sto imparando ad avere fiducia… in persone di cui dovrei fidarmi. Ma lei mi riempie di dubbi sul loro conto. Questo è il suo problema. Io non posso lasciare che mi faccia pensare a suo modo.» Nello stato superconscio, Catherine sapeva determinare i principali difetti di carattere in Becky e in Stuart. La Catherine ipnotizzata sarebbe stata un eccellente
psichiatra empaticamente e infallibilmente intuitivo. La Catherine sveglia non possedeva queste capacità ed era mio compito gettare un ponte sull’abisso. Il suo imponente miglioramento clinico mostrava che una parte di questo stava filtrando. Cercai di rafforzare quel ponte.
«In chi può avere fiducia?» chiesi. «Pensi a questo. Chi sono coloro in cui può avere fiducia e imparare da loro, e avvicinarli? Chi sono?» «Posso avere fiducia in lei», mormorò. Lo sapevo, ma sapevo che doveva avere fiducia ancor più nelle persone che incontrava nella sua vita quotidiana.
«Sì, lei può. Lei mi è vicina, ma deve essere più vicina anche alle persone della sua vita, persone che possono essere con lei più di quanto io possa.» Volevo che lei fosse completa e indipendente, non dipendente da me.
«Posso avere fiducia in mia sorella. Non conosco gli altri. Posso avere fiducia in Stuart, ma solo fino a un certo punto. Lui mi vuol bene, ma è confuso. Nella sua confusione mi fa del male senza saperlo.» «Sì, è vero. Vi è un altro uomo in cui può avere fiducia?» «Posso avere fiducia in Robert», rispose. Era un altro medico dell’ospedale. Erano buoni amici.

«Sì», ammise.
L’idea di conoscenze future era per lei sconcertante e conturbante. Era stata così precisa circa il passato. Attraverso i Maestri aveva conosciuto fatti specifici e segreti.
Poteva anche conoscere fatti futuri? E, in tal caso, potevamo noi condividere questa precognizione? Un migliaio di domande mi si presentarono alla mente.
«Quando prende contatto con la sua mente supercon- scia, come adesso, e ha questa saggezza, sviluppa anche capacità nella sfera sensitiva? Le è possibile guardare nel futuro? Per quel che riguarda il passato ha fatto molto.» «E possibile», ammise, «ma adesso non vedo nulla.» «È possibile?» ripetei.
«Credo di sì.
«Può farlo senza esserne spaventata? Può andare nel futuro e ottenere informazioni neutre, che non la spaventino? Può vedere il futuro?» La sua risposta fu rapida: «Non lo vedo. Non me lo permettono». Sapevo che si riferiva ai Maestri.
«Le sono attorno, adesso?» «Sì.» «Le parlano?» «No. Controllano tutto.» Dunque, essendo controllata, non le era permesso di spiare nel futuro. Forse non avevamo nulla da guadagnare, personalmente, da un’occhiata di questo genere. Forse l’avventura avrebbe reso Catherine troppo ansiosa. Non insistetti.

«Lo spirito che le era vicino prima, Gideon… «Sì.
«Che cosa vuole? Perché è qui? Lo conosce?» «No, non credo.» «Ma la protegge dai pericoli?» «Sì.» «I Maestri…» «Non li vedo.» «A volte hanno dei messaggi per me, messaggi che aiutano lei e me. Questi messaggi sono utili per lei anche se non vengono pronunciati? Mettono pensieri nella sua mente?» «Sì.» «Essi controllano fin dove lei può andare? Quello che lei può ricordare?» «Sì.» «Quindi vi è uno scopo in questo dispiegarsi di vite…» «Sì.» «…Per lei e per me… Per insegnarci. Per portarci la scomparsa della paura.» «Vi sono molti modi di comunicazione. Ne scelgono molti… per dimostrarci che esistono.» Sia che Catherine udisse le loro voci, o visualizzasse immagini del passato, o sperimentasse fenomeni di sensitività, o le fossero messi pensieri nella mente, lo scopo era lo stesso: dimostrare la loro esistenza e, oltre questo, aiutarci nella nostra strada donandoci intuizioni e conoscenze, aiutarci a divenire simili a Dio attraverso il sapere. «Sa perché l’hanno scelta…» «No.» «…per fare da tramite?» Questa era una domanda delicata, perché Catherine da sveglia non poteva nemmeno ascoltare le registrazioni. «No», mormorò piano.
«Le fa paura?» «A volte. E altre volte no?» «Sì.» «Questo può essere rassicurante», aggiunsi. «Adesso sappiamo che siamo eterni, e così perdiamo la paura della morte.» «Sì», convenne. Fece una pausa. «Devo imparare ad avere fiducia. Era tornata alla più importante lezione della sua vita. «Quando mi viene detta qualche cosa, devo imparare acredereaquellochemisidice…quandolapersona èbeneinformata.»«Certovisono persone in cui non bisogna aver fiducia», aggiunsi.
«Sì, ma sono confusa. E con le persone in cui so che dovrei avere fiducia, cerco di reprimere questo sentimento. E non voglio aver fiducia in alcuno.» Rimase in silenzio mentre io ammiravo ancora la sua intuizione.
«L’ultima volta lei parlò di sé come di una bambina, in un giardino con dei cavalli. Ricorda? Il matrimonio di sua sorella.» «Un poco.» «C’è qualche altra cosa da trarre, da quel periodo? Lo sa?» «Sì.» «Meriterebbe di tornare indietro adesso ed esplorarlo?» «Non voglio tornare indietro, adesso. Vi sono tante cose in una vita. Vi sono tante conoscenze da ottenere… in ogni vita. Sì, dobbiamo esplorare, ma adesso non voglio tornare indietro.» Così la indirizzai ancora alle inquiete relazioni con suo padre. «La sua relazione con suo padre è un’altra zona, che ha avuto una profonda influenza su di lei in questa vita.» «Sì», rispose semplicemente.

«È un’altra zona che dobbiamo ancora esplorare. Lei ha avuto molto da imparare da questa relazione. La confronti al ragazzine in Ucraina che ha perso suo padre da piccolo. Lei non ha avuto questa perdita nella vita attuale. E tuttavia, avendo suo padre qui, anche se alcune sofferenze sono state meno…» «È stato un grave peso», concluse. «I pensieri…» aggiunse, «i pensieri…» «Quali pensieri?» Sentivo che si trovava in una nuova area.
«Circa l’anestesia. Quando ci fanno l’anestesia, si può udire? Si può udire ancora!» Aveva risposto da sola alla sua domanda. Adesso bisbigliava rapidamente, eccitandosi. «La mente è perfettamente consapevole di quello che avviene. Parlavano del mio soffocamento, della possibilità che soffocassi quando avrebbero operato sulla mia gola.» Ricordai l’intervento chirurgico sulle corde vocali di Catherine, che era stato compiuto pochi mesi prima del suo primo appuntamento con me. Lei era stata ansiosa prima dell’intervento, ma era del tutto atterrita quando tornò in sé in corsia. E il gruppo degli infermieri aveva dovuto impiegare intere ore per calmarla. Sembra evidente che quello che era stato detto dai chirurghi durante l’operazione, nel periodo in cui lei era in anestesia profonda, l’aveva precipitata nel terrore. La mia mente tornava alla facoltà di medicina e al mio corso di chinirgia. Ricordai le casuali conversazioni durante le operazioni, quando i pazienti sono anestetizzati. Ricordai gli scherzi, le imprecazioni, le discussioni, gli scatti d’ira dei chirurghi. Che cosa udivano, i pazienti, a livello subconscio? Quanto restava registrato in loro, che potesse influire sui loro pensieri e sulle loro emozioni, sulle loro paure e sulle loro ansietà quando si svegliavano. Il corso postoperatorio, il riaversi del paziente dopo l’operazione veniva influenzato positivamente o negativamente da quello che era stato detto durante l’operazione stessa? Era forse morto qualcuno perché travolto dalle impressioni negative durante l’operazione? Aveva ceduto alle sensazioni disperate? «Ricorda quello che loro dicevano?» chiesi.
«Che dovevano inserire un tubo in gola. Quando avrebbero tolto il tubo, la mia gola avrebbe potuto gonfiarsi.
Non pensavano che io li udissi.» «Ma lei li ha uditi.» «Sì. Per questo ho avuto tutti quei problemi.» Dopo la seduta di oggi, Catherine non ebbe più paura di deglutire o di soffocare. Fu molto semplice. «Tutta quella ansietà…» continuò, «pensavo che sarei soffocata.

«Si sente libera?» chiesi.
«Sì. Lei può raccontare quello che hanno fatto.» «Posso?» «Sì.
«Lei è… Loro dovrebbero stare molto attenti a quello che dicono. Adesso ricordo. Mi misero un tubo in gola. E allora non potei parlare, non potei dir loro nulla.» «Adesso è libera… Li ha uditi.» «Sì, li ho uditi parlare…» Rimase in silenzio un minuto o due e poi cominciò a volgere la testa a destra e a sinistra.
Sembrava ascoltare qualche cosa.
«Sembra che lei oda dei messaggi. Sa di dove questi messaggi provengono?» Io speravo che i Maestri sarebbero apparsi.
«Qualcuno mi ha parlato», fu la sua risposta criptica.
«Qualcuno le ha parlato?» «Ma se ne sono andati.» Io cercai di farli tornare.
«Guardi se può portare indietro gli spiriti che hanno messaggi per noi… per aiutarci.» «Essi vengono solo quando vogliono, non quando io lo desidero», rispose con fermezza. «Non ha alcun controllo su questo?» «No.» «Bene», ammisi, «ma il messaggio sull’anestesia è stato molto importante per lei. È stato la fonte del suo senso di soffocamento.» «È stato importante per lei, non per me», ribattè. La sua risposta si riverberò nella mia mente. Lei voleva essere guarita dalla paura di soffocare, e tuttavia questa rivelazione era più importante per me che per lei. Io ero quello che compiva la guarigione. La sua semplice risposta conteneva molti livelli di significato. Ero sicuro che se capivo questi livelli, queste risonanti ottave di significati, sarei progredito di un enorme balzo nella comprensione delle relazioni umane. Forse l’aiuto era più importante della cura.
«Importante per me, per aiutarla?» chiesi.
«Sì. Lei può disfare quello che loro hanno fatto. Lei ha disfatto quello che hanno fatto.» Stava riposando. Entrambi avevamo imparato una grande lezione.
Poco dopo il suo terzo compleanno, mia figlia Amy venne correndo verso di me abbracciandomi le gambe. Alzò lo sguardo e disse: «Babbìno, io ti ho amato per quaranta- mila anni». Io abbassai lo sguardo sul suo piccolo volto e mi sentii molto, molto felice.


Capitolo 11: Noi siamo immortali


Alcune notti più tardi fui svegliato di colpo da un sonno profondo. Divenuto immediatamente vigile, ebbi la visione del volto di Catherine parecchie volte più grande delle sue dimensioni naturali. Sembrava sconvolta, come se avesse bisogno del mio aiuto. Guardai l’orologio; erano le 3.36 del mattino. Non vi erano stati rumori esterni che mi avessero svegliato. Carole dormiva tranquilla al mio fianco. Io dimenticai l’incidente e tornai a dormire.
Quello stesso mattino, verso le 3.30, Catherine si era svegliata atterrita da un incubo. Era sudata e il cuore le batteva.
Decise di meditare sul rilassamento, visualizzando me che la ipnotizzavo nel mio studio. Si immaginò il mio volto, udì la mia voce e gradualmente si riaddormentò.

