'Sull'imitare o sul seguire le orme' di Shriman Matsyavatara Prabhu.

Dovremmo imitare i saggi, il maestro spirituale, gli acarya, i profeti, oppure seguirne le orme? L’imitazione o la simulazione di un comportamento è una copia, talvolta un inganno, cosa ben diversa dal seguire le orme di un modello elevato nel tentativo onesto e sincero di attivare in noi facoltà latenti ma ancora inespresse, dinamiche di crescita da cui poter trarre giovamento noi stessi praticando con umiltà, dando beneficio anche agli altri. Il maestro spirituale non deve essere imitato, ma seguito e preso a modello per applicarne creativamente gli insegnamenti nella propria vita. Se ci sforziamo umilmente di seguire le sue orme, costruiamo gradualmente in noi tutti i presupposti interiori affinché il suo modello diventi veramente il nostro, un’esperienza e un patrimonio che pian piano possiamo capitalizzare; viceversa, se lo imitiamo mancando di fare un lavoro profondo su noi stessi, abbiamo l’illusione di alzarci in volo ma poi scopriamo che non abbiamo le ali per volare. Solo chi segue le orme, pian piano si avvicina a chi queste orme le imprime. Dunque imitare alla lunga non porta nessun beneficio, anzi ci espone a tanti pericoli, mentre seguire le orme permette di sviluppare e far nostre le qualità che prendiamo a modello. Shrila Prabhupada diceva: “Se non sei umile, comportati come se tu fossi umile; se ancora non sei devoto, comportati come chi lo è”. “Agire come se” è una pratica che può aiutarci molto nel percorso spirituale: se io agisco come se fossi un devoto, mantenendo coscienza dei miei limiti e cercando di superarli, gradualmente divento un devoto. “Agire come se” permette il nostro progresso nella misura in cui pratichiamo senza orgoglio e senza superbia, non fingendo a noi stessi e agli altri di essere già arrivati. Se seguiamo le orme di chi è umile, possiamo anche noi gradualmente diventarlo, senza fare l’errore di mettere in piedi una finzione, ma sforzandoci sinceramente di ritrovare in noi quella elevata qualità dell’anima. In verità la virtù e la conoscenza risiedono già in noi; occorre realizzarne l’esistenza liberandoci dai condizionamenti. Socrate definiva questo insegnamento con il concetto di maieutica e spiegava: quel che io faccio è semplicemente mettere le persone nelle condizioni giuste per “partorire” il loro sapere. Ad un bambino possiamo insegnare a parlare solo perché ha già in sé la facoltà della parola, mentre non potremmo mai riuscirci con una scimmia, indipendentemente dai tanti sforzi che si potrebbero fare. Coltivando la conoscenza spirituale già intrinseca al nostro sé e praticandola nella nostra vita, possiamo risvegliare in noi la nostra natura superiore, l’unica che veramente ci appartiene. Se pensiamo che il bene, l’umiltà, la giustizia, la veridicità, la compassione, la tolleranza, la misericordia, l’amore siano qualità del nostro sé, praticando con fede questi valori sotto la guida di chi li vive coerentemente, possiamo gradualmente riscoprirli realizzando ciò che siamo. E lo realizziamo non soltanto a livello intellettuale, ma anche sperimentando il gusto superiore di quei valori, sulla forza di un’onda emotiva che ci collega stabilmente al nostro mondo interiore. Così facendo, predisponendoci nel migliore dei modi con la preghiera e con la meditazione, ricercando l’aiuto di Shri Shri Guru e Krishna, possiamo fare ottimi progressi, seppur ancora prigionieri in un corpo, poiché ci ricolleghiamo agli archetipi universali e a quell’armonia cosmica che garantiscono l’evoluzione e il benessere di tutte le creature e che ci permettono di trascendere gli angusti limiti dei condizionamenti, di spazio e tempo. Imitare significa privarsi di quel preziosissimo contributo personale che è la creatività. La conoscenza applicata senza creatività, ovvero emulata artificialmente, non porta frutti. Ecco perché non dovremmo imitare gli acarya ma seguirne le orme, acquisendo i loro insegnamenti e facendoli nostri, esprimendoli attraverso la nostra individualità e personalità, con il nostro peculiare sentire, con fede e purezza. Che quegli insegnamenti diventino la nostra voce, il nostro profumo, la nostra cifra esistenziale. Quando una persona imita non è se stessa; può anche recitare bene la sua parte ma in lei non vi saranno concreti e significativi cambiamenti una volta tolta la maschera. Se invece una persona s’impegna ad applicare gli insegnamenti ricevuti senza artificialità, esprimendo se stessa in ogni circostanza, senza mettere in scena nessun artifizio, anche se qualche volta dimostrasse di non capire o commettesse qualche errore, avrebbe comunque molta più possibilità di evolvere spiritualmente rispetto ad un perfetto imitatore. Gli insegnamenti del Guru ci debbono servire da orientamento; la bussola indica la meta ma sta a noi fare il percorso per raggiungerla. Per seguire le orme del maestro spirituale dobbiamo impegnarci utilizzando ogni nostra risorsa al fine di proseguire sul sentiero indicato. Il nostro percorso conduce allo stesso traguardo di chi abbiamo preso a modello, ma ci arriviamo con le nostre gambe, magari con le ali consumate ma siamo noi che giungiamo alla meta e che abbiamo fatto il nostro percorso. Nell’imitare, poiché non facciamo un vero lavoro su noi stessi, non proviamo soddisfazione, mentre nel seguire le orme si sperimenta una grande gioia e un continuo incremento della nostra gratitudine verso chi ci ha mostrato la via ed aiutato a percorrerla. Lungo il sentiero possiamo talvolta incontrare degli ostacoli, come un ruscello che si frappone e ci confonde perché le orme nell’acqua non si vedono: quella allora diventa l’occasione per interrogarci profondamente, per interiorizzare ancora di più gli insegnamenti ricevuti e capire come fare a proseguire, facendo uso di tutti i mezzi a nostra disposizione. Nel seguire le orme è richiesta dunque tutta la nostra partecipazione e questo ci permette di sviluppare gusto per la conoscenza e per la sua applicazione. Quando riusciamo a salire qualche gradino evolutivo, quella diventa una nostra conquista e la gratitudine verso chi ci ha ispirato ed educato nel percorso diventa sempre più grande. Tra imitare e seguire le orme c’è dunque una grande differenza, principalmente di gusto. Seguendo le orme possiamo imparare ad applicare gli insegnamenti con la nostra intelligenza e creatività, purificando e rinnovando continuamente la nostra motivazione per raggiungere equilibri sempre superiori. E se in questo percorso ci consumiamo le piume o se i nostri capelli diventano bianchi non c’è di che lamentarsi, anzi dobbiamo essere fieri che la nostra vita l’abbiamo spesa nel perseguire un ideale nobile. Non c’è altro scopo di valore in questo mondo. Chi sogna di essere felice con i piaceri dei sensi è come chi in un miraggio vede l’acqua nel deserto. Ma allora la nostra è una visione manichea, in cui la materia si contrappone allo spirito? No, la visione che ci hanno donato gli acarya integra la Terra al Cielo. Infatti, anche in questo mondo e con le cose di questo mondo possiamo sperimentare la felicità, ma essa è veramente tale solo nella misura in cui noi siamo collegati e colleghiamo tutto allo Spirito, il mondo al Suo Creatore, e così il creato e le creature. La beatitudine diventa possibile anche in questo mondo quando contempliamo e serviamo in ogni creatura Dio e Dio in ogni creatura.

Source: Cultura Vaishnava

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