Catherine diveniva sempre più sensitiva e, a quanto sembrava, anch’io. Potevo udire il mio vecchio professore di psichiatria parlare di reazioni di transfert e controtran- sfert nelle relazioni terapeutiche. Il transfert è la proiezione di sentimenti, pensieri e desidèri del paziente nel terapista, il quale rappresenta qualcuno nel passato del paziente. Il controtransfert è il contrario, la proiezione delle reazioni emotive inconsce del terapista nel paziente. Ma questa comunicazione delle 3.30 del mattino non era né l’uno né l’altro. Era un legame telepatico di una lunghezza d’onda esterna ai canali normali. In qualche modo l’ipnosi stava aprendo questo canale. O era responsabile di questa nuova lunghezza d’onda qualcun altro, un diverso gruppo di spinti: Maestri, custodi e altri? Io ero al di là della semplice meraviglia.
Nella seduta successiva, Catherine raggiunse rapidamente un livello ipnotico profondo. Si allarmò immediatamente. «Vedo una grande nube… mi ha impaurita. Era lì.» Respirava affannosamente.
«E sempre lì?» «Non so. Andava e veniva rapida… Qualche cosa in alto i una montagna.» Continuava a essere allarmata e a respirare a fatica. Io temevo che stesse vedendo una bomba Poteva osservare il futuro? «Può vedere la montagna? È come una bomba?» «Non so.» «Perché le ha fatto paura?» «È stato così improvviso. Era lì. È molto fumosa., molto fumosa. E grande. E lontana. Oh…» «Lei è al sicuro. Può avvicinarsi alla montagna?» «Non voglio esserle più vicina!» rispose seccamente Era raro che facesse una tale resistenza.

«Perché ne ha tanta paura?» chiesi ancora.
«Penso che è qualche cosa di chimico o simile. È difficile respirare quando le siamo vicini.» Respirava a fatica «E come un gas? Viene dalla montagna stessa… come un vulcano?» «Credo di sì. È come un grande fungo. È qualche cosa che sembra… bianca.» «Ma non è una bomba? Non è una bomba atomica né nulla di simile?» Fece una pausa e poi continuò «E un vul… una sorta di vulcano o qualche cosa del genere, credo. E molto pauroso. E difficile respirare Vi è della polvere nell’aria. Non voglio essere lì.» Lentamente il suo respiro tornò regolare, quello solito nello stato ipnotico. Lei aveva lasciato quella scena paurosa.
«Le è più facile respirare, adesso?» «Sì.» «Bene. Che cosa vede ora?» «Nulla… Vedo una collana, una collana al collo di qualcuno. È blu… È d’argento e ha una pietra blu appesa a essa, e piccole pietre sotto di essa.» «Vi è qualche cosa sulla pietra blu?» «No, è trasparente. Vi si può vedere attraverso. La signora ha i capelli neri e un cappello blu… con una grande piuma, e il vestito è di velluto.» «Conosce la signora?» «No.» «Lei è lì, o è lei la signora?» «Non so.» «Ma la vede?» «Sì. Io non sono la signora.» «Che età ha?» «È sulla quarantina. Ma sembra più vecchia di quanto non sia.» «Sta facendo qualche
cosa?» «No, rimane solo presso il tavolo. Sul tavolo vi è una bottiglia di profumo. È bianca con dei fiori verdi. Vi sono una spazzola e un pettine con manici d’argento.» Ero impressionato dalla precisione con cui osservava i particolari.
«È la sua stanza, o si tratta di un negozio?» «È la sua stanza. Vi è un letto… con quattro colonne. È un letto scuro. Sul tavolo vi è una brocca.» «Una brocca?» «Sì, nella stanza non vi sono quadri. Vi sono strane tendine scure.» «Vi è qualcun altro?» «No.» «Quale relazione ha con lei questa signora?» «Io la servo.» Ancora una volta era una domestica. «È stata con lei a lungo? «No… pochi mesi.

«Le piace quella collana?» «Sì. E molto elegante.» «L’ha mai portata?» «No.» Le sue risposte brevi mi costringevano a guidarla attivamente per ottenere delle informazioni di base. Mi ricordavano mio figlio fanciullo.
«Quanti anni ha?» «Forse tredici o quattordici…» Circa la stessa età di mio figlio. «Perché ha lasciato la sua famiglia?» chiesi.

«Non l’ho lasciata», mi corresse. «Lavoro qui.
«Capisco. Torna a casa dalla sua famiglia dopo il lavoro?» «Sì.» Le sue risposte lasciavano poco spazio per l’esplorazione. «Abitano nelle vicinanze?» «Molto vicini. Sono molto poveri. Dobbiamo lavorare…
andare a servizio.» «Conosce il nome della signora?» «Belinda.» «La tratta bene?» «Sì.» «Bene.Lavoramolto?»«Nonèunlavorochestanca.»Interrogaredegliadolescenti non è mai facile, anche sulle vite passate. Per fortuna ero molto pratico.
«Bene. La vede sempre?» «No.» «Dov’è lei, adesso?» «In un’altra stanza. Vi è un tavolo con un tappeto nero…
e una frangia lungo l’orlo. Ha l’odore di molte erbe… un profumo intenso.» «Tutto questo appartiene alla sua padrona? Usa molto profumo?» «No, questa è un’altra stanza. Sono in un’altra stanza.» «Di chi è questa stanza?.
«Appartiene a una signora scura.
«Scura come? Può vederla?» Ha molte coperture sulla testa», bisbigliò Catherine, «molti scialli. È vecchia e grinzosa.» «Qual è la sua relazione con lei?» «Sono appena andata a vederla.» «Per quale ragione?» «Sa fare le carte.» Intuii che era andata da un’indovina, una che probabilmente leggeva i tarocchi. Era uno strano intrico. Catherine e io ci trovavamo coinvolti in una incredibile avventura psichica, attraversavamo vite e dimensioni nel passato, e tuttavia, forse duecento anni prima, lei era andata da un’indovina per sapere qualche cosa del suo futuro. Sapevo che Catherine non aveva mai consultato una sensitiva nella sua vita attuale, e che non sapeva nulla di tarocchi e di predizioni; queste cose le facevano paura.
«Predice la fortuna?» chiesi.
«Vede il futuro.
«Ha una domanda da farle? Che cosa vuole sapere?» «Voglio sapere di un uomo… che potrei sposare.» «Che cosa le dice, quando fa le carte?» «La carta presenta una sorta di bastoni. Bastoni e fiori…


bastoni, lance e qualche altra cosa. Vi è un’altra carta con un calice, una coppa… Vedo una carta con un uomo o un giovane che porta uno scudo. Lei dice che mi sposerò, ma non sposerò quell’uomo… Non vedo altro.» «Vede la signora?» «Vedo alcune monete.» «È sempre con lei o è in un altro luogo?» «Sono con lei.» «Che aspetto hanno le monete?» «Sono d’oro. I margini non sono lisci. Sono di vecchio conio. Vi è una corona su un lato.» «Guardi se vi è impresso un anno. Qualche cosa che lei possa leggere… in lettere.
Dei numeri stranieri, rispose. «Delle X e delle I.
«Sa che anno è?» «Mille e settecento… qualche cosa. Non so quando.» Rimase ancora in silenzio.

«Perché questa indovina è importante per lei?» «Non so..,» «La sua predizione si è avverata?» «…Se n’è andata», sussurrò Catherine. «È andata. Non so.» «Vede qualche cosa, adesso?» «No.» «No?» Ero sorpreso. Dove si trovava? «Conosce il suo nome in questa vita?» chiesi, sperando di mettere insieme le fila di questa vita di centinaia di anni fa.

«Me ne sono andata. Aveva lasciato la vita e stava riposando. Adesso poteva farlo da sola. Non le era necessario sperimentare la sua morte per riuscirvi. Aspettammo per alcuni minuti. Questa vita non era stata spettacolare. Aveva ricordato solo alcuni punti salienti e l’interessante visita all’indovina. «Vede qualche cosa, adesso?» chiesi ancora. «No», bisbigliò.


«Sta riposando?» «Sì… gioielli di colori diversi…» «Gioielli?» «Sì. In realtà sono luci, ma sembrano gioielli…» «Che cos’altro?» chiesi.
«Io…», fece una pausa, e poi il suo bisbiglio divenne forte e sicuro. «Vi sono molte parole e pensieri che volano attorno… Riguardano la coesistenza e l’armonia… l’equilibrio delle cose.» Mi resi conto che i Maestri erano vicini.

«Sì», la stimolai. «Voglio sapere di queste cose. Può dirmi?» «In questo momento sono solo parole», mi rispose.
«Coesistenza e armonia», le ricordai. Quando rispose, era la voce del Maestro poeta. Rabbrividii nell’udirlo ancora.

«Sì», rispose. «Tutto deve essere in equilibrio. La natura è in equilibrio. Gli animali vivono in armonia. Gli umani non hanno imparato a farlo. Continuano a distruggersi.
Non vi è armonia, non pianificano ciò che fanno. Nella natura è così diverso. La natura è equilibrata. La natura è energia e vita… e rinascita. Gli umani distruggono soltanto. Distruggono la natura. Distruggono altri umani. Infine distruggeranno se stessi.» Questa era una predizione infausta. Pur con il mondo continuamente nel caos e nel disordine, speravo che questo non sarebbe avvenuto presto.

«Quando avverrà?» chiesi.

«Avverrà prima di quanto si pensi. La natura soprawi- verà. Le piante soprawiveranno. Ma noi no.» «Possiamo fare qualche cosa per prevenire questa distruzione?» «No. Tutto deve essere equilibrato…» «Questa distruzione avverrà durante la nostra vita? Possiamo evitarla?» «Non avverrà durante la nostra vita. Quando avverrà, noi saremo su un altro piano, in un’altra dimensione, ma la vedremo.» «Non vi è modo di avvertire il genere umano?» Continuavo a cercare una via di scampo, qualche più mite possibilità. «Sarà fatto su un altro livello. Noi impareremo da tutto questo.» Guardai il lato luminoso. «Bene, allora le nostre anime progrediscono in luoghi diversi.» «Sì. Noi non saremo più… qui, come lo conosciamo adesso. Ma lo vedremo.» «Sì», ammisi. «Devo insegnare questo alla gente, ma non so come raggiungerla. Vi è una via, o devono imparare da soli?» «Non può raggiungere tutti. Per arrestare la distruzione deve raggiungere tutti, e non può. 



Non può essere arrestata. Devono imparare. Progredendo impareranno. Saranno in pace ma non qui, non in questa dimensione.» «Infine saranno in pace?» «Sì, su un altro livello.» «Sembra così lontano, tuttavia», deplorai. «La gente sembra così misera, adesso… così avida, così affamata di potere, così ambiziosa. Dimentica l’amore, la comprensione, la conoscenza. Vi è molto da imparare.» «Sì.» «Posso scrivere qualche cosa per aiutare queste persone? C’è qualche via?» «Lei conosce la via. Non abbiamo bisogno di dirgliela.
Non servirà a nulla, perché noi raggiungeremo tutti i livelli, e loro vedranno. Siamo tutti gli stessi. Nessuno è più grande degli altri. E tutto questo è un insieme di lezioni…
e di punizioni.» «Sì», convenni. La lezione era stata profonda, e io avevo bisogno di tempo per assimilarla. Catherine era divenuta silenziosa. Aspettammo, lei riposando e io assorto pensosamente nelle drammatiche affermazioni dell’ultima ora.

Infine lei spezzò l’incanto.

«I gioielli sono andati», mormorò. «I gioielli sono andati. Le luci… sono andate.» «Anche levoci?Leparole?»«Sì.Nonvedoniente.»Mentretaceva,cominciòamuovere latesta a destra e a sinistra. «Uno spirito… sta guardando. «Lei?» «Sì.
«Riconosce quello spirito?» «Non sono sicura… Penso che possa essere Edward.» Edward era morto l’anno prima. Era davvero onnipresente. Sembrava essere sempre intorno a lei.

«Che aspetto aveva lo spirito?» «Solo… solo bianco… come le luci. Non aveva volto, non il volto che conosciamo, ma so che è lui.» «Comunicava in qualche modo con lei?» «No, guardava soltanto. «Ascoltava quello che dicevo?» «Sì», bisbigliò. «Ma adesso è andato. Voleva solo assicurarsi che sto bene.» Pensai alla mitologia popolare dell’angelo custode. Certo Edward, nella parte di aleggiante e amoroso spirito che la osservava per assicurarsi che stesse bene, era molto adatto a questo compito angelico. E Catherine aveva già parlato di spiriti custodi. Io mi meravigliavo di quanti dei nostri miti infantili erano adesso radicati in un passato profondamente rievocato.


Mi meravigliavo anche della gerarchia degli spiriti, di chi diveniva custode e chi maestro, e di coloro che non erano né l’uno né l’altro ma solo imparavano. Devono esserci dei gradi fondati sulla saggezza e sulla conoscenza, con lo scopo ultimo di divenire simili a Dio e di avvicinarsi a Dio, forse addirittura fondendoci con lui. Era questo lo scopo che i teologi mistici avevano descritto in termini estatici durante i secoli. Essi avevano avuto barlumi di questa divina unione. In mancanza di questa esperienza personale, mezzi di collegamento come Catherine, con le sue straordinarie doti, offrivano le migliori vedute. Edward era andato, e Catherine era divenuta silenziosa.


il suo volto era tranquillo e lei era avvolta di serenità.
Quale meraviglioso talento possedeva: la capacità di vedere oltre la vita e oltre la morte, di parlare con gli «dèi» e di condividere la loro sapienza. Stavamo mangiando i frutti dell’Albero della Conoscenza, non più proibito. Io mi domandavo quante mele fossero rimaste.
La madre di Carole, Minette, stava morendo del cancro che si era propagato dal petto alle ossa e al fegato. Il processo era andato avanti per quattro anni e adesso non poteva più essere rallentato dalla chemioterapia. Era una donna coraggiosa che sopportava stoicamente il dolore e la debolezza. Ma la malattia stava accelerando e io sapevo che la sua morte era vicina.


Le sedute con Catherine andavano avanti simultaneamente e io condividevo con Minette l’esperienza e le rivelazioni. Non fui molto sorpreso dal fatto che lei, una pratica donna di affari, accettasse prontamente questa conoscenza e volesse saperne di più. Le diedi dei libri da leggere e lei lo fece avidamente. Si preparò a fare una corsa con Carole e me nella cabala, le scritture mistiche ebraiche che risalgono a secoli fa. La reincarnazione e gli stati di interregno fra le~* vite sono motivi fondamentali della letteratura cabalistica, e tuttavia la maggior parte degli Ebrei moderni non lo sanno. Lo spirito di Minette si rafforzava mentre il suo corpo si indeboliva. La sua paura della morte diminuiva. Lei cominciò a pregustare la sua riunione con l’amato consorte Ben. Credeva nell’immortalità della sua anima, e questo l’aiutava a sopportare il dolore. Si aggrappava alla vita, aspettando la nascita di un altro nipotino, il primo piccolo di sua figlia Donna. Aveva incontrato Catherine all’ospedale durante uno dei suoi trattamenti, e i suoi sguardi e le sue parole le sembrarono spontanei e di conforto. 



La sincerità e l’onestà di
Catherine valsero a convincere Minette che l’esistenza di un aldilà era indiscutibilmente vera.
Una settimana prima di morire, Minette fu ammessa al reparto di oncologia dell’ospedale. Carole e io potevamo passare del tempo con lei, parlando della vita e della morte e di ciò che ci attendeva dopo la morte. Donna di grande dignità, decise di morire nell’ospedale, dove le infermiere potevano aver cura di lei. L’altra sua figlia con suo marito e con la loro bambina di sei settimane vennero ad assisterla e a darle l’addio. Noi eravamo quasi continuamente con lei. Minette morì verso le sei del mattino; Carole e io, che eravamo appena arrivati a casa dall’ospedale, sentimmo il bisogno di tornarvi. Le sei o sette ore che seguirono furono piene di serenità e di un’energia spirituale trascendentale. Minette non soffriva più. Parlammo della sua transizione nello stato di interregno fra le vite, della brillante luce e della presenza spirituale. Lei rivedeva silenziosamente la sua vita e lottava per accettare le parti negative. Sembrava sapere di non potere smettere finché il processo non fosse completo. Aspettava un preciso momento per morire, nel primo mattino. Aspettava con impazienza questo momento. 



Minette fu la prima persona che ho guidato verso la morte e attraverso la morte in questo modo. Era rafforzata, e il nostro dolore fu lenito dall’insieme dell’esperienza. Trovai che la mia capacità di guarire i pazienti si era ampliata in modo significativo, non solo per le fobie e le ansietà, ma specialmente per i consigli sulla morte e il modo di morire, e sul dolore. Conoscevo intuitivamente quali direzioni prendere e quali scartare nella terapia. Ero capace di suscitare sensazioni di pace, di calma e di speranza. Dopo la morte di Minette, molti altri che stavano per morire o che erano sopravvissuti alla morte di un loro caro, vennero da me in cerca di aiuto. Molti non erano pronti a sentir parlare di Catherine o ad avvicinare la letteratura sulla vita dopo la morte. Ma anche senza impartire queste conoscenze specifiche, ero sicuro di poter comunicare il messaggio. Un tono di voce, una comprensione empatica del processo e delle loro paure e dei loro sentimenti, uno sguardo, un tocco, una parola, tutto poteva raggiungerli a qualche livello e far vibrare una corda di speranza, di dimenticata spiritualità, di condivisa umanità, o anche più. E per coloro che erano pronti al più, suggerire letture o farli partecipare alle mie esperienze con Catherine e altri era come aprire una finestra a una fresca brezza. Quelli che erano pronti venivano portati a nuova vita. Ancora più rapidamente ottenevano intuizioni.


Credo davvero che il terapeuta debba avere una mente aperta. Così come un maggior lavoro scientifico è necessario per documentare le esperienze di morte, come quelle rievocate da Catherine, così è necessario un maggior lavoro sperimentale nel campo. I terapeuti devono considerare la possibilità della vita dopo la morte e integrarla nei loro consigli. Non è necessario che usino sempre la regressione ipnotica, ma devono tenere aperta la loro mente, condividere le loro conoscenze con i loro pazienti e non trascurare le loro esperienze.
Oggi gli uomini sono ossessionati dalle minacce della loro mortalità. La piaga dell’Aids, l’olocausto nucleare, il terrorismo, le malattie e molte altre catastrofi sovrastano le nostre teste e ci tormentano ogni giorno. Molti adolescenti sono convinti che non vivranno oltre i vent’anni. Questo è incredibile a pensarci, e riflette le tremende tensioni della nostra società.
A livello individuale, la reazione di Minette ai messaggi di Catherine è incoraggiante. Il suo spirito si era rafforzato, e lei aveva sentito la speranza di fronte al grande dolore fisico e al deterioramento del corpo. Ma i messaggi erano per tutti noi, non solo per la morente. Vi è speranza anche per noi. Abbiamo bisogno che più numerosi clinici e
scienziati si rivolgano ad altre Catherine per confermare e diffondere i loro messaggi. Le risposte sono qui. Noi siamo immortali. Noi saremo sempre insieme.

Capitolo 12: La guarigione di Catherine


Erano passati tre mesi e mezzo dalla nostra prima seduta di ipnosi. Non solo i sintomi di Catherine erano virtualmente scomparsi, ma lei era progredita oltre una semplice cura. Era radiosa, con una serena energia attorno a sé. La gente era attratta da lei. Quando faceva colazione nel caffè dell’ospedale, uomini e donne andavano a unirsi a lei.
«Lei è così bella; volevo proprio dirglielo», dicevano. E lei aveva fatto colazione per anni nello stesso caffè senza che alcuno le badasse.
Come al solito, cadde rapidamente in una profonda trance ipnotica nella penombra del mio studio, con i biondi capelli sparsi sul solito guanciale.

«Vedo un edificio… È fatto di pietra, e vi è qualche cosa a punta sulla sua estremità. È una zona molto montana. E molto umida… molto umida. Vedo un carro. Vedo un carro che passa… davanti alla facciata. Il carro contiene del fieno, una sorta di paglia o di fieno, qualche cosa che si fa mangiare agli animali. Ci sono alcuni uomini che portano delle bandiere, qualche cosa che sventola all’estremità di un’asta. I colori sono molto brillanti. Io li sento parlare di Mori… Mori. E di una guerra che viene combattuta. Vi è del metallo, qualche cosa di metallo che copre le loro teste… Una sorta di copricapo fatto di metallo. L’anno è il 1483. Qualche cosa che riguarda i Danesi. Stiamo combattendo con i Danesi? Viene combattuta qualche guerra.» «Lei è lì?» chiesi.
«Non vedo tutto questo», rispose dolcemente. ‘«Vedo i carri. Hanno due ruote, due ruote, e dietro sono aperti. Sono aperti; i fianchi sono limitati da assicelle, assicelle di legno tenute insieme. Vedo… qualche cosa di metallo che loro portano attorno al collo… Un metallo molto pesante a forma di croce. Ma le estremità sono curve, le estremità sono curve… sulla croce. È la testa di qualche santo… Vedo delle spade. Hanno una sorta di coltello o di spada… molto pesante, con la punta smussata. Si stanno preparando per qualche battaglia.» «Guardi se può trovare se stessa», le ingiunsi. «Si guardi intorno. Forse è un soldato. Li vede da qualche punto di vista.» «Non sono un soldato.» La sua risposta fu decisa su questo.
«Si guardi attorno.
«Ho portato delle provviste. È un villaggio, qualche villaggio.» Rimase in silenzio.
«Che cosa vede, adesso?» «Vedo una bandiera, una sorta di bandiera. È rossa e bianca… bianca con una croce rossa.» «È la bandiera del suo popolo?» chiesi.
«È la bandiera dei soldati del re», rispose.
«È il suo re?» «Sì.» «Conosce il nome del re?» «Non lo sento. Non è qui.» «Può guardare e vedere quello che indossa. Guardi in giù e veda quello che indossa.» «Una sorta di cuoio… una tunica di cuoio sopra… sopra una camicia molto rozza. Una tunica di cuoio… è corta.
Scarpe di un qualche tipo di pelle di animale… non scarpe, piuttosto stivali o mocassini. Nessuno mi parla. Capisco. Di che colore sono i suoi capelli?» «Sono biondi, ma sono vecchio, e vi è del grigio.» «Quali sono i suoi sentimenti nei confronti di questa guerra?» «È divenuta il mio mezzo di vita. Ho perso un figlio in un precedente scontro.» «Un maschio?» «Sì.» Si era rattristata.
«Chi le è rimasto? Chi le è rimasto della sua famiglia?» «Mia moglie… e mia figlia.» «Come si chiamava suo figlio?» «Non vedo il suo nome. Lo ricordo. Vedo mia moglie.» Catherine era stata più volte maschio e femmina. Senza figli nella sua vita attuale, aveva avuto numerosi bambini nelle sue altre vite.
«Che aspetto ha sua moglie?» «È molto stanca. È vecchia. Abbiamo delle capre.» «Sua figlia vive ancora con lei?» «No, è sposata e ci ha lasciato qualche tempo fa.» «Dunque
siete soli, lei e sua moglie?» «Sì.» «Com’è la vostra vita?» «Siamo stanchi. Siamo molto poveri. Non è stata una vita facile.» «No. Ha perso il figlio. Ne sente la mancanza?» «Sì.» Rispose con semplicità, ma il suo dolore era evidente. «È stato agricoltore?» chiesi cambiando argomento.
«Sì. Vi è del grano… grano, qualche cosa simile a grano.» «Vi sono state molte guerre nel suo paese, durante la sua vita, con molte tragedie?» «Sì.» «Ma ha vissuto fino alla vecchiaia.» «Combattono fuori del paese, non nel paese», spiegò.
«Devono viaggiare per arrivare al luogo del combattimento… su molte montagne.» «Conosce il nome della terra in cui vive? O almeno della città?» «Non lo vedo, ma deve avere un nome. Non lo vedo.» «È un periodo molto religioso? Lei vede delle croci sui soldati.» «Per gli altri, sì. Per me no.» «È vivo qualcun altro della sua famiglia, oltre a sua moglie e a sua figlia?» «No.» «I suoi genitori sono morti?» «Sì.» «Fratelli e sorelle?» «Ho una sorella. È viva. Non la conosco», aggiunse riferendosi alla sua vita attuale vissuta come Catherine.

«Bene. Guardi se riconosce qualcuno nel villaggio o nella sua famiglia.» Se ci si reincarna in gruppi, era probabile che trovasse là qualcuno che fosse significativo anche nella sua vita attuale.
«Vedo una tavola di pietra… vedo delle scodelle.» «È la sua casa?» «Sì. Qualche cosa fatta con… qualche cosa di giallo, qualche cosa fatta con grano… o qualche cosa… di giallo.

Noi la mangiamo…» «Bene», dissi cercando di affrettare il passo. «Questa è stata una vita molto dura, per lei, una vita molto dura.
Che cosa ne pensa?» «Cavalli», mormorò.
«Possiede dei cavalli? O sono di qualcun altro?» «No, i soldati… alcuni di loro. I più vannoapiedi.Manonsonocavalli;sonoasini,oanimalipiùpiccolideicavalli. Sonoper lo più selvatici.» «Avanzi nel tempo, adesso», le dissi. «Lei è molto vecchio. Cerchi di arrivare all’ultimo giorno della sua vita come vecchio.» «Ma non sono molto vecchio», obiettò. Non era particolarmente suggestionabile in queste vite passate. Quello che avveniva, avveniva… Non potevo eliminare con la suggestione i suoi attuali ricordi. Non potevo far sì che cambiasse i particolari di ciò che era avvenuto e che veniva ricordato. «Devono avvenire ancora altre cose in questa vita?» chiesi cambiando il mio approccio. «È importante per noi saperlo.

«Nulla di importante», rispose senza emozione.
«Allora avanzi, avanzi nel tempo. Troviamo che cosa ha bisogno di imparare. Capisce?» «No. Sono ancora qui.
«Sì, capisco. Vede qualche cosa?» Passarono un paio di minuti prima che rispondesse. «Sto fluttuando», mormorò dolcemente.
«Lo ha già lasciato?» «Sì, sto fluttuando.» Era entrata ancora nello stato spirituale. «Adesso sa che cosa doveva imparare? È stata un’altra vita dura per lei.» «Non so. Sto solo fluttuando.» «Bene. Riposi… riposi.» Passarono alcuni minuti silenziosamente. Poi lei parve ascoltare qualche cosa. Improvvisamente parlò. La sua voce era forte e profonda. Chi parlava non era Catherine.
«Vi sono sette piani in tutto, ognuno consiste di molti livelli, uno di essi è il piano del ricordo. Su questo piano possiamo raccogliere i nostri pensieri. Possiamo vedere la vita che è appena passata. Coloro che appartengono ai livelli più alti possono vedere la storia. Possono tornare e insegnarci imparando la storia. Ma noi dei livelli più bassi possiamo solo vedere la nostra vita che è appena passata.
«Noi abbiamo dei debiti che devono essere pagati. Se non abbiamo pagato questi debiti, dobbiamo portarli in un’altra vita… perché siano saldati. Si progredisce pagando i nostri
debiti. Alcune anime progrediscono prima di altre. Quando siamo nella forma fisica e cerchiamo di progredire lo facciamo durante una vita… Se qualche cosa interrompe la nostra capacità… di pagare quel debito, dobbiamo tornare sul piano di ricordo, e lì dobbiamo aspettare finché l’anima a cui dobbiamo quel debito non sia venuta a vederci. E quando entrambi siamo in grado di tornare alla forma fisica nello stesso tempo allora ci è permesso il ritorno. Ma siamo noi a determinare quando dobbiamo tornare. Determiniamo noi quello che bisogna fare per pagare quel debito. Noi non ricordiamo le nostre altre vite… Solo quella da cui siamo appena venuti. Solo le anime di più alto livello – i saggi – hanno la facoltà di rievocare la storia e gli eventi passati… di aiutarci, di insegnarci quello che dobbiamo fare.
«Vi sono sette piani… sette, attraverso i quali dobbiamo passare prima di tornare. Uno di essi è il piano della transizione. Là si aspetta. In quel piano è determinato quello che porteremo con noi nella prossima vita. Avremo tutti…
un tratto dominante. Questo tratto può essere avidità o può essere lussuria, ma quale che sia, dobbiamo saldare i nostri debiti ai nostri creditori. E poi dobbiamo superare quel tratto dominante in questa vita. Dobbiamo imparare a superare la cupidigia. Se non lo facciamo, quando torniamo dovremo portarla con noi, insieme a un altro tratto dominante, nella nostra prossima vita. I fardelli diventeranno più pesanti; con ogni vita che attraversiamo senza pagare questi debiti, la prossima sarà più dura. Se li paghiamo, ci sarà concessa una vita facile. Così scegliamo noi stessi la vita che avremo. Nella fase successiva siamo responsabili della vita che abbiamo. La scegliamo noi stessi.» Catherine cadde nel silenzio.

Questo non parve venire da un Maestro. Egli si presentò come «noi dei livelli più bassi», in confronto con le anime dei livelli più alti, «i saggi». Ma la conoscenza trasmessa era chiara e pratica. Io mi domandavo in che cosa consistessero gli altri cinque piani e quali fossero le loro qualità. Lo stadio di rinnovamento era uno di questi piani? E che dire dello stadio di apprendimento e dello stadio di decisione? Tutta la sapienza rivelata attraverso questi messaggi da parte di anime nelle varie dimensioni dello stato spirituale era consistente. Lo stile dell’enunciato differiva come differivano la fraseologia e la grammatica, la sofisticazione del verbo e del vocabolario; ma il contenuto rimaneva coerente. Io stavo acquistando un corpo sistematico di conoscenza spirituale. Questa conoscenza parlava di amore e di speranza, di fede e di carità. Esaminava virtù e vizi, debiti dovuti ad altri e a se stessi. Includeva vite passate e piani spirituali tra le vite. E parlava del progresso dell’anima attraverso l’armonia e l’equilibrio, l’amore e la saggezza, il progresso verso un mistico ed estatico collegamento con Dio.
Vi erano molti consigli pratici lungo la via: il valore della pazienza e dell’attesa; la saggezza nell’equilibrio della natura; l’estirpazione delle paure, specialmente la paura della morte; la necessità di imparare la fiducia e il perdono; l’importanza di imparare a non giudicare gli altri o a non arrestare la vita di nessuno; l’accumulo e l’uso di poteri intuitivi; e, forse più di tutto, l’incrollabile conoscenza di essere immortali. Noi siamo al di là della vita e della morte, al di là dello spazio e al di là del tempo.
Noi siamo gli dèi, ed essi sono noi.
«Sto fluttuando», mormorava piano Catherine.
«In quale stato si trova?» chiesi.
«Nessuno… Sto fluttuando… Edward mi deve qualche cosa… mi deve qualche cosa.» «Sa che cosa le deve?» «No… mi deve… qualche conoscenza. Aveva qualche cosa da dirmi, forse sul bambino di mia sorella.» «Il bambino di sua sorella?» feci eco.
«Sì… è una bambina. Si chiama Stephanie.» «Stephanie? Che cosa vuole sapere su di lei?» «Voglio sapere come entrare in contatto con lei», rispose. Catherine non mi aveva mai detto niente a proposito di questa nipote.
«È molto legata a lei?» chiesi.
«No, ma vorrà trovarli.
«Trovare chi? domandai. Ero confuso.
«Mia sorella e suo marito. E l’unico modo di farlo è attraverso di me. Io sono il collegamento. Lui ha informazioni. Il padre di lei è un medico; esercita in qualche zona del Vermont, nella parte meridionale del Vermont. L’informazione giungerà a me quando sarà necessario.» Più tardi seppi che la sorella di Catherine e il futuro marito di lei avevano avuto la loro figlia in adozione. In quel tempo erano molto giovani e non ancora sposati. L’adozione fu agevolata dalla Chiesa. Dopo quel tempo non vi erano informazioni attendibili.

«Sì», convenni. «Quando sarà il momento giusto.» «Sì. Allora me lo dirà… Me lo dirà.» «Quale altra informazione ha per lei?» «Non so, ma ha delle cose da dirmi. E mi deve qualche cosa… qualche cosa. Non so che cosa. Mi deve qualche cosa.» Tacque.
«È stanca?» chiesi.

«Vedo una briglia», rispose con un sussurro. «Un’attrezzatura fissata al muro. Una briglia… vedo una coperta stesa all’esterno di una stalla.» «È una rimessa?» «Vi sono dei cavalli, là. Molti cavalli.» «Che cos’altro vede?» «Vedo molti alberi… con fiori gialli. Mio padre è là. Si prende cura dei cavalli.» Mi resi conto di parlare con un fanciullo. «Qual è il suo aspetto?» «È molto alto, con i capelli grigi.» «Lei si vede?» «Sono una fanciulla… una ragazzina.» «Suo padre è il proprietario dei cavalli o si prende solo cura di loro?» «Si prende solo cura di loro. Noi viviamo qui vicino.
«Le piacciono i cavalli?» «Sì.
«Ha un favorito?» «Sì. Il mio cavallo. Si chiama Mela.» Ricordai la sua vita come Mandy, quando era pure apparso un cavallo chiamato Mela. Stava forse ripetendo una vita che avevamo già sperimentato? Forse la avvicinava da un altro punto di vista.
«Mela… Sì. Suo padre le lascia cavalcare Mela?» «No, ma posso dargli da mangiare. Viene usato per tirare il carro del padrone, e la sua carrozza. È molto grande.
Ha piedi grandi. Se non ci si sta attenti, ci pesta.
«Chi altri è con lei?» «Mia madre è qui. Vedo una sorella… È più grande di me. Non vedo alcun altro.» «Adesso che cosa vede?» «Vedo solo i cavalli.» «È un periodo felice per lei?» «Sì, mi piace l’odore della stalla.» Era molto specifica riferendosi a quel dato momento nella stalla.
«Sente l’odore dei cavalli?» «Sì.» «Il fieno?» «Sì… i loro musi sono così dolci. Vi sono anche dei cani- Neri, alcuni cani neri, e dei gatti… molti animali. I cani sono impiegati per la caccia. Quando vanno a caccia di uccelli, portano con loro i cani.» «Le succede qualche cosa? «No. La mia domanda era troppo vaga.
«Lei vive in questa fattoria?» «Sì. L’uomo che si prende cura dei cavalli…» Fece una pausa. «Non è realmente mio padre. Io ero confuso.
«Non è il suo vero padre?» «Non so, non… non è il mio vero padre, no. Ma è come un padre per me. È un secondo padre. È molto buono con me. Ha gli occhi verdi.» «Lo guardi negli occhi – occhi verdi – e veda se lo riconosce. E buono con lei. Le vuol bene.
«E mio nonno… mio nonno. Ci voleva molto bene. Mio nonno ci amava molto. Era solito portarci con sé tutto il giorno. Andavamo con lui dove lui andava a bere. E potevamo avere dell’acqua di seltz. Ci voleva bene.» La mia domanda l’aveva fatta saltare da quella vita nel suo stato superconscio di osservazione. Adesso stava guardando la vita di Catherine e la sua relazione con suo nonno.
«Sente ancora la sua mancanza?» domandai.
«Sì», rispose piano.
«Ma, come vede, lui è stato con lei in precedenza.» Le stavo spiegando: cercavo così di ridurre al minimo la sua pena.
«Lui era molto buono con noi. Ci amava. Non ci sgridava mai. Ci dava dei soldi e ci portava sempre con lui. Gli piaceva. Ma è morto.
«Sì, ma lei sarà ancora con lui. Lo sa.
«Sì. Sono già stata con lui. Non era come mio padre. Sono così diversi.» «Perché l’uno la ama tanto e la tratta così bene, e l’altro è così diverso?» «Perché l’uno ha imparato. Ha pagato un debito che doveva pagare. Mio padre non ha pagato il suo debito. È tornato… senza capire. Dovrà farlo di nuovo.» «Sì», convenni. «Deve imparare ad amare, a educare.» «Sì», rispose.
«Se non si capisce questo», aggiunsi, «si trattano i bambini come una proprietà, non come delle persone che dobbiamo amare.» «Sì», convenne lei.
«Suo padre deve ancora imparare questo.
«Sì.
«Suo nonno sa già…
«Lo so», mi interruppe. «Dobbiamo attraversare tanti stadi, quando siamo nello stato fisico… proprio come quando siamo negli altri stadi di evoluzione. Dobbiamo attraversare lo stadio della puerizia, lo stadio dell’infanzia, lo stadio della fanciullezza…
«Dobbiamo fare tanta strada prima di raggiungere…
prima di raggiungere la nostra meta. Gli stadi nella forma fisica sono duri. Quelli nel piano astrale sono facili. Sono solo riposo e attesa. Quelli di adesso sono gli stadi duri.» «Quanti piani vi sono nello stato astrale?» «Ve ne sono sette», rispose.
«Quali sono?» chiesi, cercando di stabilire quelli oltre i due menzionati nelle sedute precedenti.
«Mi hanno parlato solo di due», spiegò. «Lo stadio di transizione e quello del ricordo.» «Questi sono i due con cui ho familiarità anch’io.
«Conosceremo gli altri più tardi.
«Lei ha imparato insieme con me», osservai. «Oggi abbiamo imparato sui debiti. È molto importante.» «Ricorderò quello che devo ricordare», aggiunse lei enigmaticamente. «Ricorderà questi piani?» chiesi.
«No. Per me non sono importanti. Sono importanti per lei.» Avevo già sentito questo. Era per me. Perché potessi aiutarla, ma non solo per questo. Per aiutare me stesso, ma non solo per questo. Tuttavia non potevo dire quale potesse essere questo scopo più importante.
«Lei sembra stare tanto meglio», continuai. «Impara tante cose.
«Sì», convenne.
«Come mai la gente è così attratta da lei?» «Perché mi sono liberata da tante paure e posso aiutarli.
Sentono una sorta di richiamo psichico.» «E lei può far fronte a questo?» «Sì.» Era fuori discussione. «Non ho paura», aggiunse.
«Bene, la aiuterò.
«Lo so, rispose. «Lei è il mio insegnante.


Capitolo 13: I Maestri insegnano


Catherine si era liberata dei suoi sintomi angosciosi. Era sana più del normale. Le sue vite cominciavano a ripetersi. Sapevo che stavamo avvicinandoci al termine. Ma quello di cui non mi resi conto in quel giorno di autunno, mentre lei entrava ancora nella sua trance ipnotica, fu che sarebbero passati cinque mesi tra questa seduta e la successiva, che sarebbe stata l’ultima.
«Vedo degli intagli», cominciò. «Alcuni sono in oro. Vedo dell’argilla. Stanno facendo dei vasi. Sono rossi… usano una sorta di materiale rosso. Vedo una costruzione scura, una certa struttura scura. Ci troviamo qui.
«È nella costruzione scura o presso di essa?» «Sono nell’interno. Stiamo lavorando cose diverse.

«Può vedersi mentre lavora?» chiesi. «Può descriversi, descrivere quello che indossa? Guardi in giù. Qual è il suo aspetto?» «Porto un tipo di stoffa… di lunga stoffa rossa. Ho strane scarpe, come sandali. Ho i capelli scuri. Sto modellando una figura. La figura di un uomo… un uomo. Ha in mano una specie di bastone… una verga. Gli altri stanno facendo cose di… alcuni fanno cose di metallo.» «Questo avviene in una fabbrica?» «È un fabbricato. Un fabbricato di pietra.» «Quella statua a cui sta lavorando, l’uomo con la verga, sa chi è?» «No, è solo un uomo. Custodisce il bestiame… le vacche.
Ce n’è un mucchio [di statue] attorno. Sappiamo solo come si presentano. È un materiale molto strano. È difficile da lavorare. Non fa che sbriciolarsi.» «Conosce il nome di questo materiale?» «Non lo vedo. È rosso, qualche cosa di rosso.» «Che cosa avviene delle statue quando le avete fatte?» «Vengono vendute. Alcune vengono vendute al mercato. Altre vengono date ai vari nobili. Solo quelle meglio lavorate vengono destinate alle case dei nobili. Le altre sono vendute.» «Le capita di avvicinare questi nobili?» «No.» «È il suo lavoro? «Sì.
«Le piace? «Sì.» «È molto che lo fa? «No.
«È capace di farlo?» «Non molto.» «Ha bisogno di maggiore esperienza?» «Sì. Sto solo imparando.» «Capisco. Vive ancora con la sua famiglia?» «Non so, ma vedo delle casse scure.» «Delle casse scure?» ripetei.
«Hanno delle piccole aperture. Hanno una porta, e dentro la porta vi sono alcune statue. Sono fatte di legno, di un certo tipo di legno. Dobbiamo fare le statue per esse.» «A che cosa servono le statue?» «Sono statue religiose», rispose.
«Che religione è?» «Vi sono molti dèi, molti protettori… molti dèi. Il popolo è spaventatissimo. Qui si fanno molte cose. Facciamo anche dei giochi… tavole da gioco con delle incavature. Nelle incavature si mettono teste di animali.» «Vede qualche altra cosa?» «Fa molto caldo, molto caldo e vi è molta polvere… molta sabbia.» «Vi sono corsi d’acqua nei dintorni?» «Sì, scendono dalle montagne.» Anche questa vita cominciava a sembrarmi familiare.
«Il popolo ha paura?» insistetti. «È gente superstiziosa?» «Sì, vi è molta paura. Tutti hanno paura. Dobbiamo proteggerci. Vi è una malattia. Dobbiamo proteggerci.» «Che genere di malattia?» «Una malattia che uccide tutti. Una quantità di gente sta morendo.» «A causa dell’acqua?» chiesi.
«Sì. È molto arido… fa molto caldo, perché gli dèi sono irati e ci puniscono.» Stava rivisitando quel periodo della vita quando ci si curava col tannino. Riconobbi la religione di paura, la religione di Osiride e di Hathor.
«Perché gli dèi sono irati?» chiesi conoscendo già la risposta. «Perché abbiamo disobbedito alle leggi. Sono adirati.» «A quali leggi avete disobbedito?» «Quelle sancite
dai nobili.» «Come potete placare gli dèi?» «Dobbiamo portare addosso certe cose. Alcuni portano delle cose attorno al collo. Proteggono dal male.» «Vi è un dio particolare temuto più degli altri?» «Hanno paura di tutti.» «Conosce i nomi di qualche dio?» «Non conosco i nomi. Li vedo soltanto. Ce n’è uno che ha un corpo umano e la testa di un animale. Ce n’è un altro che sembra un sole. Ce n’è uno che sembra un uccello; è nero. Si avvolgono una fune attorno al collo.» «E lei vive con tutto questo?» «Sì, io non muoio.
«Ma i membri della sua famiglia muoiono», ricordai.
«Sì… mio padre. Mia madre sta bene.» «E suo fratello?» «Mio fratello… è morto», ricordò.
«E lei perché sopravvive? Vi è in lei qualche cosa di particolare? Qualche cosa che lei ha fatto?» «No», rispose; poi cambiò argomento. «Vedo qualche cosa con dentro dell’olio.» «Che cosa vede?» «Qualche cosa di bianco. Sembra quasi marmo. È… alabastro… Una sorta di bacinella… con dentro dell’olio. Viene usato per ungere le teste…» «…dei sacerdoti?» aggiunsi io.
«Sì.
«Quali sono i suoi compiti, adesso? Fa qualche cosa con l’olio?» «No. Faccio le statue.» «Siamo nello stesso edificio scuro?» «No… è un’epoca posteriore… un tempio.» Parve a disagio per qualche ragione.
«Ha qualche problema?» «Qualcuno ha fatto qualche cosa nel tempio che ha adirato gli dèi. Non so…» «È stata lei?» «No, no… io vedo solo i sacerdoti. Preparano qualche sacrificio, qualche animale… è un agnello. Le loro teste sono calve. Non hanno peli, assolutamente, nemmeno sulle loro facce…» Rimase in silenzio e i minuti passarono lentamente. D’improvviso divenne attenta, come se ascoltasse qualche cosa. Quando parlò, la sua voce era profonda. Un Maestro era presente.
«Su questo piano alcune anime hanno il permesso di manifestarsi a coloro che sono ancora nella forma fisica. È permesso loro di tornare… Solo se hanno lasciato incompiuta qualche promessa. Su questo piano è permessa l’intercomunicazione. Ma gli altri piani… questo è quello in cui ci è permesso di usare le nostre capacità psichiche e comunicare con persone in forma fisica. Vi sono molti modi di farlo. Ad alcuni è concesso il potere della vista, e possono mostrarsi alle persone ancora in forma fisica. Altri hanno il potere del movimento e possono muovere oggetti telepaticamente. Si va su questo piano solo se è utile per noi andarvi. Se abbiamo lasciato una promessa incompiuta, si può scegliere di andarvi e comunicare in qualche modo.


Ma questo è tutto… Comunicare con colui a cui la promessa deve essere mantenuta. Se la nostra vita è finita bruscamente, potrebbe essere una ragione per andare in questo piano. Molti scelgono di venire qui perché possono vedere coloro che sono ancora in forma fisica e a loro molto cari.
Ma non tutti scelgono di comunicare con loro. Alcuni possono avere troppa paura.» Catherine tacque e parve riposarsi. Cominciò a sussurrare molto piano.
«Vedo la luce.
«La luce le da energia?» chiesi.
«È come un mettersi all’opera… è una rinascita.» «Delle persone in forma fisica, come possono sentire questa energia? Come possono imbattersi in essa ed essere ricaricate?» «Per mezzo delle loro menti», rispose piano.


«Ma come raggiungono questo stato?» «Devono essere in uno stato molto rilassato. Ci si può rinnovare attraverso la luce… attraverso la luce. Bisogna essere molto rilassato così da non spendere più energie, e rinnovare quelle che abbiamo. Quando si dorme, ci si rinnova.» Era nel suo stato superconscio, e io decisi di ampliare l’interrogatorio.
«Quante volte lei è rinata?» chiesi. «È sempre avvenuto qui, in questo ambiente, sulla terra, o anche altrove?» «No», rispose, «non sempre qui.» «In quali altri piani, in quali altri luoghi lei va?» «Non ho finito quello che devo fare qui. Non posso andare oltre finché non ho sperimentato tutto della vita, e non l’ho ancora fatto. Vi saranno molte vite… per mantenere tutte le promesse e pagare tutti i debiti che sono dovuti.» «Ma lei sta facendo progressi», osservai.


«Facciamo sempre progressi.» «Quante volte ha vissuto sulla terra?» «Ottantasei.» «Ottantasei?» «Sì.» «Le ricorda tutte?» «Le ricordo quando è importante per me ricordarle.» Noi avevamo sperimentato frammenti, o parti più grandi, di dieci o dodici vite, e, ultimamente, queste avevano cominciato a ripetersi. A quanto sembrava non aveva bisogno di ricordare le rimanenti settantacinque vite circa. In realtà aveva fatto notevoli progressi, perlomeno dal mio punto di vista. I progressi che faceva dal punto in cui era potevano dipendere dal ricordo delle vite. I suoi progressi futuri potevano non dipendere nemmeno da me e dal mio aiuto. Cominciò di nuovo a sussurrare piano. «Alcuni raggiungono il piano astrale usando droghe, ma non capiscono quello che hanno sperimentato. È stato però concesso loro di passare.» Non le ho fatto domande circa le droghe. Lei diffondeva e apprendeva conoscenza, sia che glielo chiedessi o no.


«Non può usare i suoi poteri psichici per aiutare il suo progresso qui?» chiesi. «Sembra che lei sviluppi sempre più questi poteri.» «Sì», convenne. «È importante, ma non così importante, qui, come lo sarà negli altri piani. Questo fa parte dell’evoluzione e della crescita.» «Importante per me e per lei?» «Importante per tutti e due», rispose.
«Come sviluppiamo queste facoltà?» «Lei le sviluppa attraverso la relazione. Vi sono alcuni con alti poteri i quali sono tornati con maggiore conoscenza. Loro cercheranno coloro che hanno bisogno di svilupparsi e li aiuteranno.» Cadde in un lungo silenzio. Lasciando il suo stato su- perconscio, entrò in un’altra vita.


«Vedo l’oceano. Vedo una casa presso l’oceano. È bianca. Le navi vanno e vengono dal porto. Sento l’odore dell’acqua marina.» «Lei si trova lì?» «Sì.» «Qual è l’aspetto della casa?» «È piccola. Ha una specie di torre sulla sommità… Una finestra da dove si può guardare il mare. Ha una sorta di telescopio. È di ottone, di legno e ottone.» «Lei usa questo telescopio?» «Sì, per guardare le navi.» «Che cosa fa?» «Annunciamo le navi mercantili quando entrano nel porto.» Ricordai che aveva fatto questo in un’altra vita, quando era Christian, il marinaio la cui mano era stata ferita durante una battaglia navale.
«È un marinaio?» chiesi aspettandomi una conferma.

«Non so… forse.» «Può vedere che cosa indossa?» «Sì. Una camicia bianca, pantaloni corti scuri e scarpe con grandi fibbie… Più avanti nella vita sarò marinaio, ma non adesso.» Poteva vedere nel suo futuro ma, così facendo, cadeva bruscamente in quel futuro.
«Sono ferito, gridò dibattendosi per il dolore. «La mia mano è ferita. Era veramente Christian e stava rivivendo la battaglia navale.


«C’è stata un’esplosione? «Sì… sento odore di polvere!» «Guarirà benissimo», la rassicurai, conoscendo già i risultati. «Molti stanno morendo!» Era ancora agitata. «Le vele sono lacerate… Una parte del porto è saltata in aria.» Stava osservando la nave per rilevare i danni. «Dobbiamo riparare le vele. Devono essere riparate.» «Si sta riavendo?» chiesi.
«Sì. È molto difficile cucire la stoffa delle vele.» «Può lavorare con la sua mano?» «No, ma sto osservando gli altri… Le vele sono fatte di tela, di un tipo di tela molto duro da cucire… Molti sono morti. Soffrono tutti.» Sussultò.


«Che c’è?» «Questo dolore… Nella mia mano.» «La sua mano guarisce. Avanzi nel tempo. Naviga ancora?» «Sì.» Fece una pausa. «Siamo nel Galles meridionale. Dobbiamo difendere la costa.» «Chi vi sta attaccando?» «Credo che siano spagnoli… Hanno una grande flotta.» «Che cosa avviene in seguito?» «Io vedo solo la nave. Vedo il porto. Vi sono delle botteghe. In alcune botteghe fabbricano candele. Vi sono botteghe dove si vendono libri.» «Sì. Lei entra mai nelle librerie?» «Sì. Mi piacciono molto. I libri sono meravigliosi… Vedo molti libri. Quello rosso è di storia. Si parla di città… della Terra. Vi sono mappe. Mi piace questo libro… 


C’è un negozio dove si vendono cappelli.» «Vi è un luogo in cui lei va a bere?» Ricordavo la descrizione della birra fatta da Christian.
«Sì, ve ne sono parecchi», rispose. «Servono della birra…
della birra molto scura… con del cibo… del montone con pane, grandi fette di pane. La birra è molto amara, molto amara. Posso sentirne il sapore. Hanno anche del vino, e vi sono lunghe tavole di legno…» Decisi di chiamarla per nome, per vedere le sue risposte. «Christian», dissi con forza.
Lei rispose ad alta voce, senza esitazione: «Sì! Che cosa vuole?».
«Dov’è la sua famiglia, Christian?» «È in una città vicina. Noi salpiamo da questo porto.» «Com’è la sua famiglia?» «Ho una sorella… una sorella, Mary.» «Dov’è la sua ragazza?» «Non ne ho una. Solo le donne della città.» «Nessuna in particolare?» «No, solo le donne… Sono tornato da una navigazione.


Ho combattuto in molte battaglie, ma sono salvo.» «È invecchiato?» «Sì.» «Si è sposato?» «Credo di sì. Vedo un anello.» «Ha dei figli?» «Sì. Anche mio figlio navigherà… Vi è un anello, un anello con una mano. È una mano che tiene qualche cosa. Non posso vedere che cosa. L’anello è in una mano; una mano che tiene qualche cosa.» Catherine cominciò a soffocare.
«Che cosa è che non va?» «La gente della nave è malata… a causa del cibo. Abbiamo mangiato del cibo cattivo. Maiale salato.» Il suo senso di soffocamento continuava. La portai avanti nel tempo e si riprese. Decisi di non farle sperimentare ancora gli attacchi di cuore di Christian. Era già esausta e la feci uscire dalla trance.



Messaggi dall’aldilà 
Passarono tre settimane prima che ci incontrassimo ancora.
Una mia breve malattia e le sue vacanze avevano causato questa sosta. Catherine continuò a migliorare durante questo periodo, ma, quando cominciò la seduta, parve ansiosa.
Mi disse di stare così bene e di sentirsi così migliorata da non credere che l’ipnosi avrebbe potuto aiutarla oltre. Naturalmente aveva ragione. In circostanze ordinarie avremmo potuto terminare la terapia settimane prima. Avevamo continuato in parte per il mio interesse ai messaggi dei Maestri, e in parte per alcuni problemi minori che persistevano nella vita attuale di Catherine. Catherine era quasi guarita e le sue vite si ripetevano. Ma se i Maestri avevano ancora qualche cosa da dirmi? Come avremmo potuto comunicare senza Catherine? Sapevo che avrebbe continuato le nostre sedute se avessi insistito. Ma io non mi sentivo in diritto di insistere. Con una certa tristezza accettai. Chiacchierammo sulle vicende delle ultime tre settimane, ma il mio cuore non era lì.


Passarono cinque mesi. Catherine manteneva il suo miglioramento clinico. Le sue paure e le sue ansietà erano minime. La qualità della sua vita e delle sue relazioni era eccellente. Adesso dava appuntamenti anche ad altri uomini, sebbene Stuart fosse sempre nella sua mente. Per la prima volta, da quando era bambina, sentiva una certa gioia e una vera felicità nella sua vita. Ogni tanto ci incontravamo nei corridoi o nel caffè, ma non avevamo contatti del genere medico-paziente.


Trascorse l’inverno ed ebbe inizio la primavera. Catherine fissò un appuntamento nel mio studio. Aveva un bisogno ricorrente circa un sacrificio religioso che implicava dei serpenti in un pozzo. Alcune persone, fra cui lei stessa, erano costrette a scendere nel pozzo. Lei vi era e cercava di risalirlo affondando le mani nelle pareti sabbiose. A questo punto del sogno si svegliava con il cuore in tumulto.
Nonostante il lungo intervallo, cadde presto in uno stato di ipnosi profonda. E non fu sorprendente che si trovasse subito in un’antica vita.

«Fa molto caldo qui dove sono», cominciò. «Vedo due negri che stanno presso muri di pietra freddi e umidi. Portano un elmo e una fune attorno alla caviglia destra. La fune è intrecciata con fili di perline e fiocchi. Stanno costruendo un magazzino di pietra e argilla, e vi mettono del grano, una sorta di grano schiacciato. Il grano è portato in un carro con ruote di ferro. Sul carro, o parte di esso, vi sono stuoie intrecciate. Vedo acqua, molto azzurra. Qualcuno sta dando ordini agli altri. Vi sono tre scalini nel granaio. 



All’esterno vi è la statua di un dio. Ha la testa di un animale, di un uccello, e il corpo di un uomo. È un dio delle stagioni. Le mura sono sigillate con una specie di catrame per impedire all’aria di entrare e per tenere fresco il grano. La faccia mi prude… Vedo delle perline azzurre nei miei capelli. Vi sono qui attorno sciami di mosche, che mi fanno prudere la faccia e le mani. Mi metto sulla faccia qualche cosa di appiccicoso per tenerle lontane… ha un orribile odore, è la linfa di qualche albero.


«Ho nei capelli nastri con perline e lacci d’oro. I miei capelli sono di un nero intenso. Faccio parte della servitù reale. Sono qui per qualche festa. Sono venuta per assistere all’unzione dei sacerdoti… una festa in onore degli dèi per il prossimo raccolto. Vi sono solo sacrifici di animali, non umani. Il sangue degli animali sacrificati scorre lungo un canale bianco in un bacino… scorre nella bocca di un serpente. Gli uomini portano piccoli cappelli d’oro. Tutti hanno la pelle bruna. Abbiamo schiavi che vengono da altre terre, al di là del mare…» Cadde nel silenzio e noi aspettavamo come se non fossero passati dei mesi. Lei parve fare attenzione, ascoltando qualche cosa.


«Tutto è così rapido e complicato… quello che mi stanno dicendo… circa il cambiamento, la crescita e i vari piani. Vi è un piano della coscienza e un piano di transizione. Noi veniamo da una vita e, se la lezione è stata portata a termine, andiamo in un’altra dimensione, in un’altra vita. Dobbiamo capire pienamente. Altrimenti non ci è concesso di passare oltre… dpbbiamo ripetere perché non impariamo.
Dobbiamo sperimentare da tutti i lati. Dobbiamo conoscere il lato delle deficienze, ma anche il dare… C’è tanto da conoscere, vi sono implicati tanti spiriti. Per questo siamo qui. I Maestri… ve n’è uno solo in questo piano.» Catherine fece una pausa, poi parlò con la voce del Maestro poeta.
Parlava a me.

«Quello che le diciamo è per ora. Adesso deve imparare attraverso il suo intuito.» Dopo pochi minuti, Catherine parlò con il suo dolce bisbiglio. «C’è un recinto nero… nell’interno vi sono pietre tombali. La sua è qui.» «La mia?» chiesi sorpreso da questa visione.
«Sì.
«Può leggere l’iscrizione?» «Il nome è “Noble”: 1668-1724. Vi è sopra un fiore… È in Francia o in Russia. Lei era in un’uniforme rossa… Disarcionato da un cavallo… Vi è un anello d’oro… con una testa di leone… usato come insegna.» Non vi fu altro. Io interpretai l’affermazione del Maestro poeta nel senso che non vi sarebbero state più rivelazioni attraverso l’ipnosi di Catherine, e fu così. Non avremmo avuto più sedute. La sua cura era stata portata a termine e io avevo imparato tutto quello che potevo
attraverso la regressione. Il resto, che era nel futuro, dovevo impararlo con il mio intuito.

Capitolo 15: Conferme paranormali


Due mesi dopo la nostra ultima seduta, Catherine mi telefonò e chiese un appuntamento. Mi comunicò di avere qualche cosa di molto” interessante da dirmi. Quando entrò nel mio studio, la presenza della nuova Catherine, felice, sorridente e radiante di un’intima pace che la rendeva luminosa, mi sorprese per un attimo. Pensai per un momento alla Catherine di una volta e a quanto fosse andata lontano in così breve tempo.


Catherine era andata a trovare Iris Saltzman, una nota astrologa che si era specializzata nella lettura di vite passate. Fui un poco sorpreso, ma compresi la curiosità di Catherine e il suo bisogno di cercare qualche conferma di ciò che aveva sperimentato. Fui lieto che avesse la fiducia di farlo.


Catherine aveva recentemente sentito parlare di Iris da un’amica. Aveva telefonato e preso un appuntamento senza dire a Iris nulla di quanto era avvenuto nel mio studio. Iris le aveva chiesto solo la data e il luogo della sua nascita. Da questo le spiegò che avrebbe costruito una ruota astrologica la quale, insieme alle sue doti intuitive, le avrebbe permesso di scoprire dei particolari sulle vite passate di lei.
Era questa la prima esperienza di Catherine con un sensitivo, e non sapeva proprio che cosa aspettarsi. Con suo stupore Iris confermò la maggior parte di quello che lei aveva scoperto sotto ipnosi.

Iris gradualmente si portò in uno stato alterato parlando e facendo note sul grafico astrologico che aveva frettolosamente costruito. Pochi minuti dopo essere entrata in questo stato, Iris cominciò a parlare e annunciò che Catherine era stata strangolata e aveva avuto la gola tagliata in una vita precedente. Il taglio della gola era avvenuto in tempo di guerra, e Iris potè vedere fiamme e distruzione nel villaggio molti secoli fa. Disse che Catherine quando morì era stata un uomo ancora giovane.



Gli occhi di Iris brillavano quando lei descrisse Catherine come un giovane in uniforme navale con corti calzoni neri e scarpe dalle strane fibbie. Improvvisamente Iris afferrò la sua mano sinistra e sentì un dolore lancinante, esclamando che qualche cosa di aguzzo era penetrato in quella mano e l’aveva danneggiata lasciandovi una cicatrice permanente. Vi erano grandi battaglie navali lungo la costa inglese. Lei proseguì descrivendo la sua vita di marinaio.


Iris descrisse altri frammenti di vite. Vi fu una breve vita a Parigi, dove Catherine era ancora un maschio ed era morto giovane, in povertà. Un’altra volta era una indiana americana, sulla costa sudoccidentale della Florida. Durante questa vita era una guaritrice e andava a piedi nudi.
Aveva la pelle scura e strani occhi. Applicava unguenti sulle ferite e dava medicine fatte con erbe; ed era molto sensitiva. Le piaceva portare gioielli con pietre blu e lapislazzuli con una pietra rossa incastrata.

In un’altra vita Catherine era spagnola e aveva vissuto come prostituta. Il suo nome cominciava con la lettera L.

Viveva con un uomo più vecchio.
In un’altra vita era la figlia illegittima di un padre ricco, che aveva molti titoli. Iris vide l’insegna nobiliare della famiglia sui bicchieri nella grande casa. Disse che Catherine era molto bella e aveva lunghe dita affusolate. Suonava l’arpa. Fu combinato il suo matrimonio. Catherine amava gli animali, specialmente i cavalli, e li trattava meglio delle creature umane che aveva attorno.


In una breve vita era stata un giovane marocchino, morto presto di malattia. Una volta aveva vissuto ad Haiti, parlando quel linguaggio e coinvolta in pratiche magiche.
In un’antica vita era stata egiziana e coinvolta nei riti funerari di quella civiltà. Era una donna con i capelli intrecciati. Aveva avuto parecchie vite in Francia e in Italia. In una di esse viveva a Firenze ed era collegata con la religione. Più tardi andò in Svizzera ed ebbe a che fare con un monastero.



Era una donna e aveva due figli. Era appassionata dell’oro e delle sculture in oro, e portava una croce d’oro. In Francia era stata imprigionata in un luogo freddo e scuro.
In un’altra vita, Iris vide Catherine come uomo in una uniforme rossa, e aveva a che fare con cavalli e soldati.

L’uniforme era rossa e oro, probabilmente russa. In un’altra vita era una schiava della Nubia nell’antico Egitto. Era stata catturata e messa in prigione. In ancora un’altra vita, Catherine era un uomo nel Giappone, impegnato in libri e nell’insegnamento, molto erudito. Lavorava nelle scuole ed era vissuto fino a tarda età.


E infine vi fu una vita più recente come soldato tedesco che era stato ucciso in battaglia. Io ero affascinato dalla particolareggiata esattezza di questi esempi di vite passate descritti da Iris. La corrispondenza con i ricordi di Catherine sotto ipnosi era impressionante: la mano di Christian ferita durante la battaglia navale, e la descrizione delle sue vesti e delle sue scarpe; la vita di Louisa come prostituta spagnola; Aronda e i funerali egiziani; Johan il giovane razziatore la cui gola era stata tagliata da una precedente incarnazione di Stuart mentre il villaggio di Stuart era stato bruciato; Eric il pilota tedesco condannato, e così via.
Vi erano anche corrispondenze con la vita attuale di Catherine. Per esempio, Catherine amava i gioielli di pietre blu, specialmente i lapislazzuli. Tuttavia non ne portava alcuno durante la seduta con Iris. Aveva sempre amato gli animali, specialmente i cavalli e i gatti, sentendosi più al sicuro con loro che con gli uomini. E se avesse potuto scégliere un luogo da visitare, sarebbe stato Firenze.


In nessun modo considererei questa esperienza un valido esperimento scientifico. Non avevo la possibilità di controllare le variabili. Ma avvenne, e ho creduto importante riferirlo qui.
Non sono sicuro di quello che avvenne quel giorno. Forse l’inconscio di Iris si valse della telepatia e «lesse» la mente di Catherine perché le vite passate erano già nel subconscio di lei. O forse Iris poteva discernere informazioni di vite passate servendosi delle sue facoltà di sensitiva. Comunque così avvenne, ed entrambe ottennero le stesse informazioni con mezzi diversi. Quello che Catherine aveva raggiunto attraverso la regressione ipnotica, Iris lo aveva ricevuto attraverso canali psichici.



Ben pochi saprebbero fare quello che fece Iris. Molte persone che si considerano sensitivi sfruttano semplicemente le paure dei loro clienti e la loro curiosità dell’ignoto. Oggi gli strumenti e le falsificazioni «psichiche» sembrano venir fuori dalle librerie. La popolarità di libri come Outona Limb (trad. it. Là fuori su un ramo, Sperling & Kupfer, 1985) di Shirley MacLaine, ha fatto fluire un torrente di nuovi medium. Molti vanno in giro facendo pubblicità alla loro presenza localmente e, in una seduta di «trance», dicono a un pubblico rapito e riverente insulsaggini come «se voi non siete in armonia con la natura, la natura non sarà in armonia con voi». Queste affermazioni sono generalmente enunciate con una voce molto diversa di quella del medium, spesso con qualche accento straniero. I messaggi sono vaghi e applicabili a una grande varietà di persone.


Spesso riguardano soprattutto le dimensioni spirituali, che non si possono valutare facilmente. È importante separare il falso dal vero affinchè il campo non sia screditato.
Dei seri scienziati comportamentisti sono necessari per fare questo importante lavoro. Gli psichiatri servono per diagnosticare e regolare malattie mentali, simulazioni e tendenze sociopatiche (imbrogli). Gli statistici, gli psicologi e i fisici sono pure di importanza vitale per queste valutazioni e per ulteriori esperienze.
Gli importanti passi che presto si faranno in questo campo, saranno fatti usando una metodologia scientifica.

Nella scienza, una ipotesi, che è una supposizione preliminare fatta dopo una serie di osservazioni, viene creata inizialmente per spiegare un fenomeno. Da questo momento l’ipotesi deve essere confermata sotto condizioni di controllo. I risultati di queste esperienze devono essere provati e replicati prima che si possa formulare una teoria. Quando gli scienziati si convincono che quello che pensavano è una solida teoria, questa deve essere controllata più e più volte da altri ricercatori, e i risultati devono essere gli stessi.



I particolareggiati e scientificamente accettabili studi del dottor Joseph B. Rhine alla Duke University, del dottor lan Stevenson all’Università della Virginia, Dipartimento di Psichiatria, della dottoressa Gertrude Schmeidler al College of thè City of New York, e di molti altri seri ricercatori dimostrano che questo può essere fatto.

Capitolo 16: A cavallo dei due mondi


Sono passati quasi quattro anni da quando Catherine e io abbiamo condiviso questa incredibile esperienza che ci ha cambiato profondamente entrambi.
Ogni tanto lei càpita nel mio studio per salutarmi o per discutere un problema che le si è presentato. Non ha mai avuto il bisogno né il desiderio di essere ancora regredita, o di affrontare un sintomo, o di trovare come nuove persone nella sua vita possono avere avuto relazioni con lei nel passato. Il nostro lavoro è finito. Catherine è adesso libera di godere appieno la sua vita, non più ostacolata dai suoi sintomi paralizzanti. Ha trovato un senso di felicità e di soddisfazione che non avrebbe mai creduto possibili. 



Non teme più la malattia o la morte. Adesso che è in equilibrio e in armonia con se stessa, la vita ha per lei un significato e uno scopo. Lei irradia un’intima pace che molti desiderano ma pochi raggiungono. Si sente più spirituale. Per Catherine, quello che è successo è totalmente reale. Lei non dubita della sua veracità, e lo accetta interamente come parte integrale di quello che lei è. Non ha interesse a proseguire lo studio dei fenomeni psichici, essendo sicura di «sapere» in un modo che non può essere appreso dai libri. Persone che stanno morendo o che hanno un membro della famiglia in punto di morte, spesso la cercano. Sembrano essere attratti da lei. Lei parla loro, ed essi si sentono meglio.


La mia vita è cambiata drasticamente quasi come quella di Catherine. Sono divenuto più intuitivo, più cosciente dei lati nascosti e segreti dei miei pazienti, dei miei colleghi e dei miei amici. Sembro conoscere molto su di essi, anche prima di quel che dovrei. I miei giudizi e le mie mete sono divenuti più umani e meno generici. Sensitivi, medium e guaritori appaiono nella mia vita con crescente frequenza, e ho cominciato a valutare sistematicamente le loro capacità. Carole si è sviluppata insieme a me. E divenuta particolarmente esperta nell’assistere spiritualmente i malati terminali, e adesso dirige gruppi di aiuto per pazienti che muoiono di Aids.


Ho cominciato a meditare, una cosa che, fino a poco tempo addietro, consideravo praticata solo dagli indù e dai californiani. Le lezioni trasmesse attraverso Catherine sono divenute una parte conscia della mia vita giornaliera. Ricordando il più profondo significato della vita, e della morte come parte naturale della vita, sono divenuto più paziente, più empatico, più cordiale. Mi sento anche più responsabile delle mie azioni, delle negative come di quelle elevate. So che ci sarà un prezzo da pagare, e che bisogna sottostare a questa regola.
Scrivo ancora articoli scientifici, parlo nei raduni professionali e continuo a dirigere il Dipartimento di Psichiatria.

Ma adesso sto a cavalcioni di due mondi: il mondo fenomenico dei cinque sensi, rappresentato dai nostri corpi e dalle nostre esigenze fisiche; e il più vasto mondo dei piani non fisici, rappresentato dalle nostre anime e dai nostri spiriti. So che i mondi sono collegati, che tutto è energia.



Tuttavia spesso sembrano totalmente diversi. Il mio lavoro è di collegare i due mondi, di documentare attentamente e scientificamente la loro unità. , La mia famiglia è progredita. Carole e Amy hanno dimostrato di avere capacità psichiche superiori alla media, e noi sche’rzosamente incoraggiamo l’ulteriore sviluppo di questa capacità. Jordan è divenuto un forte e carismatico adolescente, una guida naturale. E infine sto divenendo meno serioso. E talora ho sogni inconsueti.


Durante i vari mesi seguiti all’ultima seduta di Catherine, una particolare tendenza ha cominciato ad apparire nei miei sonni. A volte ho un sogno vivace durante il quale ascolto una conferenza o faccio domande al conferenziere.
Nel sogno il nome del conferenziere è Philo. Al risveglio, a volte ricordo parte del materiale discusso e ne prendo nota.
Presenterò qui alcuni esempi. Il primo fu una conferenza, e riconobbi l’influenza dei messaggi dei Maestri.



«…La sapienza si raggiunge molto lentamente. Questo perché la conoscenza intellettuale, facilmente acquisita, deve essere trasformata in «emotiva» o subconscia. Una volta trasformata, si imprime in permanenza. La pratica di comportamento è il necessario catalizzatore di questa reazione.
Senza l’azione, il concetto si indebolisce e scompare. La conoscenza teorica senza l’applicazione pratica non basta.

«L’equilibrio e l’armonia oggi sono trascurati, e tuttavia sono la base della sapienza. Tutto è fatto in eccesso. La gente pesa troppo perché mangia troppo. Chi pratica lo jogging trascura il proprio aspetto perché corre eccessivamente. Tutti sembrano eccessivamente mediocri. Bevono troppo, fumano troppo, si divertono troppo (o troppo poco), parlano troppo senza alcun costrutto, si preoccupano troppo. Si pensa troppo schematicamente (bianco o nero, bene o male, ecc). Tutto o nulla. Non è la via naturale.

«Nella natura vi è equilibrio. Gli animali si distruggono in piccoli quantitativi. I sistemi ecologici non vengono eliminati in massa. Le piante vengono consumate e poi ricrescono. Le fonti del sostentamento vengono vuotate e poi riempite. Il fiore viene goduto, il frutto mangiato, ma la radice rispettata.


«Il genere umano non ha imparato il valore dell’equilibrio, per non parlare del non averlo praticato. È guidato dall’avidità e dall’ambizione, governato dalla paura. In questo modo finirà col distruggersi. Ma la natura sopravviverà; almeno sopravviveranno le piante.
«La felicità è radicata nella semplicità. La tendenza all’eccesso nel pensiero e nell’azione diminuisce la felicità.

L’eccesso annebbia i valori di fondo. I religiosi ci dicono che la felicità viene dal riempire di amore il nostro cuore, dalla fede e dalla speranza, dal praticare la carità e dal dispensare affetto. Praticamente hanno ragione. Dati questi atteggiamenti, ne conseguono, di solito, l’equilibrio e l’armonia. Collettivamente costituiscono uno stato di essere.


Oggi sono uno stato alterato di coscienza. È come se il genere umano, finché è sulla terra, non fosse nel suo stato naturale. Deve raggiungere uno stato alterato per riempirsi di amore, di carità e di semplicità, per sentire la purezza, per liberarsi delle sue croniche paure.
«Come si raggiunge questo stato alterato, questo altro sistema di valutazione? E, una volta raggiunto, come può essere sostenuto? La risposta appare semplice. È il comune denominatore di tutte le religioni. Il genere umano è immortale, e quello che stiamo facendo adesso è imparare la nostra lezione. Siamo tutti a scuola. È così semplice se possiamo credere nell’immortalità.


«Se una parte dell’essere umano è eterna, e vi sono molte prove storiche per supporlo, perché ci facciamo tanto male? Perché sopraffacciamo gli altri per il nostro personale vantaggio senza apprendere la lezione? Tutti sembriamo andare verso lo stesso punto di arrivo, sebbene a velocità diverse. Nessuno è più grande di un altro.
«Consideriamo le lezioni. Intellettivamente le risposte ci sono sempre state davanti, ma questa necessità di attualizzare con l’esperienza, di rendere permanente l’impressione subconscia con l'”emozionalizzazione” e la pratica del concetto, è la chiave. Memorizzare solo nella scuola di catechismo non basta. L’apprendimento orale senza il comportamento effettivo non ha valore. E facile leggere o parlare di amore, di carità e di fede.Mailfarlo,ilsentirlo,richiede quasi uno stato alterato di coscienza.


Non un fugace
stato indotto dalle droghe o dall’alcool, o un’inattesa emozione. Lo stato permanente viene raggiunto con la conoscenza e la comprensione. È sostenuto dal comportamento fisico, dagli atti e dai fatti, dalla pratica. È il compiere qualche cosa di quasi mistico, il trasformarlo in familiarità quotidiana con la pratica, il farne un’abitudine.
«Capire che nessuno è più grande di un altro. Sentirlo.
Aiutare praticamente gli altri. Siamo tutti nella stessa barca. Se non remiamo insieme, i nostri progetti rimarranno paurosamente isolati.


Un’altra notte, in un altro sogno, io facevo una domanda. «Voi dite che tutti siamo eguali, e tuttavia le ovvie contraddizioni ci colpiscono: vi sono ineguaglianze nelle virtù, nei temperamenti, nelle finanze, nei diritti, nelle capacità, e nei talenti, nell’intelligenza, nelle attitudini matematiche, all’infinito.» La risposta fu una metafora. «È come se un grande diamante fosse trovato in ogni persona. Immaginate un diamante lungo trenta centimetri. Il diamante ha mille faccette, ma le faccette sono coperte di sporcizia e di catrame. È compito dell’anima ripulire ogni faccetta finché la superficie sia brillante e rifletta un arcobaleno di colori.


«Alcuni hanno pulito molte faccette, che brillano luminosamente. Altri sono riusciti a pulirne solo poche; e queste non sono così luminose. Ma, sotto lo sporco, ogni persona possiede nel suo petto un fulgido brillante con mille faccette luminose. Il diamante è perfetto, senza la minima incrinatura. La sola differenza tra gli uomini è il numero delle faccette pulite. Ma tutti i diamanti sono eguali e ognuno è perfetto.
«Quando tutte le faccette sono pulite e splendenti in uno spettro di luci, il diamante torna a essere la pura energia che era in origine. Le luci rimangono. È come se il processo di formazione del diamante fosse rovesciato, e ogni pressione si rilassasse. La pura energia esiste nell’arcobaleno delle luci, e le luci possiedono coscienza e conoscenza.


«E tutti i diamanti sono perfetti.» A volte le domande sono complicate e le risposte semplici. «Che cosa devo fare?» chiesi durante un sogno. «So di poter trattare e guarire persone malate. Esse vengono da me più numerose di quante ne possa curare. E sono così stanco.
E tuttavia posso dire-di no quando ne hanno tanto bisogno e io potrei aiutarle? È giusto dire “No, basta così”?» «Il suo compito non è di essere una guardia del corpo», fu la risposta.
L’ultimo esempio che citerò fu un messaggio per altri psichiatri. Mi svegliai verso le sei del mattino da un sogno in cui davo una conferenza a un vasto pubblico di psichiatri. «Nello slancio verso la cura psichiatrica è importante non abbandonare i tradizionali, sebbene talora vaghi, insegnamenti della nostra professione. Noi siamo coloro che ancora parlano ai nostri malati con pazienza e compassione. Noi dedichiamo ancora il tempo a far questo. Noi promoviamo la comprensione concettuale della malattia guarendo con la comprensione e la scoperta di se stessi piuttosto che con i soli raggi laser. Noi ci valiamo ancora della speranza per guarire.


«Al giorno d’oggi, altre branche della medicina vanno trovando questi tradizionali approcci alla guarigione troppo poco efficaci, perditempo e privi di sostanza. Si preferiscono la tecnologia alla parola, le chimiche del sangue computerizzate alla chimica personale medico-paziente, che guarisce il paziente e soddisfa il medico. Approcci alla medicina idealistici, etici, personalmente soddisfacenti perdono terreno dinanzi ad approcci economici, materiali, isolanti e privi di soddisfazione. Il risultato è che i nostri colleghi si sentono sempre più isolati e depressi. I pazienti si sentono costretti e vuoti, abbandonati a se stessi.
«Dovremmo evitare di essere sedotti dall’alta tecnologia. Piuttosto dovremmo essere dei modelli per i nostri colleghi. Dovremmo dimostrare quanto la pazienza, quanto la
comprensione e la compassione aiutino insieme il paziente e il medico. Dedicando maggior tempo a parlare, a insegnare, a risvegliare speranza e aspettative di guarigione – queste qualità quasi dimenticate del medico come guaritore – dovremmo sempre farne uso noi stessi ed essere un esempio per i nostri colleghi medici.


«L’alta tecnologia è meravigliosa nella ricerca e per promuovere la comprensione delle malattie-umane. Può essere un ineguagliabile strumento clinico, ma non potrà mai sostituire le caratteristiche e i metodi inerentemente personali del vero medico. La psichiatria può essere la più nobile delle specialità mediche. Noi siamo i maestri. E non dovremmo abbandonare questo compito per amore di assimilazione, specialmente adesso.» Ho ancora sogni come questo, sebbene solo occasionalmente. Spesso durante la meditazione, o talora mentre guido sull’autostrada, o addirittura quando fantastico, frasi, pensieri e Visualizzazioni scintillano nella mia mente. Spesso sembrano molto diversi dal mio consueto modo di pensare e di concettualizzare. A volte vengono molto opportunamente e risolvono domande o problemi che ho. Li uso nella terapia e nella mia vita quotidiana.
Considero questi fenomeni come un’espansione delle mie capacità intuitive e ne sono incoraggiato. Per me sono segni di essermi orientato nella giusta direzione, anche se devo compiere una lunga via.

Ascolto i miei sogni e le mie intuizioni. Quando lo faccio, le cose sembrano cadere nel punto giusto. Quando non lo faccio, qualche cosa invariabilmente va storta.

Sento ancora i Maestri intorno a me. Non so con sicurezza se i miei sogni e le mie intuizioni sono influenzati da loro, ma lo sospetto.
Epilogo Il libro è adesso finito, ma la storia continua. Catherine è ormai guarita, senza alcuna ricaduta dei suoi sintomi originari. Sono stato molto attento nella regressione ipnotica con altri pazienti. Mi lascio guidare dalla particolare costellazione dei loro sintomi e della loro refrattarietà ad altri trattamenti, dalla loro tendenza a essere facilmente ipnotizzati, dalla loro apertura a questo approccio, e dall’impressione intuitiva da parte mia che questa è la strada da prendere. Dopo Catherine, ho fatto particolareggiate regressioni a molteplici vite passate in una dozzina di altri pazienti. Nessuno di loro era psicotico, né aveva allucinazioni, o sperimentava personalità multiple. Tutti migliorarono spettacolarmente.
I dodici pazienti avevano una storia e personalità molto diverse. Una casalinga ebrea di Miami Beach ricordava vivamente di essere stata catturata da un gruppo di soldati romani, in Palestina, poco dopo la morte di Gesù. Aveva diretto un bordello nel diciannovesimo secolo a New Or- leans, aveva vissuto in un monastero francese nel Medio Evo, e aveva avuto una conturbante vita in Giappone. È la sola fra i miei pazienti, oltre a Catherine, che può trasmettere messaggi dallo stato di interregno fra le vite. I suoi messaggi sono stati estremamente psichici. Anche lei ha conosciuto fatti ed eventi del mio passato. Le è più che facile predire con esattezza eventi futuri. I suoi messaggi vengono da uno spirito particolare e io mi trovo correntemente a catalogare con cura le sue sedute. Io sono sempre lo scienziato. Tutto il suo materiale deve essere esaminato, valutato e convalidato.
Gli altri non sapevano ricordare molto oltre la morte, l’aver lasciato i loro corpi e l’aver fluttuato nella brillante luce. Nessuno poteva trasmettermi messaggi o pensieri.
Ma tutti avevano vivi ricordi di vite precedenti. Un brillante agente di cambio visse una piacevole ma noiosa vita nell’Inghilterra vittoriana. Un artista fu torturato durante l’Inquisizione spagnola. Il proprietario di un ristorante, che non riusciva con l’auto ad attraversare ponti o gallerie, ricordava di essere stato sepolto vivo in un’antica civiltà del Vicino Oriente. Un giovane medico ricordò il suo trauma in mare, quando era un vichingo.
Un dirigente della televisione fu torturato seicento anni fa a Firenze. La lista dei pazienti continua.

Queste persone ricordavano anche altre vite. I sintomi si risolvevano via via che le vite si dispiegavano.



Ognuna credeva adesso fermamente di essere vissuta in precedenza e che sarebbe vissuta ancora. Le loro paure della morte sono diminuite.
Non è necessario che ognuno abbia una terapia di regressione, o visiti dei sensitivi, o mediti. Quelli che hanno sintomi invalidanti o fastidiosi possono farlo. Per il resto la cosa più importante è mantenere una mente aperta.

Rendersi conto che la vita è qualche cosa di più di quello che appare. La vita va oltre i nostri cinque sensi. Bisogna essere ricettivi a nuove conoscenze e a nuove esperienze.
«Il nostro compito è di imparare, di divenire simili a Dio attraverso la conoscenza.» Io non mi preoccupo più degli effetti che questo libro può avere sulla mia carriera. Le informazioni che ho condiviso sono molto più importanti e, se seguite, saranno molto più benefiche per il mondo di qualsiasi altra cosa che io possa fare su base individuale nel mio studio.

Spero che sarete aiutati da ciò che avete letto qui, che le vostre paure della morte siano diminuite, e che i messaggi a voi offerti circa il vero significato della vita vi renderanno liberi di viverla appieno, cercando armonia e pace interiore, e raggiungendo in amore i vostri compagni umani. 

//* F O R E S T A  D I  C A M A L D O L I //*

Source: Spiritualmente UNO

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